Il bambino mi si aggrappò alla gamba al distributore e mi chiamò papà davanti a sua madre in lacrime

Tommaso mi guardò.

“Tu vieni? Non devi dire che sei mio papà. Devi solo esserci.”

Mi passai una mano sulla barba.

“Tommaso…”

“Per favore. L’anno scorso c’era il nonno. Quest’anno non c’è più. E la mamma non può stare al tavolo dei papà.”

Sara stava piangendo in silenzio.

“Vengo,” dissi.

Il venerdì mi misi l’unica camicia pulita che avevo. Lasciai il gilet del motoclub in pensione. Cercai di sembrare uno che apparteneva a una scuola elementare.

Tommaso si era messo al collo la piastrina di suo padre. La teneva sempre addosso, sotto la maglietta. Quel giorno l’aveva tirata fuori.

La sala era piena di padri, nonni, zii, caffè tiepido e dolci fatti in casa. Tommaso mi presentò agli altri bambini così:

“Questo è Luca. Va in moto e sa fischiare.”

Durante la mattinata la maestra chiese ai bambini di dire una cosa bella sulla persona che avevano accanto.

Quando toccò a Tommaso, lui si alzò in piedi.

Era piccolo, con le scarpe slacciate e il nodo alla gola. Ma parlò chiaro.

“Il mio papà si chiamava Davide Rinaldi. È morto quando era lontano per lavoro e per aiutare gli altri. Non può stare qui. Allora è venuto Luca. Luca ha perso suo figlio Michele. Io ho perso il mio papà. Per questo capiamo il dolore dell’altro. Luca mi sta insegnando a fischiare come doveva fare papà. Mi sta insegnando le moto. E quando faccio gli incubi, lui resta. Non è il mio papà, ma penso che al mio papà piacerebbe.”

Nella sala cadde un silenzio che sembrava quasi una preghiera.

Poi una maestra cominciò ad applaudire.

Poi un padre.

Poi tutti.

Un uomo anziano, col cappello in mano e una piccola spilla militare sulla giacca, si asciugò gli occhi.

Tommaso si sedette e mi afferrò la mano sotto il tavolo.

“Ho parlato bene?”

“Benissimo, piccolo.”

Dopo, quell’uomo con la spilla si avvicinò.

“Conoscevo Davide,” disse. “Era una brava persona.”

“Io no.”

“Ma stai aiutando suo figlio.”

“Ci provo.”

Mi porse un biglietto con il numero di una piccola associazione per famiglie che avevano perso qualcuno in servizio.

“Ci servirebbe qualcuno come te. Uno che sappia stare vicino senza fare troppi discorsi.”

“Io non sono speciale.”

Lui guardò Tommaso, che in quel momento stava mostrando il disegno della mia moto a un altro bambino.

“Non mi pare che quel bambino sia d’accordo.”

Quel sabato insegnai a Tommaso ad andare in bicicletta.

Davide aveva promesso che l’avrebbe fatto lui. Non aveva fatto in tempo.

Andammo in un parco poco fuori città. Lo stesso dove anni prima avevo insegnato a Michele.

Le gambe mi tremavano quasi più del bambino.

“Non mollare!” urlava Tommaso mentre correvo dietro al sellino.

“Non mollo!”

In realtà avevo già mollato da qualche secondo. Ma lui ancora non lo sapeva.

Pedalava da solo.

Quando se ne accorse, frenò male e finì per terra. Per un attimo mi si fermò il sangue.

Poi scoppiò a ridere.

Una risata vera. Piena. Larga.

La prima da quando l’avevo conosciuto.

“Luca! L’hai visto? Sto andando da solo!”

“Ti ho visto, eccome.”

“Secondo te papà mi ha visto?”

Lo guardai. Mi guardò.

“Sì,” dissi. “Secondo me sì.”

Sara corse ad abbracciarlo. Mi guardò sopra la testa di suo figlio e sulle labbra lessi un grazie che non disse ad alta voce.

Quella notte Tommaso fece l’incubo peggiore.

Ma stavolta non chiamava suo padre.

Chiamava Michele.

“Io non volevo rubarti Luca! Scusa! Scusa!”

Corsi in camera.

Era seduto sul letto, sveglio ma mezzo perso.

“Tommaso, ehi. Guardami. Sono qui.”

“Ho sognato Michele,” singhiozzò. “Era arrabbiato perché ti ho preso io.”

Mi sedetti accanto a lui e, per la prima volta, lo abbracciai davvero.

Un abbraccio pieno, non uno di passaggio.

“No, piccolo. Michele non sarebbe arrabbiato.”

“Sei sicuro?”

“Sicurissimo. Mio figlio era uno che non sopportava vedere qualcuno stare male. Se sapesse che io sono qui con te, sarebbe contento.”

Tommaso mi si strinse addosso.

“Davvero?”

“Davvero.”

“E magari lui e il mio papà si conoscono proprio.”

“Magari sì.”

Appoggiò la testa sul mio petto.

“Luca?”

“Dimmi.”

“Ti voglio bene.”

Mi colpì come un pugno.

Quel bambino che non era mio, che conoscevo da poco, mi stava offrendo qualcosa che io avevo paura perfino di nominare.

Gli baciai i capelli.

“Anch’io te ne voglio, piccolo.”

Si addormentò tra le mie braccia.

Io rimasi seduto lì fino all’alba.

In cucina trovai Sara già sveglia, col caffè pronto.

“Ti vuole bene,” disse.

“Lo so.”

“Io comincio a volertene anch’io.”

La guardai.

“Non in quel senso,” chiarì subito, quasi imbarazzata. “O forse non so ancora in che senso. Ma ti voglio bene per quello che stai facendo. Perché ci sei. Perché non scappi ogni volta che diventa difficile.”

“Io prima o poi gli farò male.”

“Se te ne vai, sì.”

“Non so più se me ne andrò.”

Entrò Elena con la borsa in mano.

“Ho pensato a una cosa,” disse secca. “Dietro casa c’è il mini appartamento del nonno. È vuoto da quando lui non c’è più.”

“Elena…”

“Non è carità. Paghi un affitto giusto, mese per mese. Se vuoi resti, se vuoi vai. Ma Tommaso ha bisogno di stabilità. E anche tu mi sembri uno che ogni tanto dovrebbe smettere di dormire dove capita.”

Non risposi subito.

“Non posso sostituire Davide.”

“E chi te l’ha chiesto?” disse Elena. “Tommaso non ha bisogno di un rimpiazzo. Ha bisogno di Luca. A quanto pare gli basta.”

Una settimana dopo mi trasferii lì.

I Corvi d’Acciaio pensarono che fossi impazzito. Bruno invece no.

“Fratello,” mi disse al telefono, “mi sa che stai tornando vivo.”

Tommaso mi aiutò a portare dentro le poche cose che avevo: una borsa, qualche attrezzo, due giacche, una fotografia di Michele che tenevo nascosta da anni.

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