Il cane coperto di cicatrici sembrava pronto ad attaccare, ma sotto il suo corpo nascondeva una verità commovente

La nonna pianse.

Un uomo abbracciò Vittorio.

Un altro gli diede una pacca sulla spalla.

Qualcuno disse:

«È stato il cane?»

Giulia annuì.

«Ci ha portati dritti da lui.»

La notizia fece il giro del quartiere prima ancora che tornasse la corrente.

Il giorno dopo, al bar, non si parlava d’altro.

Al mercato, idem.

Davanti alla farmacia.

Alla bocciofila.

In fila al forno.

Quelli che prima dicevano «quel cane mi mette paura» adesso abbassavano la voce.

Non tutti cambiarono idea.

Alcuni continuarono a dire che una buona azione non cancellava il rischio.

Altri rispondevano che un animale andava giudicato per ciò che faceva, non per l’aspetto.

Vittorio evitò le discussioni.

Non gli interessava trasformare Bruno in un santo.

Un cane resta un cane.

Con istinti.

Limiti.

Bisogno di attenzione.

Vittorio lo sapeva bene.

La differenza era che adesso qualcuno cominciava almeno a guardare prima di parlare.

La vera svolta arrivò una domenica.

A casa di Vittorio doveva essere una giornata tranquilla.

Lui aveva comprato mezzo chilo di tortellini freschi e preparato il brodo come faceva Lucia.

Non gli veniva uguale.

Non gli sarebbe mai venuto uguale.

Ma il profumo gli ricordava i pranzi di una volta.

Quando la tavola si allungava con le assi.

Quando i bambini mangiavano prima.

Quando nessuno fotografava il piatto e tutti litigavano su chi avesse fatto il ragù migliore.

Verso mezzogiorno suonò il campanello.

Era Giulia.

Dietro di lei c’era la madre di Matteo.

Con Matteo.

E la nonna.

«Disturbiamo?»

Vittorio guardò il tavolo apparecchiato per uno.

«Ormai sì.»

La donna si irrigidì.

Poi Vittorio sorrise.

«Quindi entrate.»

La nonna aveva portato una teglia di lasagne.

Giulia una crostata.

Dopo dieci minuti arrivò il vicino del piano accanto con una bottiglia di vino.

Poi una coppia anziana che Vittorio conosceva da trent’anni ma con cui non parlava quasi più.

Poi l’agente del capannone, in borghese, con sua moglie.

«Passavo di qui.»

Vittorio lo guardò.

«Con una torta?»

L’uomo alzò le spalle.

«Passavo lentamente.»

Alla fine dovettero aggiungere sedie.

Come una volta.

Bruno rimase sotto il tavolo.

Mimmo dormiva accanto al termosifone.

Matteo all’inizio teneva i piedi raccolti sulla sedia.

Ogni volta che Bruno si muoveva, lo seguiva con gli occhi.

Poi gli cadde un pezzetto di pane.

Bruno lo annusò.

Il bambino trattenne il fiato.

Il cane prese il pane.

Si voltò.

Andò da Mimmo.

Lo lasciò davanti al gatto.

La nonna di Matteo si mise una mano sul petto.

«Ma fa sempre così?»

Vittorio si servì il brodo.

«Sempre.»

Matteo scese lentamente dalla sedia.

Sua madre lo fermò con una mano.

Vittorio disse:

«Piano. E chiedi prima.»

Il bambino guardò la madre.

Poi Vittorio.

«Posso accarezzarlo?»

«Se Bruno vuole.»

Matteo tese la mano.

Bruno la annusò.

Poi girò il fianco e si sedette.

Il bambino gli toccò la spalla.

Solo un secondo.

«È caldo.»

Vittorio abbassò gli occhi sul piatto.

Quelle parole gli fecero più male di quanto volesse ammettere.

Per mesi tutti avevano parlato di Bruno come di qualcosa da tenere fuori.

Un pericolo.

Un problema.

Una pratica.

Un rischio.

E a un bambino erano bastati due secondi per capire la cosa più semplice.

Era vivo.

Finito il pranzo, la madre di Matteo si avvicinò a Vittorio mentre gli altri sparecchiavano.

«Le devo chiedere scusa.»

«Per cosa?»

«Avevo scritto anch’io nel gruppo.»

Vittorio non disse nulla.

La donna continuò.

«Non cattiverie. Però avevo scritto che mi preoccupava.»

«Le preoccupava.»

«Sì.»

«È diverso dal dire che era cattivo.»

La donna annuì.

«Ma non avevo mai provato a conoscerlo.»

Vittorio guardò la stanza.

Bruno dormiva.

Matteo gli aveva appoggiato vicino una coperta.

Mimmo si era sistemato contro la pancia del cane.

«Sa qual è il problema?» disse Vittorio.

«Quale?»

«Che oggi abbiamo paura di perdere tempo.»

La donna lo guardò.

«Non capisco.»

«Una volta si conosceva il vicino perché lo incontravi al forno, in cortile, al bar. Magari ti stava pure antipatico. Però sapevi chi era.»

Indicò il telefono di lei.

«Adesso ci basta una foto.»

La donna rimase in silenzio.

Vittorio sospirò.

«Una foto brutta. Una frase. Una voce.»

Guardò Bruno.

«E abbiamo già deciso.»

La domenica successiva successe una cosa che Vittorio non avrebbe mai immaginato.

Al piccolo giardino del quartiere organizzarono un pranzo condiviso.

Niente manifesti.

Niente associazioni.

Niente pubblicità.

Ognuno portava qualcosa.

Una focaccia.

Un salame.

Una torta.

Una pentola di pasta al forno.

Qualcuno tirò fuori vecchie sedie pieghevoli.

Uno dei pensionati portò un mazzo di carte.

Le signore discussero per mezz’ora su chi avesse messo troppo sale nelle polpette.

I bambini correvano sull’erba.

Bruno era al guinzaglio accanto a Vittorio.

Mimmo dormiva dentro una cesta imbottita.

Non tutti si avvicinarono.

Ed era giusto così.

Vittorio non pretendeva niente.

Una signora anziana passò a distanza e disse:

«Io i cani così li temo ancora.»

Vittorio annuì.

«Va bene.»

Lei sembrò sorpresa.

«Non si offende?»

«Perché dovrei?»

«Pensavo che dopo quello che è successo…»

«La paura non sparisce perché uno ti dice che sbagli.»

La signora indicò Bruno.

«Però posso guardarlo da qui.»

«Anche quello va bene.»

Rimasero in silenzio.

Dopo qualche minuto, la donna chiese:

«È vero che divide il cibo col gatto?»

Vittorio sorrise.

«No.»

Lei spalancò gli occhi.

«No?»

«Glielo dà quasi tutto.»

La donna rise.

Fu una piccola risata.

Ma Vittorio pensò che spesso le grandi cose iniziano proprio così.

Non con un discorso.

Non con una predica.

Con una crepa.

Passarono i mesi.

Bruno diventò una presenza normale.

Non la mascotte.

Non l’eroe.

Solo Bruno.

Al mattino accompagnava Vittorio al bar.

Restava fuori con lui.

Mimmo spesso dormiva in una borsa appesa alla spalliera della sedia.

Il barista metteva sempre una ciotola d’acqua.

Matteo, andando a scuola, salutava da lontano.

«Ciao Bruno!»

Il cane alzava la testa.

La domenica, qualche volta, casa di Vittorio tornava a riempirsi.

Non sempre.

Non come una volta.

I tempi cambiano.

I figli abitano lontano.

I nipoti hanno mille impegni.

Le famiglie non sono più quelle tavolate interminabili di quarant’anni fa.

Ma ogni tanto Vittorio tirava fuori le assi per allungare il tavolo.

E quando lo faceva, sentiva Lucia quasi dietro di sé.

«Non mettere i bicchieri così vicini al bordo.»

«Lo so, Lucia.»

«E il pane?»

«Arriva.»

Una sera d’inverno Vittorio si svegliò di colpo.

Il respiro corto.

Le mani sudate.

La stanza buia.

Il vecchio terrore tornò senza bussare.

Bruno si alzò.

Appoggiò la testa sul materasso.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto