Un’altra contrazione attraversò il corpo della cagna.
Non uscì nulla.
Dall’altra parte del telefono la voce cambiò.
«Potrebbe esserci un cucciolo bloccato. Va portata subito in clinica.»
«Non riesco a sollevarla da sola.»
«Stiamo mandando qualcuno.»
Riattaccai.
Nero non si era mosso.
Avvolsi la cagna nelle coperte.
La chiamai «bella», perché quando non sai il nome di qualcuno e hai paura che muoia, ti aggrappi alle parole più semplici.
«Dai, bella.»
«Resta qui.»
«Arrivano.»
Lei emise un lamento sottile.
Poi appoggiò una zampa sul mio polso.
Non so se fosse un gesto volontario.
Ma io lo sentii come una richiesta.
Nel frattempo si accese una luce nella casa accanto.
Una finestra.
Poi un’altra.
Qualcuno aveva sentito la macchina del soccorso arrivare.
Bruno comparve al cancello con una torcia.
«Sara?»
«Qui dietro!»
Arrivò ancora in pantofole.
Guardò nel fosso.
Non disse niente per qualche secondo.
Poi guardò Nero.
«È lei.»
«Cosa?»
«È lei che cercava.»
Arrivarono due operatori con una barella pieghevole.
Uno scese nel fosso.
Controllò rapidamente la cagna.
«È molto debole.»
La sollevammo insieme.
Pesava pochissimo.
Troppo poco.
Quella è una delle cose che ricordo meglio.
Il peso.
Una creatura che stava portando altre vite dentro di sé sembrava più leggera di una cesta di panni.
Nero seguì la barella.
Quando aprirono il furgone, saltò dentro senza che nessuno lo chiamasse.
«È suo?» mi chiese l’operatore.
«Da undici giorni.»
«Viene con noi?»
Guardai Nero.
Lui guardava la cagna.
«Sì.»
Salii anch’io.
Durante il tragitto nessuno parlò molto.
Io sedevo accanto alla cagna.
Nero era rannicchiato nell’angolo opposto.
Ogni tanto la strada faceva sobbalzare il furgone.
Lui non distoglieva gli occhi.
Quando la cagna smise di lamentarsi, sentii lo stomaco stringersi.
«Respira ancora?» chiesi.
L’operatore controllò.
«Sì.»
Alla clinica veterinaria la portarono subito dentro.
Un medico ci spiegò che il parto era bloccato da troppo tempo.
Serviva intervenire.
Io rimasi nella sala d’attesa con Nero.
Erano quasi le tre e mezza.
C’erano sedie di plastica, un distributore automatico e quell’odore di disinfettante che conosco fin troppo bene per lavoro.
Mi sedetti.
Nero no.
Si piazzò davanti alla porta da cui avevano portato via la cagna.
In piedi.
Ancora.
«Adesso puoi riposare», gli dissi.
Niente.
Gli occhi sulla porta.
Alle quattro e qualcosa arrivò il veterinario.
Mi alzai di scatto.
«La mamma è viva.»
Solo allora mi accorsi che avevo trattenuto il fiato.
«E i cuccioli?»
Abbassò lo sguardo.
Erano due.
Uno non ce l’aveva fatta.
Era rimasto bloccato troppo a lungo.
L’altro era vivo.
Una femminuccia piccola, scura, con una striscia dorata dietro le orecchie.
Non esultai.
Non si esulta davvero quando una vita arriva accanto a una che non ce l’ha fatta.
Si resta lì.
Con due sentimenti incompatibili nello stesso petto.
Dolore.
Sollievo.
Il veterinario ci fece entrare poco dopo.
La madre era ancora molto debole.
Il cucciolo le era vicino.
Nero si sdraiò a circa un metro da loro.
La prima volta che lo vidi sdraiarsi senza prepararsi immediatamente a rialzarsi.
Il veterinario osservò la scena.
«Si conoscono?»
«Non lo so.»
«Sembrerebbe.»
«Nero è stato trovato parecchi chilometri da casa mia.»
«Dove?»
Gli spiegai il punto.
Lui aggrottò la fronte.
«Strano.»
«Perché?»
«Il canale dietro casa sua continua verso est. Più avanti passa sotto diverse strade e si collega a fossi di campagna che arrivano quasi fino allo svincolo.»
Lo guardai.
Non capivo ancora.
«Quanto ci mette un cane a percorrere quella distanza?»
Il veterinario alzò le spalle.
«Dipende.»
Guardai Nero.
La cagna.
La porta.
E una parte di me cominciò a mettere insieme qualcosa che sembrava assurdo.
La mattina seguente chiamai il canile.
Chiesi il verbale completo del ritrovamento.
All’adozione avevo letto solo la scheda sintetica.
Mi mandarono tutto via posta elettronica.
Aprii il documento sul telefono.
C’era una nota che non avevo mai visto.
L’operatore che aveva recuperato Nero aveva scritto:
«L’animale non sembrava allontanarsi dal mezzo. Procedeva per brevi tratti, si fermava, voltava la testa verso il veicolo e riprendeva il percorso. Il comportamento dava l’impressione che tentasse di essere seguito.»
Lessi la frase.
Una volta.
Due.
Tre.
Mi tornò in mente Bruno.
Questo cane non guarda le persone.
Guarda fuori.
Continuai a leggere.
Nero aveva percorso quasi un chilometro lungo il margine della strada prima di lasciarsi prendere.
Non scappava.
Non stava cercando di salvarsi.
Stava cercando qualcuno disposto a seguirlo.
Mi sedetti.
Nero, dall’altra parte del vetro, era ancora vicino alla femmina.
E all’improvviso quelle undici notti cambiarono significato.
La porta.
Il corridoio.
La finestra.
Il giardino.
Il suo continuo ascoltare.
Non stava aspettando che succedesse qualcosa.
Qualcosa era già successo.
E lui non aveva ancora finito.
Probabilmente la cagna si era nascosta nel sistema dei fossi giorni prima, quando era ancora in grado di muoversi.
Forse Nero aveva seguito il suo odore.
Forse vivevano insieme.
Forse erano stati abbandonati nello stesso posto.
Forse lei era rimasta indietro e lui aveva continuato a cercare aiuto.
Non saprò mai ogni dettaglio.
Ma una cosa era chiara.
Quando qualcuno lo aveva raccolto sulla strada, Nero non era arrivato dove voleva andare.
Era finito al canile.
Poi io lo avevo portato a casa.
Per puro caso, a poche centinaia di metri dal canale in cui quella cagna aveva trovato rifugio.
Un caso.
Oppure uno di quei piccoli scherzi del destino che mia madre chiamava «cose che non devi capire per forza».
Lei diceva sempre:
«Ci sono porte che si aprono soltanto quando smetti di chiedere perché proprio a te.»
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