Nino allungò una zampa e gli toccò il fianco.
Tito si fermò.
Si sedette.
Io rimasi immobile.
Nessuno glielo aveva insegnato.
Nessuno aveva fatto loro un discorso.
Nessuno aveva detto:
“Mimì adesso è fragile. Dovete volerle bene diversamente.”
Eppure lo avevano capito.
Nei giorni successivi cambiai mezza casa.
Misi una lettiera con il bordo più basso.
Ciotole d’acqua in ogni stanza.
Coperte ovunque.
Avvicinai una sedia al divano e sistemai due cuscini per formare una piccola scala.
Mimì la guardò con disprezzo.
Due ore dopo la usò.
Risi così forte che Tito saltò per lo spavento.
Quella divenne la nostra nuova vita.
Medicine.
Cucchiaini.
Coperte.
Piccole vittorie.
Mimì non tornò giovane.
Ma alcuni giorni sembrava stare meglio.
Si sedeva davanti alla finestra.
Guardava i piccioni.
Mangiava con appetito.
In quelle giornate mi illudevo.
È pericolosa la speranza quando ami qualcuno.
Ti fa confondere una tregua con una guarigione.
Ti fa credere che, sistemando bene i cuscini e ricordandoti ogni medicina, tu possa trattare con il tempo.
Non si può.
Ma proviamo tutti lo stesso.
Mia sorella Anna venne a trovarmi una domenica.
Portò una teglia di lasagne e il pane del forno sotto casa.
Mentre apparecchiavo, guardò Mimì.
“È diventata proprio vecchietta.”
“Ha i suoi problemi.”
Anna annuì.
Poi disse:
“Ha avuto una bella vita.”
Non era una frase cattiva.
Ma dentro di me qualcosa si irrigidì.
Le frasi possono essere vere e fare male lo stesso.
Dopo pranzo aggiunse:
“Magari dovresti tenere i piccoli più lontani. La disturbano.”
Guardai il soggiorno.
Mimì dormiva sul tappeto.
Tito era a mezzo metro da lei.
Nino vicino alla ciotola dell’acqua.
“Non la disturbano più.”
Anna sospirò.
Quel sospiro che tra sorelle si conosce benissimo.
Il sospiro di chi pensa che tu sia emotiva mentre lei è ragionevole.
“Teresa, devi anche pensare a te.”
Pensare a me.
Quante volte avevo sentito quella frase.
Da quando ero rimasta vedova.
Da quando i figli erano andati via.
Da quando avevo iniziato a dire che preferivo una cena a casa a una serata rumorosa.
Come se prendersi cura di qualcuno fosse sempre il contrario di prendersi cura di se stessi.
Non litigammo.
A sessantasette anni impari che molte discussioni non meritano più il fiato.
Le dissi soltanto:
“Loro capiscono abbastanza.”
E cambiai discorso.
Con il passare delle settimane Tito e Nino cambiarono ancora.
Tito iniziò ad accompagnare Mimì alla ciotola.
Camminava davanti.
Poi si girava.
Aspettava.
Faceva altri due passi.
Nino cominciò a dormire vicino alla lettiera.
La prima volta risi.
Sembrava il buttafuori di una discoteca molto triste.
Se Mimì impiegava troppo a tornare alla coperta, uno dei due andava a sedersi accanto a lei.
Anche i regali cambiarono.
Meno oggetti rumorosi.
Più cose morbide.
Il topolino.
Una pallina di feltro.
Un bocconcino.
Un pezzetto di carta.
Avevano imparato ad aiutare senza essere chiamati.
Una mattina Mimì dormiva nel quadrato di sole davanti alla finestra.
Tito si mise a destra.
Nino a sinistra.
Rimasero così quasi un’ora.
Guardandoli pensai a mia madre.
Negli ultimi anni della sua vita avevo sempre cercato di farla reagire.
“Dai mamma, usciamo.”
“Dai mamma, mangia.”
“Dai mamma, non puoi stare sempre seduta.”
Credevo fosse incoraggiamento.
Forse qualche volta lo era.
Ma quel giorno, osservando due gatti di pochi mesi, mi chiesi quante volte avessi domandato a mia madre di adeguarsi alla mia energia invece di incontrarla nella sua.
Quella domanda mi fece male.
Perché a sessantasette anni scopri che certi rimorsi arrivano sempre quando non puoi più aggiustare niente.
Nel nostro condominio cominciarono a sapere di Mimì.
La signora Luisa del secondo piano mi lasciava ogni tanto un po’ di pollo lesso davanti alla porta.
Il signor Carlo, che aveva passato settant’anni a dire che “gli animali devono stare fuori”, cominciò a chiedermi ogni mattina:
“Come sta la vecchietta?”
La ragazza del piano terra mi aiutò a portare a casa una confezione grande di lettiera.
Perfino il fruttivendolo all’angolo, quando mi vedeva entrare con la faccia stanca, mi diceva:
“Teresa, oggi il caffè te lo offro io.”
Non cambiava nulla nella malattia di Mimì.
Ma cambiava qualcosa in me.
Per anni avevo pensato che il quartiere non fosse più quello di una volta.
Che ognuno pensasse soltanto a sé.
Che non esistessero più i vicini che bussavano senza appuntamento e i piatti che passavano da un balcone all’altro.
Forse avevo ragione solo a metà.
La gentilezza non era sparita.
Aveva semplicemente imparato a parlare più piano.
Come Tito e Nino.
Poi arrivò un pomeriggio di pioggia.
Mimì rifiutò la colazione.
Poi il pranzo.
Annusò il cibo e si infilò sotto il tavolino.
Telefonai alla clinica.
Mi dissero quali segnali controllare.
Mi sedetti sul tappeto.
Aspettai.
La pioggia picchiava contro i vetri.
Tito dormì dieci minuti.
Appena aprì gli occhi andò a controllare Mimì.
Nino si appoggiò contro il mio ginocchio.
Alle quattro scaldai un po’ di cibo morbido.
Lo misi su un cucchiaino.
Mimì non reagì.
Poi arrivò Tito.
Aveva il solito topolino in bocca.
Lo appoggiò davanti alla sua zampa.
Si sedette.
Niente salti.
Niente rumore.
Mimì guardò il topolino.
Poi sollevò la testa.
Le avvicinai il cucchiaino.
Leccò.
Una volta.
Due.
Tre.
Mi coprii la bocca con la manica per non singhiozzare.
Le persone ridono delle piccole vittorie finché non ne hanno bisogno.
Poi un cucchiaio di cibo diventa una festa.
Un bicchiere d’acqua diventa un miracolo.
Una notte tranquilla diventa un regalo.
Avemmo altri giorni.
Non giorni perfetti.
Semplicemente giorni.
E quando temi di perdere qualcuno, capisci quanto sia sacra una giornata normale.
Mimì ebbe perfino una settimana buona.
Usava i cuscini per salire sul divano.
Guardava fuori.
Una sera diede una zampata a Tito perché si era avvicinato troppo alla coda.
Tito sembrò felicissimo.
Anch’io.
Scattai troppe fotografie.
Imparai il suono dei suoi passi.
Guardavo la televisione senza seguirla, contando inconsciamente i suoi respiri.
Cominciai a uscire meno.
Non mi pesava.
Mi pesavano, invece, certe frasi.
“Allora?”
“Ancora così?”
“Ma quanto può andare avanti?”
Nessuno voleva essere crudele.
È questo il problema.
Quando una situazione dura, la compassione degli altri diventa più sbrigativa.
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