Il bambino ignorò tutti i cuccioli e si sedette accanto al cane anziano che nessuno voleva più

Teresa dovette abbassare lo sguardo.

«Lo so.»

«Anche se non parlava.»

«Lo so.»

«Anche se dormiva.»

«Lo so.»

Matteo indicò appena Arturo col mento.

«Allora perché con lui dovrebbe essere diverso?»

Nessuno rispose.

Perché non c’era una risposta buona.

La volontaria si appoggiò alla parete.

Teresa vide che si stava mordendo l’interno della guancia.

Poi Arturo fece qualcosa.

Quasi niente.

Girò appena la testa.

Forse due centimetri.

Il naso si orientò verso la mano di Matteo.

«Hai visto?» sussurrò Teresa.

Matteo non sorrise.

Non fece il gesto che fanno gli adulti quando vogliono trasformare subito ogni piccolo segnale in una vittoria.

Restò immobile.

Arturo inspirò.

Poi richiuse gli occhi.

Una signora commentò:

«Poverino.»

Matteo si voltò.

«Perché poverino?»

La donna si trovò spiazzata.

«Beh… perché è vecchio.»

«Anche mia nonna è vecchia.»

«Matteo!»

Teresa gli diede un colpetto sulla spalla.

La signora scoppiò a ridere.

Persino la volontaria.

Matteo non capiva cosa ci fosse di buffo.

Teresa invece rideva e piangeva insieme.

«Grazie tante», borbottò. «Sessantotto anni, non novantotto.»

Per la prima volta Arturo aprì bene entrambi gli occhi.

Forse per le risate.

Forse per la voce.

Forse per niente.

Ma li aprì.

Il bambino tornò serio.

«Da quanto è qui?»

La volontaria esitò.

«Quasi un anno.»

«Un anno?»

«Sì.»

«Nessuno lo voleva?»

La donna guardò Teresa prima di rispondere.

«Una famiglia lo aveva preso.»

«E poi?»

«Lo hanno riportato.»

«Perché?»

La volontaria sospirò.

«Dicevano che era troppo tranquillo. Che non giocava. Che sembrava triste.»

Matteo corrugò la fronte.

«Ma se era appena arrivato a casa loro.»

«Lo so.»

«Quanto è rimasto?»

«Tre giorni.»

Matteo la fissò.

«Tre?»

«Tre.»

Lui guardò Arturo.

«Come fai a capire uno in tre giorni?»

Teresa si passò una mano sul viso.

Nove anni.

E aveva appena fatto una domanda che tanti adulti non si facevano più.

La volontaria continuò.

«Quando Arturo era arrivato qui, all’inizio si alzava sempre.»

«Sempre?»

«Ogni volta che sentiva passi.»

Indicò la rete.

«Veniva qui davanti. Guardava le persone. Muoveva la coda.»

Matteo ascoltava senza staccare gli occhi dal cane.

«Dopo essere tornato indietro, per qualche giorno ha continuato.»

Una pausa.

«Poi sempre meno.»

«E adesso?»

«Adesso quasi mai.»

Matteo posò di nuovo la mano a terra.

«Ha capito.»

Teresa sussurrò:

«Cosa?»

«Che tanto lo lasciano.»

Quelle cinque parole entrarono in Teresa come uno spillo.

Perché improvvisamente non stava più guardando soltanto un cane.

Stava guardando suo nipote.

Un bambino che aveva perso il nonno.

Un bambino che vedeva il padre un fine settimana ogni tanto.

Un bambino che, quando sua madre arrivava tardi dal lavoro, faceva finta di non esserci rimasto male.

Forse Matteo conosceva fin troppo bene quella sensazione.

Aspettare qualcuno.

Poi smettere di farlo.

Teresa si sedette accanto a lui.

Il pavimento era freddo.

Le ginocchia protestarono immediatamente.

«Nonna, non devi stare per terra.»

«Se ci stai tu, ci sto anch’io.»

«Poi ti fa male la schiena.»

