Il pastore tedesco aveva l’acqua alla gola, ma ignorava i soccorritori: continuava a fissare una cesta che stava per sparire
Il cane aveva l’acqua quasi alla gola, ma non guardava me.
Continuava a voltare il muso verso una vecchia cesta di vimini incastrata pochi metri più in là, contro uno spigolo di cemento sotto il ponte.
È stata quella cosa a farmi paura davvero.
Gli animali intrappolati cercano una via d’uscita. Guardano le mani di chi arriva, la riva, il cielo, qualsiasi cosa possa significare salvezza.
Lui no.
Quel vecchio pastore tedesco, incatenato a un pilastro mentre il torrente gonfio saliva minuto dopo minuto, sembrava aver deciso che la propria vita veniva dopo qualcos’altro.
Mi chiamo Giacomo Ferri, avevo cinquantasei anni e da quattro ero vedovo.
Facevo il meccanico in una piccola officina alla periferia di Torino e, nei fine settimana, guidavo le uscite dei Lupi del Po, un gruppo di motociclisti che da fuori faceva una certa impressione.
Giubbotti di pelle.
Barbe grigie.
Tatuaggi.
Moto rumorose.
Facce che una nonna avrebbe indicato al nipote dicendo: «Tu cambia marciapiede.»
La verità era meno interessante.
Tra noi c’erano infermieri, muratori, elettricisti, camionisti, pensionati e persino Ernesto, bidello di scuola media, che sembrava capace di aggiustare qualsiasi cosa con del nastro adesivo e due bestemmie trattenute tra i denti.
Quel pomeriggio stavamo portando acqua, coperte e mangime a un centro di accoglienza per animali della zona.
Da ore pioveva sulle colline, e i fossi si erano trasformati in fiumi marroni.
Quando sentii quel lamento provenire da sotto il ponte, feci fermare tutti.
Scesi lungo la scarpata.
Il fango mi entrava negli stivali. Il ginocchio destro, quello malandato da vent’anni, cedeva a ogni passo.
Il cane sollevò la testa quando arrivai sulla ghiaia.
Era grande.
Pelo nero e fulvo, muso ormai spruzzato di bianco, occhi color miele. Un orecchio restava leggermente piegato sulla punta e sul naso aveva una piccola cicatrice a mezzaluna.
Al collo portava un collare scuro fradicio.
Dal collare partiva una catena fissata a un anello d’acciaio nel cemento.
Non si era impigliato.
Qualcuno lo aveva legato lì.
«Madonna santa…»
Lo dissi piano.
Lui mi guardò soltanto un secondo.
Poi tornò a fissare la cesta.
E allora la sentii.
Un suono minuscolo.
Quasi coperto dalla pioggia.
Un pigolio.
Mi avvicinai di mezzo passo.
La cesta oscillò nell’acqua.
Aveva un manico rotto e dentro si vedeva un pezzo di coperta zuppa. Per un attimo pensai a qualcosa trascinato via da un cortile.
Poi una zampetta minuscola comparve sopra il bordo.
Un gattino.
«Aspetta.»
Non so ancora se lo dissi al cane, ai gattini o a me stesso.
Entrai nell’acqua.
La corrente colpì il ginocchio e quasi me lo portò via. Afferrai il pilastro con entrambe le mani.
Il pastore tedesco non ringhiò.
Non cercò nemmeno di venirmi incontro.
Si strinse invece contro il cemento e allungò il muso verso quella cesta, come se volesse dirmi una cosa semplicissima.
Prima loro.
Quando gli altri arrivarono, le moto erano ferme sopra il ponte come una fila di animali neri sotto la pioggia.
Dieci persone scesero di corsa.
Quelli che, visti da lontano, avrebbero potuto mettere soggezione a mezzo quartiere, cambiarono faccia non appena sentirono i piccoli miagolii provenire dalla cesta.
«Che abbiamo?» gridò Sandro.
Sandro era il più grosso del gruppo.
Sessantadue anni, ex vigile del fuoco, spalle enormi, testa rasata e una barba bianca che lo faceva sembrare un vecchio lupo.
«Cane incatenato. Tre… forse quattro gattini nella cesta.»
Guardò una volta.
Gli bastò.
«Corda! Facciamo una catena umana!»
Niente discussioni.
Niente eroi.
Solo mani che cominciavano a muoversi.
