Tra decine di cani che abbaiavano, Carlo tornò indietro proprio per quello che non chiedeva più nulla

Bruno avanzò.

Ancora un passo.

Poi chinò il muso.

Il suo naso toccò appena le dita di Carlo.

Un contatto leggerissimo.

Quasi niente.

Eppure Carlo chiuse gli occhi.

Perché in quel momento gli sembrò di sentire Anna.

Non una voce.

Non una frase.

Soltanto quella sensazione che aveva avuto tante volte quando lei, passando dietro la sua sedia, gli posava una mano sulla spalla.

Come per dire:

Sono qui.

Carlo aprì gli occhi.

Bruno era ancora davanti a lui.

«Va bene.»

La voce gli si spezzò.

«Questo basta.»

Il cane annusò di nuovo la sua mano.

Carlo si alzò con fatica.

Le ginocchia protestarono.

«Ahi.»

Per la prima volta, la coda di Bruno si mosse.

Una volta sola.

Talmente poco che Carlo pensò di averlo immaginato.

Guardò la volontaria.

«L’ha visto?»

Lei annuì.

Aveva gli occhi lucidi.

Carlo indicò Bruno.

«Lo porto a casa.»

La volontaria rimase immobile.

«È sicuro?»

La domanda lo colpì.

Quante volte, dopo la morte di Anna, qualcuno gli aveva chiesto se fosse sicuro?

Sicuro di voler restare in quella casa.

Sicuro di non voler vendere.

Sicuro di non voler andare a vivere vicino alla figlia.

Sicuro di stare bene.

Carlo guardò Bruno.

«No.»

La volontaria sembrò sorpresa.

«No?»

«Non sono sicuro di niente.»

Fece una pausa.

«Ma credo che sia così che funzionano le cose importanti.»

Quella stessa sera Bruno entrò nella casa di Carlo.

Non corse.

Non annusò ogni angolo come fanno molti cani.

Varcò la porta lentamente.

Si fermò nell’ingresso.

Carlo rimase dietro di lui.

«Eccoci.»

La casa era buia.

Carlo accese la luce.

Bruno guardò il corridoio.

Le fotografie sulle pareti.

Il mobile con il telefono fisso.

Il vecchio portaombrelli.

Poi avanzò.

In cucina si fermò.

Sul tavolo c’erano ancora due tovagliette.

Carlo le guardò.

Aveva sempre apparecchiato così.

Una per lui.

Una davanti alla sedia di Anna.

All’improvviso provò imbarazzo.

Come se Bruno potesse giudicarlo.

«Lo so.»

Tolse lentamente la seconda tovaglietta.

La piegò.

Stava per metterla nel cassetto.

Poi si fermò.

Bruno si era seduto accanto alla sedia vuota.

Carlo sentì un nodo alla gola.

«No.»

Posò di nuovo la tovaglietta.

«Questa resta.»

Bruno abbassò il muso.

Quella notte Carlo preparò una cuccia in soggiorno.

Cuscino.

Coperta.

Ciotola d’acqua.

Tutto perfetto.

Alle due e venti si svegliò.

Non sapeva perché.

Aprì gli occhi.

La stanza era buia.

Per un secondo, come sempre, cercò istintivamente Anna dall’altro lato del letto.

Poi ricordò.

Il dolore arrivò puntuale.

Ma insieme al dolore c’era un suono nuovo.

Un respiro.

Carlo accese la lampada.

Bruno era sdraiato appena fuori dalla porta della camera.

Non nella cuccia.

Sul pavimento.

Con il muso sulle zampe.

«Che fai lì?»

Il cane sollevò gli occhi.

Carlo lo fissò.

Poi guardò il lato vuoto del letto.

«Già.»

Spense la luce.

«Fai come vuoi.»

La mattina dopo, Carlo entrò in cucina.

Prese due tazzine.

Le appoggiò sul tavolo.

Poi rimase immobile.

Guardò la seconda.

Sospirò.

La rimise nel pensile.

Per la prima volta dopo ventidue mesi.

Non pianse.

Non ci fu nessun gesto teatrale.

Nessuna musica.

Solo una tazzina che tornava al suo posto.

Carlo riempì invece una ciotola d’acqua.

Bruno entrò lentamente.

«Uno beve caffè.»

Indicò se stesso.

«L’altro acqua.»

Bruno inclinò appena la testa.

Carlo sorrise.

Era la prima volta che sorrideva da solo in cucina senza sentirsi in colpa.

Le settimane successive furono strane.

Bruno non diventò improvvisamente il cane allegro delle fotografie.

Non correva incontro agli estranei.

Non saltava.

Non faceva feste esagerate.

Ma seguiva Carlo.

In silenzio.

Dal soggiorno alla cucina.

Dalla cucina all’orto.

Dall’orto al piccolo garage dove Carlo aggiustava cose che non avevano davvero bisogno di essere aggiustate.

Ogni pomeriggio uscivano.

All’inizio soltanto fino all’angolo.

Poi fino alla piazza.

Al paese tutti conoscevano Carlo.

Non abbastanza da sapere davvero come stava.

Ma abbastanza da sapere tutto il resto.

«Carlo! Hai preso un cane?»

La signora Teresa del negozio di alimentari uscì praticamente sulla strada.

Carlo sollevò una mano.

«Pare di sì.»

Teresa guardò Bruno.

«Bello. Un po’ serio.»

Carlo abbassò lo sguardo verso il cane.

«Andiamo d’accordo per quello.»

La voce si sparse.

Nel giro di tre giorni Carlo ricevette più visite che negli ultimi tre mesi.

Un vicino portò dei biscotti per cani.

Un ex collega volle accompagnarlo a passeggio.

La signora del piano accanto arrivò con una vecchia coperta.

«Era di mio marito. La teneva in macchina.»

Carlo la guardò.

Lei abbassò gli occhi.

Anche suo marito non c’era più.

«A Bruno farà caldo», disse.

Carlo prese la coperta.

«Grazie.»

Fu allora che capì qualcosa.

Nel paese tutti avevano un silenzio da qualche parte.

Una sedia vuota.

Un figlio lontano.

Una fotografia che faceva male.

Una pensione troppo piccola.

Una casa diventata grande.

Una telefonata che non arrivava.

Solo che nessuno ne parlava.

Bruno cominciò a diventare una scusa.

Una scusa per fermarsi.

Per dire due parole.

Per chiedere «come va?» e aspettare davvero la risposta.

Una mattina, mentre Carlo passeggiava in piazza, un uomo di ottant’anni gli si avvicinò.

Si chiamava Gino.

Vedovo anche lui.

«Posso accarezzarlo?»

Carlo guardò Bruno.

«Se lui vuole.»

Gino tese la mano.

Bruno rimase fermo.

Poi si avvicinò.

Gino lo accarezzò lentamente sulla testa.

«Avevo un cane così quando ero ragazzo.»

La sua voce cambiò.

«Dormiva fuori dalla porta quando tornai dal servizio militare.»

Carlo non disse nulla.

Gino continuò a carezzarlo per quasi cinque minuti.

Quando andò via, aveva gli occhi rossi.

Da quel giorno arrivò ogni mattina alla stessa ora.

Bruno lo aspettava.

Poi arrivò Teresa.

Poi Luciano, che viveva solo da quando il figlio era partito all’estero.

Poi Franca, che aveva perso la sorella.

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