Un bambino baciava ogni mattina una gatta randagia alla fermata: non sapevo che quel gesto avrebbe cambiato un intero quartiere
Ero già in ritardo quando vidi quel bambino chinarsi e baciare una gatta sulla testa come se, in quel momento, non esistesse niente di più importante al mondo.
Mi fermai.
Non rallentai.
Non diedi un’occhiata distratta.
Mi fermai davvero.
Era una di quelle mattine di febbraio in cui il freddo sembra infilarsi sotto il cappotto apposta per ricordarti che sei uscito troppo presto e che vorresti essere ovunque tranne lì.
Alla fermata dell’autobus, alla periferia di Bologna, la gente aveva la testa bassa.
Qualcuno guardava il telefono.
Qualcuno stringeva un bicchiere di caffè preso al bar dell’angolo.
Qualcuno controllava continuamente l’orologio.
Io ero esattamente come loro.
Da anni.
Avevo cinquantasei anni, un lavoro amministrativo che non odiavo ma nemmeno amavo, un appartamento silenzioso e giornate che si assomigliavano tutte.
Sveglia.
Doccia.
Autobus.
Ufficio.
Spesa.
Cena davanti alla televisione.
Dormire.
Ricominciare.
Non ero triste, almeno così dicevo.
Ero semplicemente diventata brava a non aspettarmi molto.
Il bambino avrà avuto sette o otto anni.
Era piccolo dentro un piumino blu troppo grande, probabilmente appartenuto a qualcun altro prima di lui.
Una manica gli copriva quasi tutta la mano.
Il berretto di lana gli scendeva sulle orecchie.
Aveva uno zaino verde sulle spalle e una toppa cucita male su un guanto.
Davanti a lui, sulla panchina di metallo della fermata, sedeva una gatta tigrata grigia.
Era magra.
Aveva un orecchio segnato e il pelo invernale arruffato.
Non era una di quelle gatte che fanno tenerezza perché sembrano uscite da una cartolina.
Aveva l’aria di aver litigato parecchio con la vita.
E forse per questo mi colpì ancora di più il modo in cui il bambino le si avvicinò.
Lentamente.
Con rispetto.
Come se sapesse che la fiducia è una cosa che si chiede piano.
Le posò una mano accanto al muso.
La gatta annusò il guanto.
Poi gli strofinò la testa contro il polso.
Il bambino sorrise.
Si chinò.
E le diede un bacio proprio tra le orecchie.
Non per far ridere qualcuno.
Non perché qualcuno lo stesse filmando.
Non per ricevere un applauso.
La baciò e basta.
Con quella naturalezza che hanno i bambini prima che gli adulti insegnino loro a vergognarsi della tenerezza.
Io rimasi qualche metro più indietro fingendo di sistemare il coperchio del caffè.
Il bambino disse qualcosa che non sentii.
Passò un furgone.
Poi lo sentii ripetere:
«Sono tornato, Nuvola.»
Nuvola.
Era quello il nome della gatta.
Il bambino infilò una mano nella tasca del piumino.
Per un attimo pensai che avrebbe tirato fuori una crocchetta o un pezzo di merendina.
La mano uscì vuota.
Lui la guardò.
Poi guardò la gatta.
«Oggi non ho niente.»
Fece una smorfia, quasi mortificato.
«Però non volevo che pensassi che mi ero dimenticato.»
Nuvola continuò a strofinarsi contro di lui.
Come se il cibo, quella mattina, fosse soltanto la seconda cosa più importante.
Mi voltai dall’altra parte.
Perché mi si erano riempiti gli occhi.
Ed era assurdo.
Io, che non piangevo nemmeno ai funerali se c’era troppa gente intorno, stavo per commuovermi davanti a una fermata dell’autobus per un bambino e una gatta randagia.
Poi capii perché.
Non era tristezza.
Era come quando, dopo un inverno lunghissimo, senti il ghiaccio che comincia a rompersi.
Quel bambino non aveva niente in tasca.
Eppure era tornato lo stesso.
L’autobus comparve in fondo alla strada.
Lui lo sentì.
Si chinò un’ultima volta.
Altro bacio.
«Ciao, Nuvola. Domani torno.»
Poi corse verso la porta.
Non mi vide.
Io lasciai partire l’autobus.
Apposta.
Entrai nell’alimentari dall’altra parte della strada e comprai due vaschette di cibo per gatti e una ciotolina economica.
Quando tornai, Nuvola era ancora sulla panchina.
Misi il cibo a terra.
Lei mi guardò diffidente.
Aspettai.
Dopo qualche secondo si avvicinò.
Mangiò come se non avesse visto un pasto vero da giorni.
Rimasi lì abbastanza a lungo da arrivare in ufficio con quasi quaranta minuti di ritardo.
Il giorno dopo uscii di casa dieci minuti prima.
Nuvola era lì.
Anche il bambino.
Quella volta non mi nascosi.
Per qualche mattina continuai così.
Lui arrivava.
Salutava Nuvola.
La accarezzava.
Io aspettavo che salisse sull’autobus, poi mettevo il cibo nella ciotola.
Al quarto giorno, il bambino si accorse di me.
Guardò la ciotola.
Guardò Nuvola.
Poi guardò me.
«È lei che le porta da mangiare?»
Non c’era diffidenza nella sua voce.
Sembrava piuttosto una domanda importante.
Come se dovesse capire se potevo entrare in quel piccolo mondo.
«Sì.»
Lui tenne una mano sulla schiena della gatta.
«Le piace quello morbido.»
«Me ne sono accorta.»
Per la prima volta sorrise.
Aveva un dentino leggermente storto davanti.
«Grazie.»
Poi aggiunse:
«Io sono Matteo.»
«Io Carla.»
Fece un cenno con la testa.
«Nuvola la conosce già.»
Risi.
«Ah sì?»
«Se mangia mentre lei è qui, vuol dire di sì.»
Avevo appena superato un esame, a quanto pareva.
L’autobus stava arrivando.
Matteo si alzò.
«Può controllare che l’acqua non ghiacci?»
«Posso.»
Mi guardò serio.
«Promesso?»
«Promesso.»
Solo allora corse via.
Da quel momento cominciai a portare una bottiglia termica con acqua appena tiepida.
Poi una copertina di pile comprata al mercato.
Quando Nuvola ci si accoccolò sopra per la prima volta, Matteo rimase a bocca aperta.
«Le ha fatto un letto.»
«Metà letto. L’altra metà era una coperta che tenevo sul divano.»
Lui mi guardò quasi scandalizzato.
«Ha tagliato una coperta per una gatta?»
«Sì.»
Ci pensò qualche secondo.
«Ha fatto bene.»
Fu così che cominciammo a parlare davvero.
Conversazioni di pochi minuti.
Da fermata dell’autobus.
Scoprii che Matteo adorava i tortellini ma lasciava sempre il brodo.
Che non sopportava le banane perché, diceva, «hanno quei fili strani».
Che a scuola prestava le matite ai compagni e poi si arrabbiava se gliele restituivano senza punta.
Scoprii anche che viveva con sua madre a tre isolati da lì.
Del padre non parlava.
Non feci domande.
Una cosa, però, la notai.
Matteo non mi chiedeva mai niente.
Mai una merenda.
Mai qualche moneta.
Mai un favore per sé.
Chiedeva per Nuvola.
L’acqua.
Una coperta.
Se potevo controllare che ci fosse ancora nel pomeriggio.
Per sé, nulla.
Avevo cinquantasei anni e conoscevo bene quel modo di comportarsi.
Lo vedevo negli anziani che contavano le monete al supermercato.
Nelle vedove che dicevano «non mi serve niente» anche quando avevano bisogno di tutto.
Nelle madri che lavoravano troppo e chiedevano scusa persino quando qualcun altro teneva loro una porta aperta.
Chi ha poco impara presto a non pesare.
Una mattina chiesi:
«Nuvola è sempre stata qui?»
Matteo scosse la testa.
«Era della signora Anna.»
Indicò un vecchio condominio di mattoni dall’altra parte della strada.
Terzo piano.
Una finestra con una tenda azzurra.
«Chi era la signora Anna?»
«Una signora anziana. Veniva spesso alla fermata.»
«Prendeva l’autobus?»
«No.»
Quella risposta mi fece sorridere e male insieme.
Matteo aggiunse:
«Diceva che da casa sua non passava nessuno. Qui invece vedeva la gente.»
Conoscevo bene quel genere di solitudine.
Quella che non ha bisogno di grandi tragedie.
Ti basta una cucina silenziosa, una televisione accesa senza ascoltarla e nessuno che dica il tuo nome per giorni.
«Aveva sempre le caramelle alla menta», continuò Matteo. «Quelle bianche e rosse.»
Poi il suo viso cambiò.
«Un giorno è venuta un’ambulanza.»
Aspettai.
«La signora Anna non è più tornata.»
Guardai Nuvola.
Lei fissava la strada.
«E nessuno ha preso la gatta?»
Matteo alzò le spalle.
«Forse non c’era nessuno.»
Nessun cattivo.
Nessun grande abbandono teatrale.
Solo una vita che si interrompe.
E una gatta rimasta fuori dalla porta.
«All’inizio dormiva sotto le scale», disse Matteo. «Poi veniva qui.»
Accarezzò Nuvola dietro l’orecchio.
«Io ho cominciato a salutarla.»
Fece una pausa.
«Non volevo che pensasse che tutti si erano dimenticati.»
Quella frase mi accompagnò per tutta la giornata.
Forse perché a cinquantasei anni avevo cominciato a capire che le persone non hanno paura soltanto di morire.
Abbiamo paura di diventare dimenticabili.
Che nessuno noti se una mattina non arriviamo.
Che la sedia resti vuota e, dopo pochi giorni, il mondo impari tranquillamente a passarci accanto.
In ufficio raccontai la storia a una collega.
«C’è questo bambino alla fermata che ogni mattina saluta una gatta randagia. Ormai sto portando da mangiare anch’io.»
Lei fece una faccia strana.
«Stai attenta, Carla.»
«A cosa?»
«A farti coinvolgere.»
Mi venne quasi da ridere.
Coinvolgere?
Stavo riempiendo una ciotola.
Ma sapevo cosa intendeva.
Non caricarti problemi che non sono tuoi.
Non dare troppo.
Non rischiare che qualcuno si abitui.
Difendi il tuo tempo.
Difendi i tuoi soldi.
Difendi la tua tranquillità.
Come se la tranquillità fosse sempre vivere senza essere disturbati.
Il mattino seguente costruii un piccolo riparo di cartone spesso, rivestito dentro con materiale isolante e un vecchio asciugamano.
Lo misi vicino alla panchina, sotto la tettoia.
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