Il bambino mi si aggrappò alla gamba al distributore e mi chiamò papà davanti a sua madre in lacrime

Dopo, per non impazzire, avevo cominciato a macinare strada. Poi avevo trovato i Corvi d’Acciaio, un motoclub fatto di uomini rotti in modi diversi, gente che non faceva troppe domande e capiva che a volte il rumore del motore è l’unica cosa che ti impedisce di sentire i fantasmi.

Ma quella notte, con la mano di Tommaso nella mia, non stavo più scappando. O almeno, non nello stesso modo.

“Se vuoi,” disse Sara, “puoi seguirci fino a Verona. Poi… poi si vedrà.”

Avrei dovuto dire di no.

Avrei dovuto infilare i guanti, salire in sella e sparire nel buio.

Invece seguii la loro utilitaria lungo l’autostrada. Ogni tanto Tommaso si girava dal sedile posteriore per controllare che fossi ancora lì.

Come se avesse paura che, se distoglieva lo sguardo, anch’io sarei sparito.

Ci fermammo a fare colazione vicino Modena, in un posto vecchio con i tavolini di formica e il profumo di caffè già stanco.

Tommaso volle sedersi accanto a me, non vicino a sua madre.

Ordinò una brioche e una cioccolata calda, ma restò fermo a guardarle.

“L’ultima volta,” disse, “papà aveva preso due frittelle. Poi è partito.”

Sara gli accarezzò il braccio. “Mangia almeno un pezzetto, amore.”

Lui scosse la testa.

Poi mi guardò.

“Neanche tu mangi.”

Era vero. Davanti a me c’era solo caffè.

“Facciamo così,” gli dissi. “Un morso tu, un sorso io. Insieme.”

Tommaso ci pensò su.

“Prometti che non te ne vai dopo?”

Sara chiuse gli occhi un secondo.

“Prometto,” dissi.

Così mangiammo. Lui un morso, io un sorso. Poi ancora. Poi ancora.

A un certo punto mi chiese: “Tu hai bambini?”

Sara si irrigidì.

“Io… avevo un figlio,” risposi piano.

“Dov’è?”

“Credo che sia con il tuo papà.”

“In cielo?”

“Credo di sì.”

Tommaso annuì come se fosse la cosa più semplice del mondo.

“Allora magari si conoscono. Magari Michele insegna al mio papà come si sta lassù.”

Non riuscii a reggere.

Mi alzai, andai in bagno, chiusi la porta e piansi.

Piansi per Michele, per sua madre, per Diego, per quel bambino in pigiama che aveva chiamato papà l’uomo sbagliato e aveva trovato me.

Quando tornai al tavolo, Sara piangeva in silenzio e Tommaso disegnava una moto sul tovagliolino di carta.

“Vuole sapere,” disse lei, “se gli insegni a fischiare Stella stellina come faceva suo padre.”

“Gliela insegnerò,” dissi.

Riprendemmo la strada.

Tommaso alla fine si addormentò.

Sara mi chiamò dal vivavoce dell’auto, così parlavamo mentre guidavamo.

“Mio marito si chiamava Davide Rinaldi,” disse. “Era un sottufficiale. Ha fatto più missioni all’estero. Era tornato a casa, aveva promesso a Tommaso che gli avrebbe insegnato ad andare in bicicletta. Poi è stato richiamato. E non è più tornato.”

“Mi dispiace.”

“Tommaso era con me quando me l’hanno detto. Mi ha vista crollare. Mi ha sentita urlare. Ma lui non ha pianto. Neanche una volta. La psicologa dice che si è messo in testa di dover essere forte per me. A sette anni.”

“Stanotte ha pianto.”

“Per la prima volta davvero. Quando ha capito che tu non eri Davide… è stato come perderlo una seconda volta.”

“Sara, io non posso essere…”

“Lo so. Non te lo sto chiedendo. Ma lui con te parla. Mangia. Ti guarda come se il mondo non fosse del tutto finito.”

Arrivammo a Verona verso sera.

La casa di sua madre era piccola, ordinata, con il giardino davanti pieno di vasi e gerani. Quando Tommaso si svegliò, la prima cosa che fece fu cercare la mia moto.

“Sei ancora qui!”

“Te l’avevo promesso.”

La madre di Sara uscì sulla porta, ci guardò una volta sola e capì tutto.

Ci sono donne che hanno vissuto abbastanza da riconoscere il dolore senza bisogno di spiegazioni.

“Tu resti a cena,” disse.

Non era una domanda.

A tavola, Tommaso si sedette tra me e Sara e parlò quasi senza fermarsi: delle moto, di suo padre, delle frittelle della nonna, del fatto che da grande voleva andare al mare in moto.

“Elena,” disse Sara, “lui è Luca.”

“Sì, questo l’avevo capito,” rispose la donna, asciutta ma non fredda. “Non intendevo il nome. Intendevo il resto.”

Le raccontammo il minimo indispensabile.

Poi lei guardò me.

“La tua famiglia?”

“Adesso il motoclub, più o meno.”

“E prima?”

“Mia moglie e mio figlio.”

“Da quanto?”

“Sedici anni.”

Elena annuì lentamente.

“Sedici anni sono tanti per stare male da soli.”

“Ci si abitua.”

“No,” disse lei, con una fermezza che non ammetteva discussione. “Ci si abitua a scappare. Non è la stessa cosa.”

Dopo cena Tommaso volle vedere la moto da vicino. Lo portai fuori. Passava la mano sul serbatoio come se toccasse una cosa sacra.

“Papà diceva che un giorno avremmo fatto il giro del mare.”

“Quale mare?”

“Tutti.”

Lo presi e lo misi seduto sulla sella. Era così piccolo che i piedi non arrivavano a niente, ma in faccia aveva una luce che mi fece male.

“Luca,” mi disse serio, “resti stanotte?”

“Tommaso…”

“Solo stanotte. Per favore. Io non dormo bene da quando papà è andato via. Magari se ci sei tu, ho meno paura.”

Sara mi sfiorò il braccio.

“Puoi dormire sul divano,” disse. “Se vuoi.”

Rimasi.

Quella notte scoprii che Tommaso aveva incubi terribili.

Urla improvvise. Pianto spezzato. Le mani che cercavano qualcuno nel buio.

Sara di solito correva da lui e lo teneva stretto finché passava. Ma quella notte, tra un singhiozzo e l’altro, Tommaso chiamò me.

“Luca! Non farlo andare via!”

Entrai nella cameretta. Era sudato, aggrovigliato nelle lenzuola coi dinosauri.

“Ehi, piccolo. Sono qui.”

Mi afferrò la mano.

“Se lo portano via. Se lo portano via ancora.”

“Stanotte non si porta via nessuno,” gli dissi. “Te lo prometto.”

“Rimani qui?”

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