«Mi fa male anche quando sto in piedi.»

La volontaria rise.

Teresa aggiunse:

«Alla mia età bisogna solo scegliere dove soffrire.»

Matteo sorrise finalmente.

Piccolo.

Arturo mosse un orecchio.

Passarono altri minuti.

La gente continuava ad andare e venire.

Una coppia uscì con un cucciolo.

Qualcuno applaudì.

Una bambina piangeva perché i genitori le avevano detto che avrebbero dovuto pensarci.

Un signore telefonava spiegando:

«No, quello grande no, sporca troppo.»

Vicino ad Arturo, invece, c’erano soltanto un bambino, sua nonna e una donna del rifugio.

Tre persone ferme.

La volontaria si chiamava Paola.

Lo disse dopo un po’.

«Sai, Matteo, c’è una cosa che devi sapere.»

«Cosa?»

«Arturo potrebbe vivere ancora qualche anno.»

Il bambino annuì.

«Oppure meno.»

Matteo smise di muovere le dita.

Paola continuò con delicatezza.

«Quando si prende un cane anziano bisogna essere pronti anche a questo.»

Teresa abbassò gli occhi.

Eccola.

La frase che temeva.

Perché aveva già visto Matteo perdere qualcuno.

L’idea di fargli vivere un altro addio le sembrava quasi crudele.

«Forse Paola ha ragione», disse.

Matteo la guardò.

«Su cosa?»

«Un cucciolo potrebbe restare con te molto più tempo.»

Lui rimase in silenzio.

Poi chiese:

«Quindi quelli vecchi non li deve prendere nessuno?»

«Non ho detto questo.»

«Però se tutti pensano così…»

Non finì.

Non serviva.

Teresa si strofinò le mani.

Per tutta la vita aveva fatto quello che facevano le donne della sua generazione.

Aveva messo da parte.

Aveva conservato.

Aveva riparato.

Aveva cucito calzini.

Aveva tenuto la carta regalo “che può sempre servire”.

Aveva passato quarant’anni con un marito che non buttava nemmeno una vite arrugginita.

«Una volta le cose si aggiustavano», diceva lui.

«Adesso appena qualcosa diventa vecchio, lo cambiano.»

Teresa lo prendeva in giro.

E adesso quelle parole le tornavano in testa.

Una volta le cose si aggiustavano.

Ma le persone?

Gli animali?

Le famiglie?

Chi decide quando qualcuno è diventato troppo complicato per meritare pazienza?

Matteo disse:

«Io non voglio un cane che dura di più.»

Teresa si voltò.

«Cosa vuoi allora?»

«Uno che ha bisogno di noi.»

Paola abbassò lo sguardo.

Teresa sentì il cuore cedere.

Non alla tenerezza.

Alla paura.

Perché adottare Arturo significava soldi.

Visite.

Possibili notti difficili.

Scale.

Medicine.

E significava affezionarsi a qualcuno che il tempo aveva già iniziato a portare via.

«Matteo, l’amore non basta sempre.»

Lui annuì.

«Lo so.»

Quella risposta la colpì più di un capriccio.

«Ci sono spese.»

«Posso usare i soldi che ho nel salvadanaio.»

«Quelli sono per la bicicletta.»

«Ho già la bicicletta vecchia.»

«È piccola.»

«Alzo il sellino.»

Paola si girò per nascondere un sorriso.

Teresa sospirò.

«Ci devi pensare bene.»

«Ci sto pensando.»

«Non basta volerlo oggi.»

«Nonna.»

«Dimmi.»

«Tu dicevi sempre che il nonno era testardo.»

«Era insopportabile.»

«Però non lo hai riportato indietro.»

Paola tossì per coprire una risata.

Teresa guardò il nipote come se volesse rimproverarlo.

Poi le uscì una risata anche a lei.

«Tuo nonno non l’avevo preso al canile.»

«Però a volte volevi lasciarlo fuori sul balcone.»

«Quello sì.»

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto