Il bambino mi si aggrappò alla gamba al distributore e mi chiamò papà davanti a sua madre in lacrime

Sara portò una sedia. Io mi sedetti accanto al letto e Tommaso tenne la mia mano come si tiene una corda sopra un burrone.

“Fischia,” mormorò. “Per favore.”

E io fischiai Stella stellina finché si addormentò.

Poi continuai ancora un po’.

Per Michele. Per Diego. Per Davide Rinaldi, che non avrebbe mai potuto farlo lui.

Sara stava sulla porta.

“Davide si sedeva lì,” disse piano. “Stessa sedia. Stessa mano sul materasso. Stessa canzone.”

“Io dovrei andarmene.”

“Forse,” rispose. “Ma il giusto se n’è andato da questa casa molto prima di te.”

Restai quella notte.

E quella dopo.

E quella dopo ancora.

Ogni mattina mi dicevo che sarei partito. Che sarei tornato alla strada, al rumore del motore, alle cose che non chiedono niente.

Poi Tommaso mi chiedeva di insegnargli qualcosa.

Come controllare se una gomma è sgonfia.

Come si fa un nodo che non si scioglie.

Come si fischia una melodia senza sputare ovunque.

Come si fa a non aver paura quando si spegne la luce.

Il quarto giorno, mentre montavamo insieme una moto in miniatura comprata da Elena in un negozio del centro, mi fece una domanda che mi inchiodò.

“Luca?”

“Dimmi.”

“Se il mio papà ha mandato te, e Michele è con il mio papà… allora magari Michele ha mandato me da te.”

Mi tremarono le dita così forte che mi cadde una rotellina sul pavimento.

“Perché dici così?”

“Perché quando siamo insieme il dolore si confonde. Non sa più bene dove fare male. Quindi magari loro due si sono messi d’accordo.”

Sara entrò in quel momento, sentì l’ultima frase e si portò le mani al viso.

“Tommaso, amore, non dire cose che…”

“No,” dissi io. “Lascialo parlare.”

Perché la verità era che quel bambino aveva trovato parole che io, a quasi cinquant’anni, non avevo mai saputo dire.

Quella sera, dopo che Tommaso si fu addormentato, io e Sara restammo seduti in giardino.

Dalla finestra veniva una luce bassa. Elena aveva già sparecchiato tutto e si era ritirata in camera.

“Mio marito aveva una moto vecchia,” disse Sara. “Niente di speciale. Ma quando tornava e faceva un giro, diceva che per un’ora la testa smetteva di fare guerra da sola.”

“Mio figlio adorava stare vicino alla mia moto. Voleva sempre toccare tutto. Faceva domande su ogni vite.”

“Come si va avanti per sedici anni?”

“Non si va avanti. Si respira. Si mangia qualcosa. Si dorme male. Si arriva a sera. E poi si ricomincia.”

“Jack…” disse, poi si fermò e sorrise piano. “Scusa. Mi viene da chiamarti col nome che ti darebbe un film.”

“Luca va bene.”

“Luca, io non posso lasciare che Tommaso si aggrappi a te se poi sparisci.”

“Lo so.”

“E sparirai?”

Guardai il buio del giardino.

“Non lo so.”

Ed era la prima volta da molto tempo che non avevo una risposta pronta.

Il mattino dopo Sara aveva una visita dal pediatra per Tommaso. Il bambino aveva perso peso, parlava poco, dormiva male. Non voleva andarci senza di me.

Così andai.

In sala d’attesa Tommaso stette seduto tra me e sua madre a colorare una moto blu. Un altro bambino ci guardava incuriosito.

“È il tuo papà?” chiese.

Tommaso rispose con una semplicità che fece gelare tutta la stanza.

“No. Il mio papà è morto. Questo è Luca. È arrivato perché ero troppo triste.”

La madre dell’altro bambino abbassò subito lo sguardo. Nessuno disse più niente.

La dottoressa, una donna minuta con occhi buoni, vide subito che Tommaso con me era diverso.

“Mangia di più?” chiese.

“Con Luca sì,” rispose lui. “Mangiamo insieme. Un morso per uno.”

“E dormi?”

“Luca fischia finché i sogni brutti si stancano.”

La dottoressa guardò prima Sara, poi me.

“Lei è un parente?”

“No,” dissi.

Tommaso alzò le spalle. “È Luca.”

Come se bastasse.

Dopo la visita, la dottoressa mi fermò nel corridoio.

“Non so chi sia, né come sia arrivato in questa famiglia,” disse, “ma non vedevo questo bambino così presente da tantissimo. Qualunque cosa stia facendo, continui.”

“Io non sono nessuno.”

Lei scosse la testa.

“Per lui sì. La domanda vera è se lei riesce a sopportare di diventare di nuovo qualcuno.”

Quel pomeriggio mi chiamò Bruno, il vice dei Corvi d’Acciaio.

“Fischio, dove diavolo sei finito? Ti sei perso il giro per Diego.”

Chiusi gli occhi.

Diego era mio fratello di sangue e mio fratello di officina. Se n’era andato da poco. Il giro in sua memoria era una cosa importante.

“Lo so.”

“Non è da te.”

“Sono a Verona.”

“A fare cosa?”

Guardai dalla finestra.

Tommaso era in giardino con Elena e stava cercando di fischiare le prime note di Stella stellina. Veniva malissimo. Lui rideva lo stesso.

“Non lo so bene,” risposi. “Ma credo che devo stare qui.”

Ci fu un silenzio lungo.

“Stai meglio o peggio?” chiese Bruno.

“Diverso.”

“Basta che se hai bisogno, noi arriviamo.”

“Lo so.”

“Fischio?”

“Dimmi.”

“A volte non si tratta di capire il finale. A volte basta arrivare a stasera.”

Aveva ragione. E lo sapevo.

Una settimana diventò due.

Presi una stanza in una pensione lì vicino per non pesare troppo, ma passavo quasi tutte le giornate da loro.

Io e Tommaso montavamo modellini, pulivamo la moto, imparavamo a fischiare, facevamo piccoli lavori in garage con Elena che brontolava quando sporcavamo troppo e poi ci portava la merenda.

Sara ci guardava con una gratitudine che faceva quasi paura.

Il momento più delicato arrivò quando Tommaso mi chiese se sarei andato alla colazione della Festa del Papà a scuola.

“Non è solo per i papà,” disse in fretta. “La maestra ha detto che può venire anche uno zio, un nonno, uno importante.”

Sara aprì la bocca per dire no, ma Elena la fermò con uno sguardo.

“Lascia che il bambino chieda.”

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto