Poi altri.
“Il cane è sempre al guinzaglio.”
“Non ha mai fatto niente.”
“Prima di giudicare almeno informatevi.”
“È quello del rifugio insieme al gatto cieco.”
Vittorio restituì il telefono.
«Sono veloci.»
«A fare cosa?»
«A sapere tutto.»
Giulia abbassò lo sguardo.
Proprio in quel momento Bruno si avvicinò.
Lei ebbe un piccolo sussulto.
Bruno si fermò.
Si sedette.
Vittorio notò tutto.
«Ha paura?»
Giulia arrossì.
«Un po’.»
«Almeno lei lo dice.»
Il cane restò fermo.
Giulia lo osservò.
«Com’è veramente?»
Vittorio guardò Mimmo, che stava cercando Bruno tastando il pavimento con la zampa.
Il cane si spostò fino a farsi trovare.
«È uno che lascia mangiare gli altri prima di lui.»
Due giorni dopo Vittorio dovette portarlo a una valutazione comportamentale.
L’agente che li accolse era lo stesso del capannone.
Quando vide Bruno, lo riconobbe subito.
«Tu.»
Il cane inclinò la testa.
L’agente si abbassò lentamente.
«Ti ricordi di me?»
Bruno annusò la mano.
Poi la toccò con il naso.
Vittorio strinse il bastone.
«Dicono che è pericoloso.»
L’agente lo guardò.
«Io l’ho visto quando aveva fame da morire.»
Indicò Mimmo nel trasportino.
«E ho visto chi ha scelto di far mangiare.»
La valutazione iniziò.
Rumori improvvisi.
Una persona sconosciuta.
Un ombrello aperto all’improvviso.
Una ciotola lasciata cadere.
Bruno trasaliva.
Poi guardava Vittorio e si calmava.
Quando Mimmo miagolò, Bruno si posizionò accanto al trasportino.
La veterinaria mise a terra un biscotto.
Bruno lo annusò.
Tutti aspettavano.
Il cane lo prese delicatamente.
Fece due passi.
Lo lasciò davanti al trasportino di Mimmo.
La donna alzò gli occhi.
«Interessante.»
Vittorio la guardò.
«Io direi normale.»
Provò con un secondo boccone.
Stessa cosa.
Alla fine la veterinaria disse:
«Durante questa valutazione non ho osservato comportamenti aggressivi.»
Vittorio lasciò uscire il fiato.
Ma non era finita.
Il problema ormai non era il cane.
Era il quartiere.
Fu organizzata una riunione nella sala condominiale vicino alla bocciofila.
Una di quelle sale dove per quarant’anni si erano fatti compleanni, tombolate, riunioni di classe e pranzi per raccogliere soldi quando qualcuno aveva bisogno.
Quella sera c’erano quasi cinquanta persone.
Molte erano lì per Bruno.
Altre per Vittorio.
Altre ancora semplicemente perché nei paesi e nei quartieri le questioni degli altri diventano presto faccende di tutti.
Una signora con i capelli perfetti prese la parola.
«Non vogliamo creare problemi. Vogliamo solo sentirci tranquilli.»
Vittorio era seduto in fondo.
Bruno ai suoi piedi.
Mimmo in una borsa morbida contro il petto.
Qualcuno sussurrò:
«È enorme.»
«Alla sua età come fa a tenerlo?»
«Io ho i nipoti.»
Vittorio alzò la mano.
«Posso dire una cosa?»
La sala si zittì.
Lui si alzò lentamente.
La gamba gli faceva male.
«Non sono qui per convincervi che Bruno è bello.»
Qualcuno sorrise.
«Non lo è.»
Una risata nervosa.
Vittorio accarezzò il cane.
«Ha il muso rovinato. È grosso. Fa impressione. Anche io, quando cammino male e ho una giornata storta, non sono proprio un bel vedere.»
Nessuno rise stavolta.
«Ma questo cane è stato trovato affamato dentro un capannone.»
Indicò Mimmo.
«Aveva del pane. Poteva mangiarlo. Lo dava a lui.»
Una signora nelle prime file si girò verso Mimmo.
«Il gatto è quello cieco?»
«Sì.»
Mimmo miagolò.
Bruno avvicinò immediatamente il muso.
La sala si fece stranamente silenziosa.
La donna che conduceva l’incontro riprese.
«Capisco che sia una storia commovente. Ma noi dobbiamo pensare alla sicurezza.»
Vittorio annuì.
«Anch’io.»
«E allora capirà che certe paure sono legittime.»
Vittorio strinse le labbra.
«La paura è legittima.»
Fece una pausa.
«La sentenza senza fatti, un po’ meno.»
Qualcuno applaudì.
Qualcun altro borbottò.
Una voce dal fondo disse:
«Finché non succede qualcosa.»
Vittorio abbassò gli occhi verso Bruno.
«È curioso.»
«Cosa?»
«Che la gente aspetti sempre il peggio da chi ha già passato il peggio.»
Il venerdì successivo saltò la corrente.
Mezzo quartiere rimase al buio.
Vittorio era in cucina.
Le luci tremolarono.
Una volta.
Due.
Poi niente.
Il silenzio gli entrò nelle ossa.
Il cuore accelerò.
Buio.
Rumore del vento.
Per qualche secondo non fu più nella sua cucina.
Bruno si alzò immediatamente.
Si mise tra Vittorio e la porta.
Mimmo cominciò a miagolare.
Poi, fuori, arrivò un urlo.
Una donna.
«Matteo!»
Un altro urlo.
«Mio nipote non c’è!»
Vittorio aprì la finestra.
Dalla casa di fronte uscì una donna scalza.
Dietro di lei il marito.
Una nonna piangeva in mezzo alla strada.
«Era qui un minuto fa!»
Il bambino aveva sei anni.
Durante il blackout era uscito cercando il gatto di casa.
Ora nessuno lo trovava.
Le torce dei telefoni comparvero una dopo l’altra.
Qualcuno telefonava.
Qualcuno correva.
Qualcuno gridava il suo nome.
Bruno andò davanti alla porta.
Vittorio lo guardò.
Il cane non abbaiava.
Aspettava.
«Vuoi andare.»
Bruno rimase immobile.
Vittorio prese cappotto e bastone.
«Andiamo.»
Quando uscirono, una voce disse:
«Tenete lontano quel cane.»
Vittorio si voltò.
Per un attimo pensò di rispondere.
Bruno no.
Aveva già il naso a terra.
Seguì il marciapiede.
Si fermò davanti alla cancellata da cui il bambino era passato poco prima.
Annusò.
Poi partì verso il retro delle case.
Vittorio lo seguì come poteva.
Giulia gli corse accanto.
«Vengo anch’io.»
Superarono un orto.
Un vecchio pollaio.
Una stradina che portava verso un piccolo canale di scolo.
Mimmo, nella borsa di Vittorio, iniziò a miagolare più forte.
Bruno si fermò.
Un rumore.
Debole.
Quasi coperto dal vento.
«Nonna!»
Vittorio sentì il sangue gelarsi.
«Matteo!»
Un altro pianto.
Bruno corse fino al bordo del fosso.
Si fermò.
Il bambino era sotto.
Era scivolato lungo la terra umida.
Non riusciva a risalire.
Tremava.
Quando vide Bruno, si mise a piangere ancora più forte.
«Il cane!»
Bruno si abbassò immediatamente.
Pancia a terra.
Testa bassa.
Non avanzò di un centimetro.
Vittorio si inginocchiò con fatica.
«Matteo, guarda me.»
Giulia gli afferrò il braccio.
«Lei non scende. Ci provo io.»
Insieme riuscirono a raggiungere il bambino.
Quando lo tirarono su, Bruno fece un passo avanti.
Annusò la mano del piccolo.
Poi arretrò.
Il bambino lo fissava.
Dal giubbotto di Vittorio arrivò una vibrazione.
Le fusa di Mimmo.
Matteo smise per un attimo di piangere.
«Cos’è?»
Vittorio aprì appena la borsa.
«Mimmo.»
«Non ci vede?»
«No.»
«Ha paura?»
Vittorio guardò Bruno.
«Quando hai accanto qualcuno di cui ti fidi, un po’ meno.»
Quando tornarono in strada, la madre del bambino corse incontro a Matteo.
Lo strinse.
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