Sempre la stessa cosa.
Restare.
Quella sera andai all’ambulatorio.
Porto dormiva su una coperta.
Accanto a lui c’era la scatola riscaldata con i tre gattini.
Quando uno di loro miagolava, Porto apriva immediatamente gli occhi.
Lucia era seduta vicino a me.
«Secondo te pensa ancora che siano persone da soccorrere?»
Sandro, dall’altra parte della stanza, scosse la testa.
«No.»
«E allora?»
«Per lui non c’è differenza.»
La frase rimase nell’aria.
I tre gattini ricevettero presto dei nomi.
Il primo rossiccio diventò Rame.
Il secondo, Fiume.
La femmina grigia con le zampette bianche venne chiamata Perla.
Fu Ernesto a scegliere il nome.
«Una cosa che esce dall’acqua e resiste alla pressione si può chiamare solo Perla.»
Disse anche che l’avrebbe tenuta «soltanto per qualche settimana».
Perla dormì dentro il suo giubbotto per l’intero pomeriggio.
La storia delle poche settimane finì lì.
Lucia portò Fiume a casa sostenendo che sua figlia desiderava da tempo un gatto e che sarebbe stato «un affido temporaneo».
La sera stessa ricevemmo la fotografia del gattino addormentato sul cuscino della ragazza.
Un altro affido temporaneo concluso in meno di dodici ore.
Rame finì con Sandro.
Quella fu la sorpresa maggiore.
Sandro sosteneva da sempre di non essere tipo da gatti.
«I gatti non rispettano le gerarchie.»
Rame rispose arrampicandosi sulla sua barba.
Ridevamo ancora mezz’ora dopo.
Porto osservava tutto dal suo materassino.
Non scodinzolava molto.
Era troppo stanco.
Ma seguiva ogni gattino con gli occhi.
Se uno miagolava, le sue orecchie si muovevano.
Quando tornava il silenzio, abbassava di nuovo la testa.
Al terzo giorno il veterinario disse che potevamo accompagnarlo per qualche minuto fuori.
Lo portai nel piccolo giardino dietro l’ambulatorio.
Camminava lentamente.
Con dignità.
Come certi vecchi uomini di paese che non vogliono il bastone anche quando ne avrebbero bisogno.
Si fermò davanti a una pozzanghera.
La fissò.
Io guardavo lui.
Mi chiesi cosa vedesse.
Il ponte?
Alberto?
La catena?
Vecchie esercitazioni?
Forse nulla.
Poi fece mezzo passo verso di me e appoggiò la spalla contro la mia gamba.
Solo quello.
Una pressione leggera.
Mi ritrovai con la mano sulla sua schiena.
«E adesso dove ti mando, vecchio mio?»
Porto alzò gli occhi.
Mentivo.
Sapevo già dove sarebbe venuto.
A casa mia.
I Lupi del Po dissero di averlo adottato tutti insieme.
In pratica viveva con me.
Avevo un giardino recintato, spazio nell’officina e, soprattutto, ero stato quello contro cui aveva deciso di appoggiarsi.
Ma ciascuno del gruppo si sentiva responsabile di lui.
Sandro gli costruì una rampa per salire senza sforzo nella sede dove ci incontravamo.
Lucia preparò un foglio con medicinali, orari e controlli veterinari che nessuno aveva il coraggio di ignorare.
Ernesto gli cucì un grande cuscino usando una vecchia coperta pesante.
Carlo realizzò una targhetta metallica.
PORTO
SQUADRA DEI LUPI
Non lo chiamavamo mascotte.
La parola ci sembrava quasi offensiva.
Porto non era un simbolo da mettere nelle fotografie.
Era uno che aveva lavorato tutta la vita e doveva imparare una cosa molto più difficile.
Riposare.
Non fu semplice.
Quando caricavamo il furgone per le raccolte di beneficenza, Porto controllava tutto.
Coperte.
Bottiglie d’acqua.
Mangime.
Scatole di medicinali.
Pannolini.
Se una borsa restava troppo vicina al bordo, lui si metteva davanti e la fissava.
Sandro scuoteva la testa.
«Caposquadra pensionato.»
«Pensionato un accidente,» rispondeva Lucia. «Ci controlla pure i turni.»
Una domenica organizzammo una raccolta nel nostro quartiere.
All’inizio pensavamo sarebbero venute venti persone.
Arrivarono in centinaia.
La signora Teresa, settantotto anni, portò due vecchie coperte di lana lavate e piegate con una precisione che ormai non si vede più.
«Erano di mio marito. Se possono scaldare qualche creatura, meglio così.»
Il fruttivendolo sotto casa mise da parte cassette per trasportare le confezioni.
Il barista offrì caffè a tutti i volontari.
Un ragazzino venne con la nonna e consegnò un sacchetto di crocchette comprato con i soldi del salvadanaio.
Persone che si salutavano appena in ascensore cominciarono a lavorare fianco a fianco.
Il quartiere sembrava tornato quello della mia infanzia.
Quello in cui una vicina sapeva quando avevi la febbre prima ancora del medico.
Quello in cui nessuno aveva molto, ma una sedia in più a tavola si trovava sempre.
Guardavo Porto sdraiato davanti all’ingresso.
E pensavo che era stato necessario un cane abbandonato per ricordarci qualcosa che noi umani sembravamo aver dimenticato.
Rame, Fiume e Perla crescevano.
Perla qualche volta arrivava con Ernesto dentro un trasportino e passava il tempo a osservare tutti con l’aria severa di una vecchia maestra.
Fiume diventò inseparabile dalla figlia di Lucia.
Rame dormiva sui guanti da moto di Sandro.
Vedere quell’uomo enorme spostare lentamente una mano per non svegliare un gatto di quattro chili diventò una delle mie scene preferite.
Ma la parte più difficile arrivava quando pioveva.
Se la pioggia cominciava prima dell’alba, Porto compariva davanti alla porta della mia camera.
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