Il cane che nessuno voleva tirò verso il bosco: quella notte Marco capì che Bussola sapeva qualcosa

Quella montagna, invece, ci aveva messi davanti a una cosa semplice.

Un bambino era perduto.

Bisognava trovarlo.

Il resto poteva aspettare.

Forse è questo che Bussola mi ha insegnato più di tutto.

Seguire ciò che conta.

Senza preoccuparsi troppo delle apparenze.


Qualche tempo fa sono tornato al canile dove lo avevo preso.

La volontaria che me lo aveva affidato lavorava ancora lì.

Mi riconobbe.

— Marco!

Poi vide Bussola con la pettorina.

Si mise entrambe le mani sui fianchi.

— Lo sapevo.

— No.

— Cosa?

— Non lo sapevi.

— Certo che lo sapevo.

— Sapevi che sarebbe diventato un cane da ricerca?

Lei sorrise.

— Quello no.

Si chinò.

Bussola le appoggiò il muso sulla gamba.

— Ma sapevo che qualcuno doveva guardarlo meglio.

Visitammo i box.

C’erano altri cani.

Uno vecchio, grigio sul muso.

Uno con tre zampe.

Una cagnetta che rimaneva in fondo e non si avvicinava.

Animali che forse avrebbero aspettato mesi.

Forse troppo.

Pensai a Bussola seduto lì.

Cinque mesi.

A pochi metri da persone che cercavano “un cane speciale”.

E lui era speciale.

Solo che non aveva l’aspetto che loro immaginavano.

La volontaria si fermò accanto a me.

— Succede anche alle persone.

La guardai.

— Cosa?

— Che nessuno le guarda abbastanza a lungo.

Non risposi.

A cinquantacinque anni avevo ormai capito che certe frasi non hanno bisogno di essere commentate.


Bussola sta invecchiando.

Non abbastanza da smettere.

Ma abbastanza perché io cominci a notare cose che preferirei non notare.

Un po’ di bianco intorno al muso.

Più tempo per alzarsi quando dorme.

La sera, dopo gli allenamenti, cerca il tappeto vicino al termosifone.

Quando mia figlia Giulia viene con i suoi bambini, però, cambia.

Il mio nipotino più piccolo gli sale quasi addosso.

Bussola sospira.

Mi guarda come per dire:

“Questo non era nel contratto.”

Ma resta lì.

Sempre.

Un pomeriggio Giulia mi ha chiesto:

— Papà, quando Bussola non potrà più lavorare, cosa farai?

— Andremo in pensione insieme.

— Tu hai già detto che andrai in pensione tre volte.

— Stavolta sul serio.

Lei ha sorriso.

Poi mi ha detto una cosa che mi ha fatto male e bene nello stesso momento.

— In fondo ti ha salvato anche lui.

— Io non mi ero perso.

Giulia mi ha guardato.

— Dopo il divorzio?

Non ho risposto.

Aveva ragione.

Ci sono persone che si perdono nei boschi.

Altre si perdono restando sedute nella propria cucina.

Io non ero in pericolo.

Non avevo bisogno di squadre di ricerca.

Ma ero diventato uno di quegli uomini che tornano a casa, accendono la televisione anche se non la guardano, cenano in silenzio e dicono a tutti che stanno benissimo.

Bussola mi aveva costretto a uscire.

A camminare.

A parlare con le persone.

A conoscere bambini, vicini, volontari.

E infine mi aveva portato dentro un bosco nero, dietro un bambino che nessuno riusciva a trovare.

Forse certi animali non entrano nella nostra vita per il motivo che pensiamo.


Ogni ottobre, quando arriva il primo freddo, ricordo quella notte.

La radio.

Il terreno gelato.

Il bosco.

Bussola che tirava.

Io che dicevo no.

È questo il ricordo che mi dà ancora i brividi.

Non quando trovammo Matteo.

Prima.

Quando avrei potuto fermare Bussola.

Quando avrei potuto essere più testardo di lui.

Quando avrei potuto vincere quella piccola battaglia sul sentiero.

Perché certe volte vincere una discussione significa perdere qualcosa di molto più importante.

Fortunatamente, quella notte, persi.

Lasciai andare il guinzaglio.

E seguii un cane che tutti avevano giudicato dal muso, dal colore del pelo e da una targhetta scritta in fretta su un box di canile.

Da allora, quando Bussola si ferma durante una ricerca e guarda in una direzione, io faccio una cosa molto semplice.

Lo guardo.

Respiro.

E dico:

— Va bene.

Poi lo seguo.

Perché ho imparato che la vita, ogni tanto, mette davanti a noi qualcosa che non rientra nella mappa.

Qualcosa che non avevamo previsto.

Una persona.

Un animale.

Un’occasione.

Un segnale.

E noi possiamo fare quello che facciamo sempre.

Tirare indietro.

Dire no.

Restare sul percorso stabilito.

Oppure possiamo avere abbastanza umiltà da ammettere che, forse, non vediamo tutto.

Matteo oggi è vivo.

Corre.

Va a scuola.

Litiga con sua madre perché vuole restare sveglio fino a tardi.

Fa arrabbiare la nonna perché non mette la canottiera.

È diventato un ragazzino assolutamente normale.

Ed è forse questo il miracolo più bello.

Una vita normale.

Una domenica normale.

Una sedia occupata a tavola.

Una nonna che gli riempie ancora il piatto quando dice di essere sazio.

Un padre che gli dice di mettere via il telefono.

Una madre che ogni tanto lo osserva qualche secondo più del necessario.

Sotto quel tavolo, quando vengono a trovarci, c’è spesso un cane tigrato col muso ormai un po’ bianco.

Matteo allunga una mano.

Bussola alza appena la testa.

E io penso a quel box del canile.

Cinque mesi ignorato.

Cinque mesi durante i quali nessuno sapeva cosa portasse dentro.

Poi penso a quella notte.

Al bosco.

Alla radice.

A un bambino che sussurrava “mamma”.

E a Bussola che aveva saputo, prima di tutti noi, dove andare.

La volontaria aveva ragione.

Era stato ignorato troppo a lungo.

Non avrebbe dovuto esserlo.

Adesso, quando Bussola tira verso qualcosa che io non vedo, non discuto più.

Gli dico soltanto:

— Vai, ragazzo.

E questa volta sono io a fidarmi.

Questa volta sono io che lo seguo.

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