Il cane che nessuno voleva tirò verso il bosco: quella notte Marco capì che Bussola sapeva qualcosa

Pensais anche al canile.

Cinque mesi.

Cinque mesi dietro una rete.

Ogni giorno persone passavano davanti.

Guardavano.

Decidevano.

“Troppo grosso.”

“Troppo vecchio.”

“Troppo scuro.”

“Quel tipo di cane non mi piace.”

Nessuno aveva visto il naso.

Nessuno aveva visto la pazienza.

Nessuno aveva visto il modo in cui avrebbe seguito una traccia nella notte.

Ma questa non è soltanto una storia sui cani.

A cinquant’anni cominci a capire quante persone abbiamo trattato allo stesso modo.

Quello che a scuola sembrava lento e poi ha imparato un mestiere meglio di tutti.

La donna del quartiere che parlava poco e ha cresciuto tre figli praticamente da sola.

Il nonno che tutti chiamano testardo e che magari conserva una saggezza che nessuno ha più voglia di ascoltare.

Giudichiamo in fretta.

Una vita intera può restare nascosta dietro una prima impressione.

Quella sera, seduto in cucina con Bussola ai piedi, presi una decisione.

Telefonai a un centro regionale che addestrava unità cinofile per le ricerche.

Raccontai tutto.

Il responsabile mi ascoltò.

Quando finii disse:

— La storia è interessante. Ma la storia non basta.

— Lo so.

— Se vuoi capire davvero cosa sa fare il cane, dovete venire entrambi. E ripartire da zero.

— Quando?


Cominciammo il mese successivo.

Fu lì che scoprii una verità poco romantica.

Il talento non basta.

Né negli animali né nelle persone.

Ci vuole disciplina.

Allenamento.

Ripetizione.

Errori.

Pazienza.

Bussola aveva quattro anni.

Io cinquantadue.

Eravamo due studenti fuori età.

I più giovani del corso ci superavano in tutto.

Io tornavo a casa con le gambe distrutte.

Bussola dormiva per dodici ore.

Poi, il sabato successivo, era di nuovo davanti alla porta.

Pronto.

Imparammo a lavorare insieme.

O meglio, io imparai a capire lui.

Segnali.

Movimenti.

Pause.

Cambiamenti nel respiro.

La differenza tra curiosità e certezza.

Gli istruttori nascondevano persone nei boschi.

Bussola le trovava.

Le nascondevano dietro edifici.

Le trovava.

Le mandavano su percorsi lunghi.

Lui abbassava il naso.

E partiva.

Un giorno uno degli istruttori mi disse:

— Questo cane ha una cosa difficile da insegnare.

— Cosa?

— Non molla.

Guardai Bussola.

Mi venne da ridere.

— Questo l’avevo capito.

Dopo quasi un anno arrivò la valutazione.

Non gli regalarono niente.

Nessuno disse: “Ha salvato Matteo, facciamolo passare.”

E fu giusto così.

Nelle emergenze, le belle storie non bastano.

Bussola superò le prove.

Quel cane che cinque anni prima nessuno voleva uscì dal campo con una vera pettorina da ricerca.

Quando tornai in paese, il proprietario del bar lo vide.

— Guarda chi abbiamo! Il maresciallo!

— Non chiamarlo così.

— Ormai comanda lui.

Aveva ragione.


Sono passati tre anni.

Bussola ne ha sette.

Ha partecipato a diverse ricerche.

Alcune sono finite bene.

Altre no.

Chi lavora nelle emergenze sa che non tutte le storie hanno il finale che vorremmo.

Non racconto i numeri come trofei.

Dietro ogni intervento c’è una famiglia che vive ore che sembrano anni.

Ma una cosa posso dirla.

Dopo Matteo, Bussola ha contribuito a localizzare altri bambini e persone fragili che si erano allontanate.

Ogni volta, quando ricevo una chiamata, ripeto lo stesso piccolo rito.

Apro il portellone.

Bussola salta dentro.

Prima di partire gli prendo il muso tra le mani.

— Scusa se quella notte ho discusso con te.

Lui ovviamente non risponde.

— Stavolta non discuto.

Poi chiudo.

Gli altri mi hanno sentito farlo decine di volte.

Nessuno mi prende in giro.

Qualcuno, anzi, prima di una ricerca gli dà una carezza e dice:

— Bussola, pensaci tu.


Matteo oggi ha undici anni.

La sua famiglia torna sul posto ogni autunno.

Non perché qualcuno glielo abbia chiesto.

Lo fanno e basta.

All’inizio Elena mi telefonò:

— Vorremmo rivedervi.

Pensavo intendesse me e la squadra.

Poi aggiunse:

— Soprattutto Bussola.

Quando arrivarono, vidi Matteo scendere dall’auto.

Era cresciuto.

Capelli più lunghi.

Scarpe enormi.

La faccia da ragazzino che comincia a vergognarsi quando la madre vuole sistemargli il giubbotto davanti agli altri.

Bussola era seduto accanto a me.

Matteo lo vide.

Non salutò nessuno.

Corse.

Si inginocchiò.

Gli mise le braccia intorno al collo.

Esattamente come aveva fatto nella cavità sotto quell’albero.

Bussola rimase fermo.

La madre si mise a piangere.

La nonna Teresa era venuta anche lei.

Si avvicinò piano.

Aveva portato una busta.

— Ho fatto una cosa per il cane.

Dentro c’era una copertina cucita a mano.

Sul bordo aveva ricamato una piccola bussola.

— Signora Teresa…

— Niente signora. Mi fai sentire vecchia.

Aveva settantaquattro anni.

— Sa che Bussola distrugge tutto?

— Questa no.

— Perché?

Mi guardò come guardano certe nonne italiane quando hai detto una stupidaggine.

— Perché gliel’ho fatta io.

Naturalmente Bussola la distrusse dopo tre mesi.

Non gliel’abbiamo mai detto.


Durante una delle loro visite andammo tutti a pranzo in una piccola trattoria del paese.

Domenica.

Tavolo lungo.

Tovaglia di carta.

Pasta fatta in casa.

Carne arrosto.

Patate.

Una bottiglia di vino che passava da una parte all’altra.

Matteo mangiava accanto al nonno.

Bussola dormiva sotto il tavolo.

A un certo punto Teresa guardò la famiglia.

Poi guardò me.

— Sapete cosa penso?

Tutti tacquero.

Le nonne sanno ottenere il silenzio più in fretta di qualsiasi uniforme.

— Penso che quella notte ciascuno credeva di dover salvare Matteo da solo.

Elena abbassò lo sguardo.

Teresa continuò:

— Io pensavo: sono la nonna, dovevo accorgermene.

Indicò il genero.

— Lui pensava: sono il padre, dovevo proteggerlo.

Poi sua figlia.

— Lei pensava la stessa cosa.

Mi indicò.

— Tu pensavi alla tua squadra, alle mappe.

Infine guardò Bussola.

— L’unico che non pensava a chi fosse la colpa era il cane.

Nessuno disse niente.

Teresa spezzò un pezzo di pane.

— Lui sapeva soltanto che il bambino era là.

Poi, naturalmente, diede il pane a Bussola sotto il tavolo.

— Non dovrebbe mangiare così.

— Marco.

— Sì?

— Occupati delle montagne.

E la discussione finì lì.

Quella frase di Teresa mi torna in mente spesso.

Noi adulti sprechiamo un’enorme quantità di tempo a cercare colpevoli.

Nelle famiglie soprattutto.

Chi avrebbe dovuto chiamare.

Chi ha fatto meno.

Chi ha preso di più.

Chi non è venuto al Natale del 2004.

Chi ha venduto il terreno.

Chi ha assistito i genitori.

Chi non ha assistito nessuno.

Conserviamo rancori come vecchi servizi di piatti che non usiamo mai ma non abbiamo il coraggio di buttare.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto