La cagnolina ringhiava contro chiunque si avvicinasse, finché una donna si inginocchiò e scoprì cosa proteggeva davvero

La cagnolina legata davanti al supermercato ringhiava contro tutti: poi una donna si inginocchiò e scoprì cosa stava proteggendo da ore

«Signora, non si avvicini. Quella morde.»

La voce arrivò alle mie spalle proprio mentre stavo infilando la lista della spesa nella tasca del cappotto.

Mi voltai.

Davanti al supermercato di quartiere, legata alla rastrelliera delle biciclette con una corda gialla, c’era una cagnolina che sembrava aver dichiarato guerra al mondo intero.

Piccola.

Forse dieci chili.

Pelo marrone duro e spettinato, appiccicato intorno agli occhi. Costole visibili. Le zampe posteriori tremavano ogni volta che si lanciava in avanti.

Abbaiava a chiunque passasse.

Non un abbaio normale.

Era un suono rauco, quasi spezzato.

Quello di un animale che aveva gridato troppo a lungo.

«È lì da stamattina», disse l’uomo dietro di me. «Hanno già chiamato qualcuno.»

Aveva una busta di pane sotto il braccio e quell’espressione che conoscevo bene.

Nel nostro quartiere, a Bologna, tutti sapevano tutto di tutti.

O almeno ci piaceva crederlo.

Chi aveva litigato con il figlio.

Chi non pagava il condominio.

Chi aveva venduto la casa dei genitori.

Chi prendeva la pensione minima e faceva finta che andasse tutto bene.

Ma davanti a quella cagnolina, quella mattina, nessuno sembrava sapere nulla.

Una signora sui settant’anni fece un giro largo per evitarla.

«Povera bestia», disse.

Poi aggiunse:

«Però se è cattiva, è cattiva.»

Un ragazzo poco più avanti rise e fece finta di avvicinare un piede alla corda.

La cagnolina impazzì.

Si lanciò in avanti con tutto il peso.

La corda si tese.

Lei mostrò i denti.

Il ragazzo scoppiò a ridere e se ne andò.

Sentii salirmi una rabbia che non avevo nessuna voglia di spiegare.

«Che divertimento c’è?»

Lui non rispose.

Forse non mi sentì.

Forse fece finta.

Io avevo cinquantotto anni, quindici minuti prima di tornare al lavoro e quattro cose da comprare: latte, pasta, caffè e detersivo.

Non avevo tempo per i problemi degli altri.

Era una frase che, negli ultimi anni, avevo imparato a ripetermi spesso.

Non avevo tempo.

Non avevo energie.

Non avevo più l’età per salvare il mondo.

Dopo la morte di mio marito, tre anni prima, avevo ridotto la vita a una serie di doveri ordinati.

Casa.

Lavoro.

Spesa.

Telefonata a mia figlia.

Pranzo della domenica, quando riusciva a venire con i nipoti.

E poi di nuovo casa.

Lavoro.

Spesa.

Una vita pulita.

Senza sorprese.

Stavo per entrare nel supermercato quando vidi una cosa strana.

La cagnolina abbaiò contro un uomo.

L’uomo si allontanò.

E lei smise immediatamente.

Fece un piccolo giro su sé stessa, tornò verso il muro e abbassò la testa.

Non si sdraiò.

Non bevve.

Non riposò.

Portò il muso quasi fino a terra.

Rimase immobile per qualche secondo.

Poi tornò a guardare la gente.

Un’altra donna passò vicino.

Di nuovo.

Abbaio.

Ringhio.

La donna accelerò.

E di nuovo la cagnolina tornò verso il muro.

Abbassò il muso.

Controllò qualcosa.

Mi fermai.

La osservai per quasi un minuto.

Lo faceva ogni volta.

Non stava cercando di tenere la gente lontana da sé.

Stava cercando di tenere la gente lontana da qualcosa.

«Che cosa hai lì?»

Ovviamente non mi rispose.

Si girò verso di me.

Le orecchie si rizzarono.

Io feci un passo.

Lei abbaiò.

Forte.

Un colpo secco che mi attraversò lo stomaco.

Mi fermai.

Abbassai lo sguardo.

La corda era corta.

Terribilmente corta.

Era annodata due volte a una barra di ferro e le permetteva di muoversi forse mezzo metro.

Nessuno aveva lasciato abbastanza corda perché potesse finire nel parcheggio.

Qualcuno aveva misurato quella distanza.

Fu la prima cosa che mi fece cambiare idea.

La seconda fu un lembo di stoffa azzurra.

Spuntava da sotto la pancia della cagnolina.

Mi piegai leggermente.

Lei ringhiò.

«Va bene», sussurrai. «Non vengo più vicino.»

Mi abbassai lentamente, restando a distanza.

Quello che vidi sotto di lei mi fece dimenticare la spesa, il lavoro e perfino il freddo.

C’era un asciugamano.

Vecchio.

Azzurro, scolorito.

Era stato piegato contro il muro per formare una specie di nido.

E dentro quel nido si muovevano quattro corpicini minuscoli.

Cuccioli.

Appena nati.

Mi portai una mano alla bocca.

La cagnolina smise di abbaiare.

Per la prima volta mi guardò davvero.

Non sembrava feroce.

Sembrava terrorizzata.

Uno dei cuccioli mosse una zampetta.

Un altro cercò alla cieca il corpo della madre.

Avevano gli occhi ancora chiusi.

Le orecchie piegate.

La pelle rosa sotto il pelo quasi inesistente.

La cagnolina abbassò la testa e li annusò uno per uno.

Poi tornò a fissarmi.

In quel momento capii tutto.

Per ore, centinaia di persone erano passate a mezzo metro da lei.

Qualcuno l’aveva insultata.

Qualcuno aveva riso.

Qualcuno aveva parlato di cani pericolosi.

Qualcuno aveva detto che certi animali andrebbero portati via.

Ma nessuno aveva guardato per terra.

Nessuno si era chiesto che cosa stesse difendendo.

Mi sedetti sul bordo del marciapiede.

La cagnolina tremava.

«Brava mamma», dissi.

Non so perché usai quelle parole.

Forse perché ero madre anch’io.

Forse perché, anche se apparteniamo a specie diverse, certe paure non hanno bisogno di traduzione.

Quando mia figlia aveva tre anni, ebbe una febbre altissima nel cuore della notte.

Ricordavo ancora me stessa seduta accanto al suo letto.

Mio marito continuava a dire:

«Vedrai che passa.»

Io non riuscivo nemmeno a sentire quello che diceva.

Sentivo solo il respiro di mia figlia.

Ogni respiro.

Come se da quello dipendesse il mondo.

La cagnolina stava facendo la stessa cosa.

Solo che lei non aveva una casa.

Non aveva un telefono.

Non aveva un marito accanto.

Aveva mezzo metro di corda e una voce ormai quasi finita.

Il responsabile del supermercato uscì qualche minuto dopo.

Si chiamava Sergio.

Lo conoscevo di vista da anni.

«Lucia, ma cosa fai seduta lì?»

Indicai l’asciugamano.

«Guarda.»

Sergio si abbassò.

«Madonna santa.»

«Da quanto è qui?»

Si grattò la nuca.

«Quando siamo arrivati stamattina era già legata.»

Guardai l’orologio.

Erano quasi le undici e mezza.

«Avete aperto alle sette.»

«Sì.»

«Quattro ore.»

«Abbiamo chiamato il servizio veterinario.»

«Quando?»

«Un’oretta fa.»

«E prima?»

Sergio si irrigidì.

«Prima pensavamo che il proprietario fosse dentro a fare la spesa.»

«Quattro ore di spesa?»

Lui sospirò.

«Lucia, non cominciare. Due persone hanno provato ad avvicinarsi e lei ha cercato di mordere.»

Guardai la cagnolina.

«Certo che ha cercato di mordere.»

«Cosa dovevamo fare?»

Non risposi subito.

Perché la verità era che anch’io, cinque minuti prima, stavo per entrare senza fermarmi.

Era facile puntare il dito contro gli altri.

Molto più difficile ammettere quanto poco fosse mancato perché io facessi esattamente la stessa cosa.

Mi avvicinai quel tanto che bastava per vedere meglio la corda.

Il nodo era pulito.

Doppio.

Non improvvisato.

Poi guardai l’asciugamano.

Gli angoli erano ripiegati all’interno.

Il nido era stato preparato.

Qualcuno aveva fatto tutto con attenzione.

Quella persona non aveva semplicemente scaricato un cane e se n’era andata.

Aveva scelto un posto visibile.

Coperto in parte dalla tettoia.

Lontano dalle auto.

Aveva lasciato abbastanza corda perché la madre raggiungesse i cuccioli, ma non abbastanza perché potesse finire sulla strada.

Aveva messo un asciugamano sotto i piccoli.

Mi accorsi persino che aveva scelto il lato del supermercato dove batteva il sole del mattino.

Sentii la rabbia cambiare forma.

Non sparire.

Cambiare.

«Chi l’ha lasciata qui», dissi piano, «voleva che qualcuno la trovasse.»

Sergio strinse le labbra.

«Se la amava poteva tenersela.»

Alzai gli occhi su di lui.

«Non sappiamo niente.»

Quella frase uscì più dura del previsto.

Non sappiamo niente.

Nel nostro quartiere, invece, eravamo convinti di sapere sempre tutto.

Io per prima.

Chi non riusciva a pagare una bolletta era irresponsabile.

Chi tornava a vivere con i genitori a quarant’anni aveva fallito.

Chi vendeva i gioielli della madre aveva le mani bucate.

Chi lasciava un animale non aveva cuore.

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