Non piangeva.
Non abbaiava.
Stava lì.
In silenzio.
Io mi alzavo.
Preparavo il caffè.
Aprivo la porta dell’officina e ci sedevamo sul gradino mentre l’acqua scorreva lungo il cortile.
Lui si appoggiava al mio ginocchio.
Io passavo un dito sulla cicatrice a mezzaluna del suo naso.
«Oggi non c’è niente da sorvegliare.»
A volte sembrava credermi.
Altre restava a fissare il cancello finché la pioggia non diminuiva.
Fu allora che capii una cosa anche su di me.
Per anni avevo pensato che guarire dalla morte di Anna significasse smettere di sentire la sua mancanza.
Non funzionava così.
Il dolore non se ne andava.
Semplicemente smetteva di essere l’unica cosa presente nella stanza.
Una domenica invitai i miei figli a pranzo.
Non lo facevo da quando Anna era morta.
Preparai il ragù seguendo il suo vecchio quaderno.
Troppo sedano.
Poco sale.
La prima pentola venne quasi immangiabile.
Alla seconda ci andai vicino.
Mia figlia arrivò con una torta.
Mio figlio portò il vino.
I nipoti invasero il giardino.
A tavola lasciammo vuota la sedia dove sedeva sempre Anna.
Non per tristezza.
Per rispetto.
A un certo punto mio figlio mi guardò e disse:
«Papà, era tanto che non ti vedevo così.»
«Così come?»
Ci pensò.
«Qui.»
Non dissi nulla.
Porto dormiva sotto il tavolo con il muso appoggiato sul mio piede.
Mi vennero in mente quei vecchi pranzi della domenica di quando ero bambino.
Mio padre tagliava il pane direttamente sulla tovaglia.
Mia madre gridava dalla cucina che nessuno doveva cominciare prima degli altri.
Gli zii litigavano sul calcio.
I bambini correvano tra le sedie.
Sembravano giornate normali.
Allora non sapevamo che la normalità era un lusso.
Un anno dopo il ponte tornammo lì.
Dieci moto.
Un furgone.
Tre gatti dentro altrettanti trasportini, perché i loro umani insistevano sul fatto che una riunione fosse «simbolicamente importante».
I gatti sembravano avere opinioni differenti.
Porto viaggiava con me.
Il muso era diventato ancora più bianco.
Le anche più rigide.
Ma quando parcheggiai vicino al ponte si alzò immediatamente.
Scendemmo lungo la riva.
Questa volta non pioveva.
L’acqua era bassa.
Quasi trasparente.
Normale.
E quella normalità rendeva tutto ancora più strano.
Sandro portava Rame.
Lucia aveva Fiume.
Ernesto parlava a Perla attraverso la rete del trasportino.
«Stai tranquilla, siamo quasi arrivati.»
Perla lo guardava come se stesse preparando una denuncia.
Porto raggiunse il pilastro.
L’anello di ferro era stato rimosso.
Sul cemento restava soltanto un cerchio più chiaro.
Si fermò.
Annusò una volta.
Aspettammo tutti.
Io non sapevo nemmeno cosa mi aspettassi.
Che abbaiasse?
Che tremasse?
Che guardasse l’acqua?
Porto annusò di nuovo.
Poi girò il corpo.
E se ne andò.
Nessuna scena.
Nessun gesto teatrale.
Voltò semplicemente le spalle al pilastro.
Tornò verso di noi.
Solo allora capii.
Per un anno avevo continuato a dirgli che non c’era più niente da sorvegliare.
Forse, finalmente, aveva deciso di credermi.
Risaliti al parcheggio, caricammo nel furgone sacchi di mangime destinati a un piccolo rifugio.
Porto salì lentamente sulla sua rampa.
Fece un giro sulla coperta.
Si sdraiò.
Sandro chiuse il portellone e si strofinò gli occhi.
«Ti è entrato qualcosa?»
«Polvere.»
«Siamo sull’asfalto.»
«Giacomo, fatti gli affari tuoi.»
Risi.
Era una risata vera.
Non una di quelle che si fanno per educazione dopo essere rimasti vedovi, quando gli amici cercano disperatamente di dimostrarti che la vita continua.
Porto sollevò appena un orecchio.
La sera, a casa, trovai il vecchio quaderno di ricette di Anna aperto sulla credenza.
Mia figlia lo aveva dimenticato dopo il pranzo.
Tra due pagine c’era una frase scritta da mia moglie anni prima.
Probabilmente una nota destinata a se stessa.
«Quando siamo stanchi, ricordiamoci per chi stiamo tenendo duro.»
Rimasi fermo a leggerla.
Una volta.
Due.
Poi guardai Porto.
Dormiva vicino alla porta.
Pensai alla cesta.
Ai tre gattini.
Al ponte.
Ad Alberto.
A mio padre.
Ad Anna.
A tutti noi che, prima o poi, abbiamo qualcosa che ci chiede di restare quando vorremmo soltanto lasciarci trascinare via.
La gente mi domanda ancora perché un cane avrebbe rischiato tutto per tre gattini che non conosceva.
Io non credo che Porto si sia mai posto quella domanda.
Aveva passato una vita intera andando verso chi chiedeva aiuto.
Aveva imparato che, quando qualcuno è in pericolo, non conta la specie, il cognome, l’età o il valore che gli altri gli attribuiscono.
Conta soltanto che è lì.
Che ha paura.
Che da solo potrebbe non farcela.
Quel giorno, sotto il ponte, Porto non poteva liberarsi.
Non poteva portarli a riva.
Non poteva chiamare nessuno.
Gli restava una sola cosa da fare.
Restare.
Così restò.
Incatenato.
Stanco.
Dimenticato.
Con l’acqua alla gola.
Lui restò.
Noi arrivammo.
E nessuno, quella volta, venne lasciato indietro.





