Risero.
E proprio allora Arturo sollevò lentamente la testa.
Non molto.
Abbastanza.
Guardò prima Matteo.
Poi Teresa.
La stanza sembrò restringersi.
Paola si accovacciò davanti alla porticina.
«Vuoi provare una cosa?»
Matteo annuì.
«Apriamo.»
«Esce?»
«Non lo so.»
La serratura fece un piccolo rumore metallico.
Arturo non si mosse.
Paola aprì lentamente il cancelletto.
«Nessuno lo chiami.»
Matteo mantenne la mano sul pavimento.
Teresa trattenne il respiro.
Arturo rimase sdraiato.
Cinque secondi.
Dieci.
Quindici.
Un uomo alle loro spalle disse piano:
«Non verrà.»
Paola non rispose.
Matteo nemmeno.
Arturo appoggiò le zampe anteriori davanti a sé.
Poi fece forza.
Il movimento fu lento.
Un po’ goffo.
Per un attimo una zampa posteriore scivolò.
Teresa ebbe l’istinto di aiutarlo.
Paola la fermò con un gesto.
Arturo si alzò.
Restò fermo.
Guardò l’apertura.
Oltre la porta c’erano rumori.
Persone.
Scarpe.
Odori sconosciuti.
E un bambino seduto per terra.
Matteo non disse:
«Vieni.»
Non batté le mani.
Non fece promesse.
Aspettò.
Arturo fece un passo.
Poi un altro.
Uscì dal recinto.
Qualcuno smise di parlare.
Il cane avanzò lentamente.
Non verso Paola.
Non verso Teresa.
Andò davanti a Matteo.
Si fermò.
Il bambino sollevò gli occhi.
Erano quasi alla stessa altezza.
Arturo avvicinò il muso.
Annusò la mano.
Una volta.
Poi la seconda.
Infine fece una cosa che Paola disse di non avergli visto fare da mesi.
Appoggiò il mento sul ginocchio di Matteo.
Nessuno parlò.
Teresa si portò una mano alla bocca.
Matteo non pianse.
Gli accarezzò piano la testa.
Una sola volta.
«Ciao, Arturo.»
Il cane chiuse gli occhi.
Fuori dal recinto, nel corridoio, la gente cominciò ad avvicinarsi.
Non troppo.
Come quando in chiesa qualcuno sta pregando e non vuoi disturbare.
La signora che prima aveva detto “poverino” si asciugò un occhio.
L’uomo che pensava che il bambino non sapesse scegliere guardò altrove.
Una bambina chiese:
«Mamma, perché quel cane non lo voleva nessuno?»
La madre rimase in silenzio.
Poi rispose:
«Forse perché nessuno aveva avuto abbastanza pazienza.»
Teresa guardò Arturo.
Poi Matteo.
E capì che la decisione era già stata presa.
Non dal bambino.
Non dal cane.
Da qualcosa di più antico.
Quella strana cosa che nelle famiglie chiamano destino soltanto quando non trovano una spiegazione migliore.
Ma il problema arrivò mezz’ora dopo.
Seduti nel piccolo ufficio del rifugio, Paola mise davanti a Teresa alcuni fogli.
Controlli veterinari.
Terapia per le articolazioni.
Indicazioni per l’alimentazione.
Possibili spese future.
Teresa lesse.
E il coraggio le scese nelle scarpe.
«Non so se posso permettermelo.»
Lo disse piano.
Matteo era seduto accanto ad Arturo.
Il cane dormiva con il muso vicino alla sua scarpa.
Paola annuì.
«Capisco.»
Nessuno fece pressione.
Era questo il peggio.
Se qualcuno le avesse detto “deve prenderlo”, Teresa avrebbe potuto arrabbiarsi.
Invece Paola disse soltanto:
«È giusto pensarci.»
Teresa guardò il nipote.
Matteo non supplicò.
Non fece scenate.
Accarezzava Arturo tra le orecchie.
Poi disse:
«Se non possiamo, io vengo qui a trovarlo.»
Teresa sentì qualcosa rompersi.
«Ogni sabato?»
«Anche ogni domenica.»
«La domenica si pranza dalla zia.»
Matteo la guardò.
«Possiamo mangiare dopo.»
Teresa quasi rise.
Nella loro famiglia spostare il pranzo della domenica era più grave di cambiare città.
Alle dodici e trenta si mangiava.
Alle dodici e quarantacinque si discuteva.
Alle tredici e dieci qualcuno diceva che il sugo era migliore l’anno prima.
Alle quattordici usciva il dolce.
Era legge.
Quella sera Teresa raccontò tutto alla figlia.
Come previsto, la discussione scoppiò durante il pranzo della domenica.
«Un cane di tredici anni?»
Lo zio Carlo lasciò cadere la forchetta nel piatto.
«Mamma, ma sei impazzita?»
Teresa continuò a tagliare l’arrosto.
«Non ho detto che lo prendo.»
«Per fortuna.»
Matteo abbassò gli occhi.
Sua madre intervenne.
«Carlo, basta.»
«Basta cosa? Sto dicendo la verità.»
«È sempre una bella idea, la verità, quando riguarda i soldi degli altri», rispose Teresa.
A tavola calò quel silenzio tipico delle famiglie che si conoscono troppo bene.
Carlo bevve acqua.
«Io dico solo che hai una pensione normale.»
«Lo so quanto prendo.»
«E se poi il cane si ammala?»
«Ci penseremo.»
«Chi è “ci”?»
La domanda rimase appesa.
Teresa posò le posate.
«Non ti sto chiedendo un euro.»
Carlo sbuffò.
«Non è quello.»
«Allora cos’è?»
«È che ti carichi sempre tutto addosso.»
Questa volta Teresa non rispose.
Perché quella era la verità.
Da quarant’anni.
Figli.
Nipoti.
Marito.
Genitori anziani.
Problemi.
Bollette.
Lei aveva sempre raccolto quello che gli altri lasciavano cadere.
Matteo parlò.
«Nonna non deve pagare tutto.»
Carlo si voltò.
«E chi paga, tu?»
«Sì.»
Qualcuno sorrise.
Matteo no.
«Ho centotrentadue euro.»
Teresa chiuse gli occhi.
Carlo si passò una mano sulla fronte.
«Matteo…»
«E posso non comprare la bicicletta.»
«Non funziona così.»
«Perché?»
«Perché sei un bambino.»
Matteo abbassò la voce.
«Però Arturo è vecchio adesso. Non quando sarò grande.»
Nessuno toccò più il cibo per alcuni secondi.
Fu la zia Anna, quella che parlava meno di tutti, a rompere il silenzio.
«Quanto costa la medicina?»
Teresa la guardò.
«Anna.»
«Ho chiesto quanto costa.»
«Dipende.»
«Più o meno.»
Teresa disse la cifra.
Anna annuì.
«Un mese lo pago io.»
Carlo la fissò.
«Ma cosa state facendo?»
La madre di Matteo alzò la mano.
«Un mese io.»
«Siete serie?»
La zia Anna indicò il vino.
«Tu la domenica spendi quasi la stessa cifra per portare bottiglie che nessuno ti chiede.»
«Non è vero.»
«È verissimo.»
Teresa scoppiò a ridere.
Poi rise la figlia.
Poi Matteo.
Infine perfino Carlo.
Il pranzo che doveva decidere se Arturo fosse “un problema” diventò una colletta.
Non una colletta vera.
Nessuno era ricco.
Ognuno mise quello che poteva.
Carlo, brontolando per non perdere la reputazione, disse che avrebbe pagato la prima visita.
La vicina del piano di sotto seppe la storia e regalò una cuccia che era stata del suo vecchio cane.
Il fruttivendolo del quartiere aveva una coperta spessa inutilizzata.
Il falegname in pensione del palazzo costruì una piccola rampa per evitare ad Arturo i gradini dell’ingresso.
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