Ernesto si legò una corda alla vita. Sandro gli si mise dietro. Due degli altri fecero presa nel fango.
Lucia, infermiera del pronto soccorso, arrivò pochi minuti dopo con il suo furgoncino e scese tenendo in mano una grossa tronchese.
Quel giorno benedissi una sua vecchia abitudine.
Anni prima aveva trovato un cane rimasto incastrato in una recinzione arrugginita. Da allora teneva sempre qualche attrezzo nel bagagliaio.
L’acqua era ormai alla mandibola del pastore tedesco.
Lui teneva il naso alto.
Gli tremavano le zampe.
Ma continuava a controllare la cesta.
Mi chinai sul lucchetto.
Era quasi completamente sott’acqua.
Provai a sollevare la catena, ma era troppo tesa.
«Non riesco a infilare la tronchese.»
Lucia entrò accanto a me.
«Devi prendere il lucchetto.»
«Non lo vedo.»
«Allora cercalo con le mani.»
Quelle parole mi fecero gelare più dell’acqua.
Non avevo mai raccontato quasi a nessuno che avevo paura delle acque profonde.
Mio padre era morto annegato in una cava quando avevo diciannove anni.
Da allora, per me, l’acqua scura non era mai stata soltanto acqua.
Sembrava ricordare.
Sembrava trattenere.
E ogni volta che mettevo la testa sotto la superficie mi tornavano alla mente mia madre seduta al tavolo della cucina, il grembiule ancora addosso, mentre due carabinieri parlavano a voce bassa sulla porta.
Avevo cinquantasei anni.
E in quell’istante ne avevo di nuovo diciannove.
Poi il cane gemette.
Non per sé.
Guardava sempre la cesta.
Mi immersi.
L’acqua marrone mi chiuse sopra la testa.
Toccai cemento.
Catena.
Fango.
Persi il lucchetto.
La corrente mi sbatté una spalla contro il pilastro e riemersi sputando acqua.
«Ancora!» urlò Sandro dalla riva.
Non perché fosse insensibile.
Perché sapeva che non avevamo tempo.
Tornai sotto.
Questa volta trovai l’arco metallico.
Lo strinsi.
Lucia infilò la tronchese.
Spinse.
Niente.
Poi arrivò un ramo.
La corrente lo scaraventò contro la cesta.
Il vimini saltò via dallo spigolo di cemento.
I gattini cominciarono a strillare.
Il pastore tedesco si lanciò in avanti.
La catena lo fermò con uno strappo.
Per mezzo secondo il suo muso sparì sott’acqua.
Lo afferrai attorno al petto.
E sentii una cosa che ancora oggi non riesco a dimenticare.
Quel cane non stava cercando di risalire.
Stava cercando di andare verso la cesta.
«LA CESTA!»
Ernesto entrò fino alla vita.
La corrente lo spinse di lato.
Sandro e gli altri tirarono la corda.
Un secondo motociclista, Carlo, gli afferrò la cintura.
La cesta girò su se stessa.
Un metro.
Due.
Ernesto allungò il braccio.
La mancò.
«Ancora!»
La corrente gliela riportò vicino per una frazione di secondo.
La prese per il manico sano.
Nello stesso momento Lucia serrò la tronchese.
Sentii un colpo secco.
Il lucchetto cedette.
La catena mollò.
«TIRA!»
Non so chi lo gridò.
Forse tutti.
Io tenevo il cane.
Ernesto teneva la cesta.
Gli altri tenevano noi.
Per alcuni secondi fummo una sola cosa, una fila di uomini e donne sporchi di fango che tiravano contro l’acqua.
Prima uscì la cesta.
Dentro c’erano tre gattini.
Due rossicci e una piccolina grigia con le zampe bianche.
Poi trascinammo fuori il pastore tedesco.
Appena toccò il fango, crollò.
Aveva il fiato corto.
Io mi inginocchiai accanto a lui, convinto che avrebbe cercato aria, calore, una mano.
Invece strisciò fino alla cesta.
Appoggiò il naso contro il vimini.
Uno.
Due.
Tre.
Sembrava contarli.
Fu allora che pensammo che fosse finita.
Ci sbagliavamo.
Lucia tirò fuori il lettore per microchip che teneva nel kit del centro animali.
Passò l’apparecchio sul collo del cane.
Un bip.
Guardò il piccolo schermo.
Poi guardò Sandro.
«Questo cane… lavorava nei soccorsi.»
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