Il cane del canile non dormì per undici notti, poi alle due mi trascinò verso un segreto nel fosso

Io quelle frasi le prendevo in giro.

Quella mattina non risi.

La cagna rimase in clinica tre giorni.

Nel quartiere, intanto, la notizia si sparse.

Non so chi l’abbia raccontata per primo.

Forse Bruno.

Probabilmente Bruno.

Alle sette del mattino lo sapeva già la signora Teresa davanti.

Alle nove lo sapeva il panettiere all’angolo.

A mezzogiorno mi telefonò Carla, che vive quattro case più in là.

«Sara, ho delle coperte vecchie. Le vuoi?»

Un’ora dopo suonò il campanello.

Coperte.

Asciugamani.

Una confezione di traversine.

Una ciotola.

La sera arrivò Bruno con un sacco di mangime.

«Non l’ho comprato», precisò. «Me l’ha dato mio cognato.»

Era una bugia.

Sul sacco c’era ancora lo scontrino.

Non dissi niente.

Il giorno seguente trovai una busta appesa al cancello.

Dentro c’erano quaranta euro.

Nessun nome.

Solo un foglietto.

«Per la mamma e la piccola.»

Quella strada dove ormai ci salutavamo appena dal finestrino improvvisamente si ricordò di essere un quartiere.

Era questa la cosa che mi commosse quasi quanto Nero.

Quando ero piccola le porte restavano aperte.

Se mia madre finiva lo zucchero, bussava dalla vicina.

Se un anziano non apriva le persiane entro le dieci, qualcuno andava a vedere se stava bene.

Quando morì mio padre, per tre giorni non cucinammo niente perché continuavano ad arrivare teglie di pasta, polli arrosto, torte e pentole di brodo.

Poi, col tempo, erano arrivati i cancelli elettrici.

I citofoni con la telecamera.

Le cuffie nelle orecchie.

Le consegne lasciate davanti alla porta.

E avevamo cominciato a vivere a dieci metri gli uni dagli altri come se fossimo a diecimila chilometri.

Ci volle un cane che non dormiva per ricordarci come si fa.

Quando la femmina poté tornare a casa, dissi al veterinario che avrei fatto da stallo temporaneo.

Usai proprio quelle parole.

«Temporaneo.»

Lui sorrise.

Credo avesse già capito tutto.

La chiamai Miele.

Il cucciolo lo chiamai Alba.

Perché era arrivata nella parte più buia della notte.

E perché a cinquantadue anni avevo bisogno anch’io di ricordarmi che qualcosa può ancora cominciare quando pensavi che la tua vita avesse ormai scelto la sua forma definitiva.

Portai Miele e Alba a casa di venerdì.

Nero le aspettava vicino al cancello.

Miele scese piano dalla macchina.

Era ancora debole.

Camminò verso di lui.

Si fermarono a mezzo metro.

Nessuna scena da film.

Nessun salto.

Nessun abbaio.

Miele allungò il muso.

Nero abbassò la testa.

Si annusarono.

Poi lei gli toccò una guancia con il naso.

Nero chiuse gli occhi.

Solo per un secondo.

Ma lo vidi.

Quella notte sistemai tre cucce in soggiorno.

Una per ciascuno.

Naturalmente Alba ignorò la sua.

Si infilò accanto alla madre.

Miele si sdraiò.

Nero rimase in piedi.

Guardò la porta.

Fece due passi nel corridoio.

Il mio cuore si strinse.

Pensai che sarebbe ricominciato tutto.

Porta.

Finestra.

Corridoio.

Guardia.

Invece tornò.

Si avvicinò a Miele.

Si sdraiò dall’altro lato di Alba.

Emise un lungo sospiro.

Non un gemito.

Non un lamento.

Un sospiro.

Quello che fai quando hai portato un peso per troppo tempo e finalmente qualcuno te lo prende dalle braccia.

Poi appoggiò la testa sul pavimento.

E chiuse gli occhi.

Rimasi immobile.

Presi il telefono.

Aprii la telecamera.

Non perché avessi paura.

Perché avevo aspettato quasi due settimane di vederlo dormire.

Passarono dieci minuti.

Venti.

Un’ora.

Nero non si mosse.

A un certo punto le zampe cominciarono a tremargli leggermente nel sonno.

Stava sognando.

Alle sei del mattino dormiva ancora.

Sei ore.

Sei ore filate.

Mi misi a piangere seduta sul letto.

Piano.

Alla mia età si impara a piangere senza fare rumore.

Lo fai nei corridoi degli ospedali.

In macchina.

Davanti a una bolletta.

Dopo una telefonata che aspettavi.

Quando trovi una vecchia camicia di tuo padre in fondo a un armadio.

Ma quella mattina piansi per un cane che dormiva.

Miele avrebbe dovuto restare con me tre settimane.

Poi un mese.

Poi qualcuno del canile telefonò per chiedermi quando sarebbe stata disponibile per l’adozione.

Guardai Miele sul tappeto.

Guardai Alba che cercava di mordere la coda di Nero.

Guardai Nero che, invece di scappare, sopportava tutto con la pazienza di un nonno.

«Non lo sarà.»

Dall’altra parte ci fu una pausa.

«Vuole adottarle entrambe?»

«Sì.»

Riattaccai.

Poi guardai il soggiorno.

Tre cani.

Due camere.

Un giardino piccolo.

Uno stipendio normale.

Pensai che ero impazzita.

Bruno, quando glielo raccontai, disse:

«Finalmente.»

«Finalmente cosa?»

«Finalmente fai qualcosa senza pensare se è sensato.»

Da allora nel quartiere sono cambiate piccole cose.

La signora Teresa lascia ogni tanto un sacchetto di biscotti per cani sul cancello.

Carla porta fuori Miele quando faccio il turno lungo.

Bruno ha costruito una specie di tettoia vicino al muro.

Dice che erano assi avanzate.

Un’altra bugia.

La domenica mattina, se non lavoro, preparo il caffè e apro la porta sul giardino.

A volte qualcuno passa.

Ci si ferma a parlare.

Due minuti.

Dieci.

Una volta Teresa ha portato una torta.

Io avevo preparato le lasagne.

Bruno arrivò con una bottiglia di vino.

Senza averlo deciso, finimmo in sette attorno al mio vecchio tavolo.

Non succedeva da anni.

A un certo punto mi sono accorta che avevo apparecchiato usando i piatti di mia madre.

Quelli con il bordo azzurro.

Mi si è stretto qualcosa in gola.

Per anni non li avevo toccati perché mi sembrava sbagliato usarli senza di lei.

Poi ho pensato che forse è più sbagliato lasciare le cose belle chiuse in un mobile per paura di ricordare.

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