Tra decine di cani che abbaiavano per farsi scegliere, ce n’era uno immobile da tre mesi. Carlo uscì dal rifugio… poi tornò indietro.
Carlo aveva già una mano sulla portiera della macchina quando si fermò.
Dietro di lui, oltre il cancello del rifugio, i cani continuavano ad abbaiare.
Lui invece sentiva soltanto quel silenzio.
Il silenzio di un Golden Retriever sdraiato nell’ultimo box.
Lo stesso silenzio che da quasi due anni riempiva casa sua.
Carlo chiuse gli occhi.
«Ma che sto facendo…»
Aveva sessantasette anni.
Una pensione modesta, una casa troppo grande alla periferia di un paese dell’Emilia e una cucina dove, ogni mattina, continuava a preparare due tazzine di caffè.
La seconda restava lì.
Fredda.
Accanto alla zuccheriera.
Sua moglie Anna era morta ventidue mesi prima.
E Carlo non aveva ancora avuto il coraggio di spostare la sua tazza preferita dal pensile.
Quella con una piccola sbeccatura sul bordo.
«Buttala via almeno quella», gli diceva sua figlia Elena.
«Papà, non puoi vivere in un museo.»
Carlo non rispondeva mai.
Un museo, forse.
Ma era il suo museo.
Ogni oggetto gli ricordava che per quarantadue anni qualcuno aveva condiviso con lui il pane, le bollette, le litigate, le vacanze economiche in riviera, i Natali troppo rumorosi e le domeniche con il ragù che cominciava a sobbollire alle otto del mattino.
Dopo Anna era rimasto soltanto il ticchettio dell’orologio in corridoio.
E quella domenica Carlo non lo sopportava più.
Così era salito sulla vecchia utilitaria senza sapere bene dove andare.
Aveva comprato il giornale.
Bevuto un caffè al bar della piazza.
Camminato davanti alla chiesa mentre usciva la gente dalla messa.
Poi, tornando verso casa, aveva visto un cartello.
Rifugio per animali.
Non voleva un cane.
Se l’era ripetuto almeno tre volte mentre parcheggiava.
«Guardo e basta.»
Dentro, però, era stato un errore.
Un errore enorme.
Appena aveva aperto la porta, decine di abbai gli erano arrivati addosso come un’onda.
Cani grandi.
Cani piccoli.
Code contro le grate.
Zampe che cercavano spazio.
Occhi che sembravano dire tutti la stessa cosa.
Guardami.
Scegli me.
Portami via.
Carlo aveva infilato entrambe le mani nelle tasche del giubbotto.
Era un vecchio vizio.
Quando non sapeva cosa fare con le emozioni, nascondeva le mani.
Una volontaria sui trent’anni gli si era avvicinata.
Capelli raccolti male, scarpe sporche di fango e una cartellina stretta al petto.
«Cerca qualcosa in particolare?»
«No.»
Carlo si era schiarito la voce.
«Anzi, non cerco proprio niente.»
Lei aveva sorriso.
«È quello che dicono in molti.»
Carlo non aveva ricambiato il sorriso.
Aveva cominciato a camminare.
Davanti al primo box, un meticcio bianco e nero saltava come una molla.
«Quattro anni», aveva spiegato la volontaria. «Molto affettuoso.»
Carlo aveva annuito.
Nel secondo box c’era una cagnolina piccola che infilava il muso tra le sbarre.
Nel terzo un cane anziano con il pelo grigio intorno agli occhi.
Più avanti, un meticcio color miele gli si era avvicinato immediatamente.
Coda impazzita.
Occhi vivi.
Sembrava perfetto.
Carlo si era chinato appena.
Il cane aveva spinto il muso contro la rete.
Per un istante Carlo aveva pensato che forse un animale così avrebbe riempito la casa.
Rumore.
Passeggiate.
Ciotole.
Un motivo per alzarsi.
«Questo è bravo», aveva detto la volontaria. «Gli piace stare con le persone.»
Carlo aveva annuito di nuovo.
«Si vede.»
Eppure aveva continuato a camminare.
Non sapeva nemmeno perché.
Poi aveva notato qualcosa.
O meglio, aveva notato l’assenza di qualcosa.
Nell’ultimo box non c’era nessun rumore.
Un Golden Retriever era sdraiato in fondo, vicino al muro.
Pelo dorato, ormai opaco.
Corpo robusto.
Non sembrava malato.
Non sembrava ferito.
Ma non abbaiava.
Non scodinzolava.
Non alzava neppure la testa.
Carlo aveva rallentato.
«Dorme?»
La volontaria aveva esitato.
«No.»
Carlo si era avvicinato.
Il cane respirava lentamente.
Regolare.
«Come si chiama?»
«Bruno.»
Un nome semplice.
Da uomo più che da cane.
Carlo aveva quasi sorriso.
«E che ha Bruno?»
«Fisicamente niente.»
La donna aveva abbassato lo sguardo sulla cartellina.
«È stato visitato più volte.»
«Allora perché sta così?»
Lei aveva stretto le labbra.
«Non reagisce.»
«A cosa?»
«Alle persone. Ai richiami. Ai giochi. Ai visitatori.»
Carlo aveva guardato il cane.
Bruno teneva gli occhi chiusi.
«Morde?»
«Mai.»
«Ringhia?»
«No.»
«Non mangia?»
«Mangia.»
«Cammina?»
«Quando lo portiamo fuori, sì.»
Carlo aveva aggrottato la fronte.
«E allora?»
La volontaria aveva sospirato.
«Crediamo che abbia semplicemente smesso di provarci.»
Quelle parole gli erano rimaste addosso.
Smesso di provarci.
Carlo aveva guardato gli altri box.
Tutti quei cani facevano qualcosa per essere notati.
Saltavano.
Abbaiavano.
Piangevano.
Bruno no.
«Da quanto è qui?»
«Quasi tre mesi.»
Carlo aveva fischiato piano.
Tre mesi.
Novanta giorni ad assistere al passaggio di persone che guardavano altri cani.
Novanta giorni senza chiedere niente.
«La gente lo vede così e tira dritto», aveva aggiunto la volontaria.
«Capisco.»
Carlo aveva fatto un passo indietro.
E proprio in quel momento aveva deciso che non voleva saperne altro.
Perché conosceva quella sensazione.
Quando smetti di telefonare agli amici perché ogni volta ti chiedono come stai.
Quando dici a tua figlia che hai già mangiato per evitare l’invito della domenica.
Quando chiudi le persiane prima che faccia buio.
Quando non chiedi più compagnia perché hai paura che qualcuno venga solo per pietà.
Carlo aveva voltato le spalle.
Era tornato davanti al meticcio color miele.
Il cane aveva subito scodinzolato.
«Questo sarebbe più facile», aveva detto la volontaria.
Carlo l’aveva guardata.
«Più facile per chi?»
Lei non aveva risposto.
Lui aveva passato qualche secondo davanti al box.
Poi si era raddrizzato.
«Grazie. Ci penso.»
Era uscito.
Senza voltarsi.
Aveva attraversato il cortile.
Aperto la portiera.
Seduto al posto di guida.
Messo le mani sul volante.
Ma non aveva girato la chiave.
Il rifugio alle sue spalle continuava a riempire l’aria di abbai.
Carlo guardava il parabrezza.
Tre mesi.
Quelle due parole gli martellavano in testa.
«Non sono affari miei.»
Le aveva dette ad alta voce.
Negli ultimi due anni aveva imparato a parlare da solo.
All’inizio gli faceva paura.
Poi era diventato normale.
«Non sono affari miei.»
Questa volta lo aveva detto più forte.
Ma la mano non si era mossa verso la chiave.
Invece Carlo aveva pensato a una mattina di novembre.
Anna era già molto debole.
Lui continuava a chiederle cosa volesse per colazione.
«Niente.»
«Un tè?»
«No.»
«Un biscotto?»
«No.»
«Una fetta di pane?»
Lei si era irritata.
«Carlo, ho detto niente.»
Lui era uscito dalla stanza arrabbiato.
Solo molti giorni dopo aveva capito.
Anna non aveva smesso di avere bisogno di lui.
Aveva smesso di chiedere.
Perché era stanca di essere aiutata.
Stanca di sentirsi un peso.
Carlo serrò le dita sul volante.
Guardò nello specchietto.
Il cancello del rifugio.
Poi scosse la testa.
«Accidenti a te, Anna.»
Scese dalla macchina.
Quando rientrò nel rifugio, la volontaria lo vide e sollevò le sopracciglia.
«Ha dimenticato qualcosa?»
Carlo tirò dritto.
«Forse.»
Superò tutti i box.
I cani ricominciarono ad agitarsi.
Uno saltò così forte che fece scivolare una ciotola.
Un altro abbaiò con voce acuta.
Carlo non si fermò.
Arrivò all’ultimo box.
Bruno era ancora lì.
Identico.
Sdraiato.
Immobile.
«Sempre uguale», disse la volontaria, raggiungendolo.
Carlo non rispose.
Stavolta rimase davanti alla rete più a lungo.
Un minuto.
Forse due.
Poi notò qualcosa.
Bruno non era rannicchiato.
Non tremava.
Non teneva la testa nascosta.
Era sdraiato con le zampe davanti e il corpo composto.
Quasi dignitoso.
Come certi vecchi del paese che sedevano sulla panchina in piazza e dicevano di non avere bisogno di nessuno.
Carlo conosceva quel genere di dignità.
Spesso era soltanto dolore ben pettinato.
Dietro di lui un cane abbaiò.
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