Tra decine di cani che abbaiavano, Carlo tornò indietro proprio per quello che non chiedeva più nulla

L’orecchio destro di Bruno si mosse.

Appena.

Carlo si bloccò.

«Ha mosso l’orecchio.»

La volontaria annuì.

«Ogni tanto lo fa.»

«Quindi sente.»

«Certo che sente.»

Carlo la fissò.

«E allora non è assente.»

Lei rimase in silenzio.

«Sta ascoltando.»

Bruno non si mosse.

Carlo indicò il cancelletto.

«Posso entrare?»

«Se vuole.»

«Non voglio fare niente.»

«Forse è meglio.»

La volontaria aprì.

Il piccolo clic della serratura sembrò più forte di tutti gli abbai.

Carlo entrò.

Bruno non reagì.

L’uomo si avvicinò soltanto fino a metà box.

Poi si sedette sul pavimento.

Il cemento era gelido attraverso i pantaloni.

A sessantasette anni sedersi per terra non era più un gesto elegante.

Alzarsi sarebbe stato anche peggio.

Ma Carlo rimase lì.

Non chiamò il cane.

Non schioccò le dita.

Non tirò fuori biscotti.

Non cercò di accarezzarlo.

Guardò semplicemente il pavimento.

Passarono diversi secondi.

Poi Carlo parlò.

«Sai una cosa? Io un cane non lo volevo.»

Nessuna reazione.

«E probabilmente tu non vuoi me.»

Bruno respirava.

Carlo si sfregò le mani.

«Quindi siamo già d’accordo su qualcosa.»

La volontaria, dietro il cancello, sorrise appena.

Carlo continuò.

«Casa mia è grande. Troppo grande.»

Si fermò.

Non aveva programmato quel discorso.

Le parole uscivano da sole.

«Prima non sembrava grande. C’era mia moglie.»

Bruno non si mosse.

«Anna.»

Carlo abbassò lo sguardo.

«Parlava sempre. Una cosa incredibile. Anche dal bagno riusciva a continuare una discussione iniziata in cucina.»

Una risata gli morì quasi subito in gola.

«Dicevo che mi faceva venire il mal di testa.»

Il cane continuava a stare fermo.

«Adesso pagherei per sentirla lamentarsi perché ho lasciato le scarpe in corridoio.»

Carlo inspirò.

Il petto gli fece male in quel punto preciso dove il dolore si era sistemato da quasi due anni.

«Ogni mattina preparo ancora due caffè.»

Silenzio.

«Una stupidaggine.»

La voce cominciò a tremargli.

«So che non torna.»

Dietro il cancello la volontaria smise di sorridere.

Carlo continuò a fissare il pavimento.

«Lo so benissimo.»

Una pausa.

«Ma certe mattine apro ancora la porta della camera piano, per non svegliarla.»

A quel punto accadde.

Bruno sollevò la testa.

Pochissimo.

Carlo non se ne accorse subito.

La volontaria invece sì.

Trattenne il respiro.

Il cane rimase con il muso appena sollevato.

Poi aprì gli occhi.

Carlo continuava a parlare.

«Mia figlia dice che devo ricominciare a vivere.»

Una smorfia.

«Facile dirlo.»

Bruno lo osservava.

«Tutti ti dicono “devi andare avanti”. Nessuno ti spiega dove.»

Carlo alzò finalmente gli occhi.

E incontrò quelli del cane.

Si immobilizzò.

Non erano occhi spenti.

Erano occhi stanchi.

C’era una differenza enorme.

Bruno lo stava guardando.

Davvero.

Non oltre lui.

Non attraverso lui.

Proprio lui.

Carlo deglutì.

«Ah.»

Il cane non abbassò lo sguardo.

«Eccoti.»

La volontaria fece un piccolo passo verso il cancello.

«Non lo fa quasi mai.»

Carlo alzò lentamente una mano per zittirla.

Non voleva rompere niente.

Rimase immobile.

Bruno pure.

Due creature testarde in un box di cemento.

Una aveva quattro zampe.

L’altra portava ancora al dito la fede nuziale.

Dopo qualche secondo la volontaria parlò a bassa voce.

«Forse dovrebbe sapere una cosa.»

Carlo non distolse gli occhi dal cane.

«Cosa?»

«Bruno non è stato abbandonato.»

L’uomo aggrottò appena la fronte.

«Il suo padrone era un signore anziano.»

La volontaria fece una pausa.

«Vivevano soli.»

Carlo sentì qualcosa stringergli lo stomaco.

«L’uomo è morto in casa.»

Bruno sbatté lentamente le palpebre.

«I vicini se ne sono accorti perché Bruno continuava a stare dietro alla porta. Quando sono entrati, lui era accanto al suo padrone.»

Carlo abbassò lo sguardo.

«Per quanto?»

«Diverse ore, probabilmente.»

La volontaria continuò con delicatezza.

«Quando lo hanno portato qui, il primo giorno abbaiava.»

Carlo strinse la mascella.

«Il secondo anche.»

Una pausa.

«Poi sempre meno.»

Bruno continuava a guardarlo.

«Dopo qualche settimana ha smesso.»

Carlo annuì molto lentamente.

Adesso capiva.

Fin troppo.

«Non ha smesso di sentire.»

«No.»

«Ha smesso di chiedere.»

La volontaria rimase in silenzio.

Carlo conosceva bene quella forma di dolore.

Non quella che grida.

Quella che si mette seduta.

Quella che paga le bollette.

Quella che risponde «tutto bene» al telefono.

Quella che compra il pane anche se non ha fame.

Quella che continua a vivere senza voler disturbare nessuno.

«Ti aspettavi che tornasse, vero?» sussurrò Carlo.

Le orecchie di Bruno si mossero leggermente.

«Anch’io.»

Carlo inspirò piano.

«Per parecchio tempo.»

Il cane si spostò.

Solo qualche centimetro.

La volontaria spalancò gli occhi.

Carlo invece non fece nulla.

Non allungò la mano.

Non lo chiamò.

Aveva imparato una cosa con Anna durante gli ultimi mesi.

A volte amare qualcuno significava non costringerlo a reagire per rassicurarti.

Così aspettò.

Bruno lo guardò.

Carlo guardò Bruno.

Passò quasi un minuto.

Poi il cane appoggiò una zampa davanti.

Si sollevò lentamente.

Le zampe posteriori tremarono appena per l’inattività, ma reggevano.

Carlo sentì il cuore accelerare.

Bruno era in piedi.

La volontaria si portò una mano alla bocca.

«Non gli dica niente», mormorò Carlo.

Bruno fece un passo.

Si fermò.

Carlo lasciò la mano appoggiata sul pavimento.

Palmo rivolto verso l’alto.

Un altro passo.

Il cane si fermò di nuovo.

Il naso si mosse.

Carlo sentiva il proprio respiro come se fosse troppo rumoroso.

«Decidi tu», sussurrò.

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