Il Bambino con i Calzini Diversi che Insegnò a Tutti ad Aspettare

Pensavo che, dopo quegli applausi, tutto sarebbe diventato più facile per Nino.

Invece capii presto una cosa.

Un applauso può scaldarti il cuore per un giorno.

Ma il coraggio serve anche il giorno dopo.

La mattina seguente, quando entrai a scuola, mi sembrava che tutti mi guardassero in modo diverso.

Non male.

Solo diverso.

Come se, da un giorno all’altro, non fossi più soltanto Riccardo, quello bravo a correre in cortile o quello che dimenticava sempre la gomma.

Ero Riccardo, il fratello di Nino.

Una bambina mi fermò vicino agli appendiabiti.

«Tuo fratello è simpatico», disse.

Io abbassai lo zaino dalla spalla.

«Sì.»

«Davvero», aggiunse. «Quando ha detto che il treno va lento però arriva… mia mamma dice sempre una cosa simile di mio nonno.»

Non seppi cosa rispondere.

Allora sorrisi.

Quel giorno in classe c’era un silenzio strano.

Non il silenzio di quando la maestra Bellini si arrabbia.

Era un silenzio più morbido.

Come quando tutti stanno pensando alla stessa cosa, ma nessuno ha ancora il coraggio di dirla.

Il bambino che aveva chiesto scusa a Nino era seduto al suo banco.

Teneva la matita in mano, ma non scriveva.

Ogni tanto guardava verso di me.

Poi guardava giù.

Durante l’intervallo, mi venne vicino.

Camminava piano, come se avesse paura che io gli dicessi di andarsene.

«Riccardo», mormorò.

Io rimasi fermo.

«Ieri… io non volevo farlo piangere.»

«Non ha pianto», dissi.

«Però l’ho ferito.»

Quella frase mi fece strano.

Perché era vera.

E perché lui lo aveva capito.

Io non risposi subito.

Avevo ancora dentro quella rabbia piccola, quella che ti resta attaccata quando qualcuno prende in giro una persona che ami.

Poi mi ricordai di Nino.

Del trenino dato in mano proprio a lui.

Del suo “Il treno continua”.

Così feci una cosa che forse, prima, non avrei fatto.

Annuii.

«Allora la prossima volta fai meglio.»

Lui tirò un respiro.

«Posso?»

«Cosa?»

«Fare meglio.»

Non capii.

Lui guardò verso la porta dell’aula.

«La maestra ha detto che venerdì possiamo invitare qualcuno per il laboratorio. Genitori, nonni, fratelli. Possiamo fare un cartellone sugli eroi di tutti i giorni.»

Mi si strinse lo stomaco.

«E quindi?»

«Vorrei che Nino venisse ancora.»

La prima cosa che pensai fu no.

No, perché già una volta era bastata.

No, perché non volevo rivedere gli occhi di Nino diventare piccoli.

No, perché non ero sicuro che il mondo meritasse due possibilità in così pochi giorni.

Ma poi pensai a Nino.

E Nino, se qualcuno gli chiede di tornare, torna.

Soprattutto se c’è un treno di mezzo.

Quando lo dissi a casa, mamma rimase con il cucchiaio sospeso sopra la pentola.

«Sei sicuro che vada bene?»

Era la stessa domanda dell’altra volta.

Ma stavolta io non risposi subito.

Guardai Nino.

Era seduto sul tappeto, con il suo trenino verde davanti alle ginocchia.

Gli aveva messo accanto tre tappi di bottiglia, una molletta rotta e una matita corta.

«Che fai?» gli chiesi.

«Stazione nuova.»

«Per chi?»

Lui alzò le spalle.

«Per chi vuole fermarsi.»

Mamma mi guardò.

Io guardai lei.

E capimmo entrambi che Nino aveva già deciso, anche senza saperlo.

Venerdì mattina volle rimettere il mantello rosso.

Mamma gli disse che poteva anche andare senza.

«Gli eroi non portano sempre il mantello», disse.

Nino ci pensò.

Poi rispose serio:

«Ma oggi sì.»

Si mise anche i due calzini diversi.

Uno blu con una piccola macchia sul tallone.

Uno giallo, un po’ troppo largo.

Io lo aiutai con i lacci.

Per una volta non finsi di avere fretta.

Lui mi guardò mentre gli allacciavo le scarpe.

«Stazione pronta?» chiese.

«Pronta.»

«Allora il treno parte.»

Entrammo a scuola tenendoci per mano.

Io avevo dieci anni e, di solito, non volevo farmi vedere mano nella mano con nessuno.

Ma quel giorno non mi importava.

Anzi, strinsi la mano di Nino un po’ più forte.

