Cinque minuti dopo erano sul tappeto insieme.
Da allora Bussola era diventato il cane del quartiere.
Lasciava che i bambini gli mettessero cappelli ridicoli.
Aspettava fuori dalla bottega quando entravo a comprare il pane.
Con gli anziani camminava piano.
Con i bambini ancora più piano.
Così, quella notte, mentre prendevo la giacca, pensai a Matteo.
“Ha paura del buio.”
Guardai Bussola.
— Vieni.
Fu tutto.
Non avevo idea di quello che stavo portando sulla montagna.
Per i primi quaranta minuti Bussola mi fece impazzire.
Tirava.
Annusava l’aria.
Si fermava.
Ripartiva.
— Piano.
Lo correggevo.
— Basta.
Pensavo fosse agitato per le luci, gli odori, tutte quelle persone.
Non capivo.
Lui invece, forse, aveva capito dal primo minuto.
Quando lasciammo il sentiero, cambiò completamente.
Non correva a caso.
Non girava.
Non esplorava.
Seguiva una linea invisibile.
Io inciampavo dietro.
Ogni cinque minuti comunicavo la posizione.
— Cento metri a nord.
Poi:
— Ancora giù.
Poi:
— Entriamo nel canalone.
Lucia disse:
— Marco, rallenta se il terreno diventa pericoloso.
Risposi:
— Non sono io che scelgo la velocità.
Sentii qualcuno ridere nervosamente alla radio.
Io non avevo voglia di ridere.
Bussola avanzava come se davanti a lui ci fosse una strada illuminata che soltanto lui poteva vedere.
A un certo punto arrivammo in una zona piena di alberi caduti.
Il vento passava tra i tronchi con un rumore secco.
Il terreno scendeva.
Pensai a Matteo.
Otto anni.
Scarpe da ginnastica.
Giacca leggera.
Diciotto ore.
Cominciai ad avere paura davvero.
Bussola si fermò.
Alzò la testa.
Il suo corpo diventò rigido.
Poi accelerò.
— Bussola!
Saltò sopra un tronco.
Lo seguii.
Scivolai.
Mi sbucciai una mano.
Non sentii quasi niente.
Il cane tirava verso una grande radice sollevata, dove un albero caduto aveva lasciato una specie di cavità nel terreno.
Puntai la torcia.
Vidi qualcosa di blu.
Per un secondo pensai fosse plastica.
Poi quella cosa si mosse.
— Matteo!
Nessuna risposta.
Mi avvicinai.
Due occhi mi guardarono da sotto le radici.
Non dimenticherò mai quegli occhi.
Il bambino era rannicchiato.
Le ginocchia al petto.
Le labbra pallide.
Il viso sporco di terra.
Aveva smesso perfino di piangere.
— Matteo, sono Marco. Sono venuto a prenderti.
Lui fece un piccolo movimento.
La voce quasi non uscì.
— Mamma?
Mi si spezzò qualcosa dentro.
— La mamma ti aspetta.
Mi tolsi la giacca.
— Adesso torniamo da lei.
Bussola mi superò.
Entrò nella cavità.
Matteo lo vide.
Per la prima volta il suo viso cambiò.
— Cane…
— Sì.
Bussola si abbassò.
Matteo tese una mano.
Il cane gli arrivò vicino e si mise contro il suo corpo.
Non sopra.
Non agitato.
Di fianco.
Come aveva fatto mille volte con i bambini del quartiere.
Come se sapesse esattamente quale fosse il suo compito.
Matteo gli mise entrambe le braccia intorno al collo.
E finalmente cominciò a piangere.
Non un pianto forte.
Un pianto stanco.
— Non lasciarlo andare.
Gli dissi:
— Non va da nessuna parte.
Presi la radio.
Dovetti schiarirmi la voce.
— Centrale.
Silenzio.
— Qui Bellini.
— Parla.
— Trovato.
Dall’altra parte nessuno rispose subito.
— Ripeti.
— Abbiamo Matteo. Vivo.
Ricordo un rumore.
Un miscuglio di voci.
Qualcuno gridò.
Qualcuno applaudì.
Lucia tornò subito professionale.
— Condizioni?
— Coscio. Molto freddo. Debole. Preparare trasporto.
Poi aggiunsi:
— Dite alla madre che è vivo.
Lucia rispose piano:
— Glielo sto dicendo adesso.
La squadra arrivò pochi minuti dopo.
Trovarono una scena che ancora oggi qualcuno ricorda ridendo con gli occhi lucidi.
Io inginocchiato nel fango.
Matteo dentro la mia giacca.
E Bussola schiacciato contro di lui mentre il bambino lo stringeva come se fosse l’unica cosa stabile al mondo.
Quando portarono Matteo giù, Bussola camminò vicino alla barella.
Alla base del sentiero c’erano i genitori.
Elena corse.
Il padre dietro.
La nonna Teresa rimase ferma qualche secondo, con entrambe le mani sulla bocca.
Poi vide Matteo muoversi.
E le gambe le cedettero.
Uno dei volontari la sorresse.
Continuava a dire:
— Grazie.
A chi?
A me?
Al cane?
Alla montagna?
A Dio?
A tutti?
Non lo so.
Forse in certe notti non importa più distinguere.
Matteo andò in ospedale.
Rimase sotto osservazione.
Qualche ora più tardi ci dissero che si sarebbe ripreso.
Io tornai a casa all’alba.
Bussola salì sul divano.
Si acciambellò.
Dormì.
Come se nulla fosse successo.
Io invece rimasi seduto in cucina.
Guardavo quel cane.
E pensavo soltanto:
“Come diavolo hai fatto?”
Due settimane dopo lo portai dalla veterinaria.
Si era ferito una zampa giocando nel cortile.
La dottoressa si chiamava Anna Moretti.
Sessantatré anni, quarant’anni passati a visitare animali.
Una di quelle persone che, quando parlano poco, conviene ascoltare.
Le raccontai la storia.
Lei visitò Bussola.
Poi mi chiese:
— Marco, chi ti ha detto che questo cane è principalmente un pitbull?
— Al canile dissero incrocio pitbull. Forse segugio.
Anna gli prese delicatamente la testa.
Guardò le orecchie.
La struttura del muso.
Il petto.
Il modo in cui teneva il naso.
— “Forse segugio” è una definizione molto pigra.
Sorrisi.
— Tradotto?
— Tradotto, questo cane ha parecchio segugio dentro.
Mi spiegò che certi cani sono selezionati da generazioni per seguire odori a lunga distanza.
Non significa che nascano già addestrati.
L’addestramento è fondamentale.
Ma alcuni hanno una predisposizione straordinaria.
— Tu dici che non vagava?
— Mai.
— Manteneva la direzione?
— Sì.
— E prima di entrare nel bosco insisteva già?
Mi si chiuse lo stomaco.
— Per quaranta minuti.
Anna mi guardò.
— E tu che facevi?
Abbassai gli occhi.
— Lo correggevo.
Lei non rise.
Fu peggio.
Mi disse:
— Probabilmente stava cercando di dirtelo.
Rimasi in silenzio.
Anna spiegò che paura, sudore, stress e permanenza prolungata in un ambiente possono creare una traccia olfattiva molto forte per un cane predisposto.
Non potevamo sapere esattamente quando Bussola avesse percepito Matteo.
Ma una cosa era evidente.
Quella notte non aveva tirato a caso.
Aveva seguito qualcosa.
Anna mi disse:
— Marco, tu continui a raccontare che Bussola ha trovato quel bambino. Forse dovresti raccontarla diversamente.
— Come?
— Bussola sapeva dove andare. Il problema è che ha dovuto convincere te.
Quella frase mi accompagnò fino a casa.
Quaranta minuti.
Quaranta minuti in cui gli avevo detto no.
Quaranta minuti in cui avevo pensato di sapere meglio di lui cosa stesse facendo.
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