All’inizio tutti ascoltano.
Poi vogliono una conclusione.
La vita, però, non rispetta i tempi della gente.
Una sera venne la mia amica Franca.
Portò una pentola di minestrone.
Mi guardò e disse:
“Sei distrutta.”
“Sono stanca.”
Si sedette.
Guardò Mimì.
Poi disse con molta dolcezza:
“Teresa, se la stai tenendo con te perché non sei pronta a lasciarla andare, non sei una cattiva persona.”
La frase mi colpì come uno schiaffo.
Non perché Franca fosse cattiva.
Proprio perché non lo era.
Stavo già interrogando me stessa ogni ora.
Mimì soffriva?
Stavo facendo abbastanza?
Troppo?
La tenevo lì per lei?
O per me?
Quando ami un essere fragile, nessuno vede le mille decisioni che prendi ogni giorno.
Gli altri vedono una fotografia.
Tu vivi il film intero.
Quando Franca se ne andò, mi sedetti accanto a Mimì.
“Scusami,” le dissi.
Non sapevo nemmeno per cosa.
Tito salì sul divano ma rimase distante.
Nino si accucciò vicino alle zampe di Mimì.
La stanza sembrava una chiesa.
Niente candele.
Niente musica.
Solo una lampada accesa e tre gatti che respiravano.
Fu allora che capii che le cose sacre non devono per forza essere grandi.
A volte sono soltanto una coperta consumata in un soggiorno qualunque.
Il peggioramento arrivò a piccoli pezzi.
Prima sparì definitivamente il salto.
Poi il davanzale.
Poi l’appetito.
Poi le passeggiate per casa.
Infine Mimì smise quasi completamente di interessarsi ai piccioni.
Quella fu la cosa che mi spezzò.
Li aveva sempre giudicati come una vecchia signora seduta davanti al bar del paese.
Quando smise di guardarli, capii che qualcosa dentro di lei si stava chiudendo.
Tito aumentò i regali.
Nino divenne la sua ombra.
Una notte trovai Nino addormentato con una zampa appoggiata sul bordo della coperta di Mimì.
Non sopra di lei.
Sul bordo.
Come una promessa senza pressione.
Il giorno che temevo arrivò in una mattina grigia.
Mimì non volle mangiare.
Non bevve.
Non si alzò.
Tito le portò una pallina morbida.
Lei non girò neppure la testa.
La paura che avevo portato per mesi cambiò forma.
Diventò chiarezza.
Telefonai alla veterinaria.
Parlammo a lungo.
Feci tutte le domande che non volevo fare.
Quando riattaccai, mi sedetti sul pavimento della cucina.
Le gambe non mi reggevano.
Tito arrivò da sinistra.
Nino da destra.
Si sedettero accanto a me.
Non salirono in braccio.
Non fecero rumore.
Rimasero.
Quel giorno avevo un solo compito.
Non essere forte.
Non essere eroica.
Essere onesta.
Presi Mimì e preparai tutte le coperte sul pavimento del soggiorno.
Aprii leggermente la tenda.
Entrava una luce pallida.
Mi sedetti.
Tito e Nino si sistemarono vicino.
Per qualche ora non ci fu più nulla da aggiustare.
Solo presenza.
Accarezzai Mimì.
Le raccontai cose stupide.
Del giorno in cui era arrivata.
Di quando aveva rubato una fetta di prosciutto dal mio piatto.
Di quando sedeva nel lavandino mentre mi lavavo i denti.
Di mio marito che fingeva di non volerla sul letto e poi le lasciava metà cuscino.
A un certo punto Tito si alzò.
Andò al cesto dei giochi.
Tornò trascinando una bacchetta con le piume.
La lasciò accanto alla coperta.
Nino aggiunse un bocconcino.
Poi un tappo.
Poi mezzo scontrino che chissà dove aveva trovato.
Risi e piansi contemporaneamente.
La piccola pila aumentava.
Era tutto ciò che sapevano dare.
Tutto ciò che avevano.
Mimì aveva gli occhi socchiusi.
A un certo punto li aprì.
Guardò i piccoli.
Poi mosse lentamente una zampa.
Sfiorò la bacchetta.
Tito si raddrizzò.
Mimì mosse ancora la zampa.
Questa volta non verso il gioco.
Verso di lui.
Gli sfiorò appena la gamba.
Tito rimase immobile.
Nino si avvicinò e si accucciò sul bordo della coperta.
Mimì chiuse gli occhi.
Nessun miracolo.
Nessuna guarigione.
Solo una vecchia gatta che aveva allungato una zampa.
E due giovani gatti che avevano capito che la risposta giusta era non muoversi.
L’appuntamento era fissato per quella sera.
Non racconterò ogni dettaglio.
Ci sono momenti che non devono diventare spettacolo.
Posso soltanto dire questo.
Mimì non era sola.
Non aveva paura.
La sua testa era nella mia mano.
Tito e Nino erano vicini.
La stanza era tranquilla.
E quando tutto finì, per qualche secondo il silenzio non sembrò vuoto.
Sembrò sacro.
Poi divenne insopportabile.
Tornai a casa con il trasportino vuoto.
Appena aprii la porta Tito corse.
Annusò il trasportino.
Guardò dietro di me.
Poi di nuovo dentro.
Nino arrivò lentamente.
Fece un verso piccolissimo.
Mi sedetti sul pavimento.
Piansi fino a farmi male alla faccia.
Tito e Nino salirono su di me come potevano.
Quella notte cercarono Mimì dappertutto.
Dietro le tende.
Sotto il letto.
Nel corridoio.
Vicino alla finestra.
Nino tornava continuamente alla coperta.
La annusava.
Si sdraiava.
Si rialzava.
La mattina seguente Tito portò il topolino.
Lo appoggiò sulla coperta vuota.
Nino aggiunse un bocconcino.
Poi si sedettero davanti al quadrato di sole dove Mimì dormiva.
Sentii il cuore spezzarsi una seconda volta.
Per giorni continuarono.
Un regalo al mattino.
Uno alla sera.
Una pallina.
Un tappo.
Un calzino.
Un pezzo di carta.
Continuavano ad amare Mimì.
Semplicemente non sapevano più dove mettere quell’amore.
E forse il lutto è proprio questo.
Amore che continua ad arrivare quando non c’è più nessuno a cui consegnarlo.
Lo facciamo anche noi.
Pensiamo a qualcosa da raccontare a una persona che non c’è più.
Compriamo quasi il suo dolce preferito.
Ci giriamo verso una sedia vuota.
Sentiamo una canzone e per un istante dimentichiamo.
L’amore non riceve subito la notizia della morte.
Continua a presentarsi all’appuntamento.
Tre giorni dopo, mia sorella mi scrisse:
“Almeno hai Tito e Nino che ti tengono occupata.”
Rimasi a fissare quella parola.
Occupata.
Come se il dolore fosse un pomeriggio vuoto da riempire.
Tito e Nino non sostituivano Mimì.
Anzi.
Mi facevano capire ancora meglio quanto ci mancasse.
Lasciai la sua coperta in soggiorno.
Ogni volta che provavo a piegarla, Nino ci si sdraiava.
Tito arrivava con un gioco.
Così rimase lì.
Non per sempre.
Solo abbastanza.
Abbastanza perché la casa capisse.
Abbastanza perché smettessimo di cercare.
Abbastanza perché io smettessi di sentire passi che non esistevano.
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