Quando Matteo arrivò, si bloccò.
«Una casa!»
«Diciamo una casetta.»
Si abbassò per guardare dentro.
Nuvola entrò, girò su se stessa e si sedette.
Matteo mi fissò come se avessi costruito una villa.
«Sa che è sua?»
«Forse non sa che è sua. Però sa che oggi ha meno freddo di ieri.»
Lui rifletté.
«Conta lo stesso.»
Sì.
Contava.
Poi arrivò una notte più fredda delle altre.
Il vento soffiò così forte che le finestre del mio appartamento tremarono.
Non riuscii a dormire bene.
Pensavo a Nuvola.
Alle tre mi dissi che era una gatta, che era sopravvissuta fino ad allora, che non potevo trasformare ogni preoccupazione in un’emergenza.
Alle quattro ero ancora sveglia.
La mattina uscii mezz’ora prima.
La casetta non c’era più.
Rimasi immobile.
La coperta era dall’altra parte del marciapiede.
Bagnata.
Rigida per il gelo.
Ma della scatola nessuna traccia.
E nemmeno di Nuvola.
Matteo arrivò pochi minuti dopo.
Vide il mio viso.
Poi la panchina vuota.
Lasciò cadere lo zaino.
«Nuvola?»
Cominciò a chiamarla.
Prima piano.
Poi forte.
Guardò sotto la panchina.
Dietro i bidoni.
Sotto le scale del condominio.
L’autobus arrivò.
Matteo non si mosse.
L’autista aprì la porta.
«Ragazzo, sali?»
Matteo scosse la testa.
Mi avvicinai.
«Devi andare a scuola.»
«Non la lascio qui.»
Non era un capriccio.
Era una promessa.
E io lo sapevo.
Gli presi lo zaino da terra e glielo porsi.
«Sali. La cerco io.»
Mi fissò.
«Davvero?»
«Davvero.»
«Finché la trova?»
Quella domanda mi fece male.
«Finché la trovo.»
Prese lo zaino.
Salì due gradini.
Poi si girò.
«Se torna, le dica che sono venuto.»
«Glielo dico.»
L’autobus partì.
Io chiamai in ufficio.
Dissi che avrei fatto tardi.
Non spiegai perché.
Cercai sotto tutte le macchine parcheggiate.
Nei cortili.
Vicino ai cassonetti.
Dietro l’alimentari.
Poi entrai nel passaggio laterale del condominio della signora Anna.
Fu lì che sentii un miagolio.
Debole.
Rauco.
Quasi nascosto dal traffico.
Sotto una rampa di cemento c’era una porticina che dava a un vecchio seminterrato.
Era socchiusa.
Davanti, qualcuno aveva appoggiato un secchio e una sedia rotta.
Mi abbassai.
«Nuvola?»
Altro miagolio.
La vidi.
Due occhi grandi nel buio.
Spostai tutto.
Lei provò a venire avanti.
Barcollò.
Aveva il pelo umido e una zampa che appoggiava male.
La presi tra le braccia.
Pesava quasi niente.
Fu allora che provai rabbia.
Non contro qualcuno in particolare.
Contro quella somma di piccole distrazioni con cui una creatura può diventare invisibile.
La portai in un ambulatorio veterinario di quartiere.
Un posto semplice.
Sedie di plastica.
Odore di disinfettante.
Fotografie di animali sulle pareti.
Il veterinario la visitò.
Era un uomo sui sessant’anni con la faccia stanca.
«È anziana», disse.
«Quanto?»
«Difficile dirlo con precisione. Ma parecchio.»
Era disidratata, sottopeso e aveva un’infezione.
Niente di irreparabile, però.
«Se resta al caldo, mangia e viene curata, può riprendersi.»
Restare al caldo.
Dentro.
Quella parola mi fece paura.
Il mio appartamento era piccolo.
Non avevo animali da trent’anni.
Lavoravo tutto il giorno.
Mi piaceva credere di avere una vita ordinata.
Un gatto anziano, malato e randagio non rientrava in nessun programma.
«Possiamo provare a trovare una sistemazione», disse il veterinario. «Ma per gli animali anziani ci vuole più tempo.»
Quella frase bastò.
«La porto io.»
Lui alzò gli occhi.
«Temporaneamente?»
Aprii la bocca.
Avrei voluto dire sì.
Solo finché sta meglio.
Solo qualche giorno.
Solo per non sentirmi in colpa.
Invece dissi:
«No. Credo che resti con me.»
Quando portai Nuvola a casa, lei uscì dal trasportino, studiò il mio soggiorno e si infilò direttamente sotto il termosifone.
Mi sedetti sul pavimento.
«Nemmeno io so bene cosa stiamo facendo.»
Lei mi guardò con un’espressione che sembrava dire che il problema era tutto mio.
Quella notte dormii pochissimo.
Non per Nuvola.
Per Matteo.
Come gli avrei spiegato che la gatta era salva, ma non sarebbe più stata alla fermata?
La mattina dopo portai il trasportino con me.
Matteo era già lì.
In piedi davanti alla panchina vuota.
Troppo immobile per un bambino.
Quando mi vide guardò dietro di me.
Cercava Nuvola.
Sollevai il trasportino.
«Sta bene.»
Corse verso di me.
Nuvola lo vide attraverso la grata e avvicinò il muso.
Matteo si abbassò subito.
«Nuvola.»
La zampetta della gatta spuntò tra le sbarre.
Dovetti guardare verso la strada per non mettermi a piangere.
Gli raccontai cosa era successo.
Che l’avevo trovata.
Che il veterinario l’aveva curata.
Che aveva bisogno di stare al caldo.
Matteo ascoltò tutto.
Poi guardò il trasportino.
«Adesso vive da lei?»
«Sì.»
Aspettavo che si arrabbiasse.
Invece sorrise.
«Dentro è meglio.»
Poi corrugò la fronte.
«Mi riconoscerà ancora?»
Quella domanda non era soltanto una domanda da bambino.
Era una domanda che conoscevo anch’io.
Se non ci vediamo ogni giorno, continuerai a ricordarti di me?
Se la vita cambia, avrò ancora un posto?
«Sì», dissi. «Ci sono affetti che non si dimenticano solo perché cambia il posto.»
Arrivò l’autobus.
Matteo si chinò e baciò la parte superiore del trasportino.
«Ciao, Nuvola. Non fare la difficile.»
Poi corse via.
Nuvola impiegò cinque giorni per accettare davvero casa mia.
Due giorni sotto il termosifone.
Uno dietro il divano.
Uno a fissarmi con disprezzo dalla cucina.
La quinta mattina mi svegliai con quasi cinque chili di gatta appoggiati sul petto.
Considerai quello il suo contratto d’affitto.
La mia vita cambiò in cose piccole.
Spostai le scarpe per fare posto alla lettiera.
Cominciai a tornare a casa puntuale perché qualcuno aspettava la cena.
Comprai una spazzola.
Una copertina nuova.
Una ciotola decente.
Smisi anche di accettare certi inviti solo perché mi sembrava scortese dire di no.
Per la prima volta dopo anni, casa era diventata un luogo in cui volevo tornare.
Continuavo però ad andare alla fermata.
Per Matteo.
Ogni mattina gli davo un aggiornamento.
Nuvola aveva mangiato.
Nuvola aveva litigato con l’aspirapolvere.
Nuvola aveva conquistato il davanzale.
Nuvola considerava il mio divano proprietà privata.
Ogni tanto portavo una fotografia stampata.
Una mattina gli mostrai Nuvola seduta accanto a una pianta.
Matteo rise così forte che anche due signore alla fermata si misero a ridere senza sapere perché.
Qualche giorno dopo gli stampai la stessa foto due volte.
«Una è tua.»
La prese con entrambe le mani.
«La faccio vedere alla mamma.»
Era la prima volta che parlava davvero di lei.
«Le piacerà?»
«Sì. Solo che lavora tanto. La sera è stanca.»
Lo disse senza tristezza.
Come un dato di fatto.
E improvvisamente capii meglio il cappotto aggiustato.
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