In classe c’erano cartoncini colorati, forbici con la punta tonda, colla, matite, pezzi di stoffa e fili di lana.

La maestra Bellini aveva scritto alla lavagna:

“Un eroe è qualcuno che ci insegna a essere migliori.”

Nino lesse piano.

Sillaba per sillaba.

«Un… e… roe…»

Si fermò.

Io stavo per aiutarlo.

Ma lui alzò un dito, come faceva quando voleva provare da solo.

«È qualcuno che… ci insegna… a essere… migliori.»

La maestra Bellini sorrise.

«Molto bene, Nino.»

Lui gonfiò il petto sotto il mantello.

«Ho letto.»

«Sì», dissi io. «Hai letto.»

La classe si divise in gruppi.

Il nostro doveva costruire un grande treno di carta.

Ogni vagone avrebbe avuto una parola.

Una cosa che un eroe di tutti i giorni ci insegna.

Qualcuno propose “coraggio”.

Qualcuno “aiuto”.

Qualcuno “gentilezza”.

Nino alzò la mano.

«Ancora.»

La maestra si avvicinò.

«Vuoi mettere la parola “ancora”?»

Nino annuì.

«Per quando una cosa è difficile.»

Nessuno rise.

Neanche un sorrisetto.

Il bambino che aveva chiesto scusa prese un cartoncino verde.

«Posso scriverla io?»

Nino lo guardò.

Per un secondo pensai che avrebbe detto no.

Invece gli passò il pennarello.

«Scrivi grande.»

Lui scrisse:

ANCORA

Con lettere storte, ma grandi.

Nino batté le mani.

«Bravissimo.»

Il bambino arrossì.

E io, per la prima volta, vidi che anche lui era solo un bambino.

Non un cattivo.

Solo uno che aveva imparato tardi una cosa semplice.

Mentre lavoravamo, Nino faceva tutto a modo suo.

Metteva troppa colla.

Tagliava storto.

Ogni tanto si distraeva guardando le ruote disegnate.

A un certo punto incollò un vagone al contrario.

Io stavo per dirgli:

«No, così è sbagliato.»

Ma mi fermai.

Perché Nino lo guardò, inclinò la testa e disse:

«Questo torna indietro a prendere chi è rimasto.»

La maestra Bellini sentì.

Rimase in silenzio un attimo.

Poi disse:

«Allora lasciamolo così.»

E nessuno lo corresse.

Quel vagone al contrario diventò il più bello di tutti.

Sopra ci scrivemmo:

NESSUNO RESTA INDIETRO

Io non sapevo se quella frase fosse troppo grande per noi.

Ma sapevo che, detta da Nino, sembrava semplice.

Verso la fine della mattinata, la maestra chiese se qualcuno voleva spiegare il proprio vagone davanti alla classe.

Mi aspettavo che Nino si nascondesse dietro di me.

Invece alzò la mano.

«Io.»

Sentii il cuore corrermi nel petto.

Nino andò davanti alla lavagna con il suo vagone verde in mano.

Il mantello gli cadeva da una spalla.

I calzini si vedevano sotto i pantaloni.

Teneva il cartoncino così stretto che un angolo si piegò.

La maestra Bellini gli disse piano:

«Prenditi tutto il tempo che vuoi.»

Nino guardò la classe.

Poi guardò me.

Io gli feci un piccolo cenno.

Lui inspirò.

«Questa parola è “ancora”.»

Si fermò.

Nessuno parlò.

«Io dico “ancora” quando non riesco.»

Un bambino in fondo abbassò la testa.

Forse anche lui conosceva quella sensazione.

«Quando le scarpe fanno nodo brutto.»

Qualcuno sorrise, ma non per prenderlo in giro.

«Quando leggo e le parole corrono.»

La maestra Bellini aveva gli occhi lucidi.

«Quando uno ride e io non capisco perché.»

La classe rimase immobile.

Nino strinse il cartoncino.

«Ma poi Riccardo aspetta.»

Io sentii qualcosa salirmi in gola.

«Mamma aspetta.»

Fece una pausa.

«La maestra aspetta.»

Poi guardò il bambino che gli aveva chiesto scusa.

«Anche lui adesso aspetta.»

Il bambino annuì piano.

Nino sorrise.

«Allora io arrivo.»

Nessuno applaudì subito.

Non perché non volessero.

Ma perché certe parole, prima di fare rumore fuori, devono fare rumore dentro.

Poi partì un applauso.

Piano.

Sincero.

Non forte come quello del giorno prima.

Ma più vero.

Nino tornò al banco e mi passò vicino.

«Ho parlato bene?»

«Benissimo.»

«Non troppo lento?»

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto