Poi si sdraiò accanto alla vecchia sedia di mio marito.
Io rimasi immobile.
Era una sedia che nessuno usava da tre anni.
Una sedia che non riuscivo a togliere perché toglierla mi sembrava un tradimento.
Pina appoggiò il mento su una zampa.
Chiuse gli occhi.
La guardai per molto tempo.
Poi dissi:
«Va bene.»
Non so ancora se stessi parlando a lei.
A mio marito.
O a me stessa.
La domenica successiva mia figlia venne con i bambini.
«Quindi questa è Pina.»
«Temporaneamente.»
Mia figlia alzò un sopracciglio.
«Ha già una targhetta col tuo numero.»
«Per sicurezza.»
«C’è scritto anche l’indirizzo.»
«Non si sa mai.»
«Mamma.»
«Mangiamo?»
I bambini si sedettero per terra accanto a lei.
Pina, che un mese prima abbaiava contro chiunque si avvicinasse, appoggiò la testa sulle ginocchia di mio nipote.
Mia figlia mi guardò.
Non disse niente.
Non ce n’era bisogno.
Da allora sono passati due anni.
Pina non abbaia quasi mai agli sconosciuti.
Non perché abbia dimenticato.
Credo che certi animali non dimentichino affatto.
Semplicemente imparano che non tutte le cose che si avvicinano devono essere combattute.
Ogni tanto, però, succede qualcosa.
Se sente un cucciolo piangere alla televisione, alza immediatamente la testa.
Se al parco incontra un cane piccolo, lo annusa con un’attenzione particolare.
E se vede un asciugamano azzurro sul pavimento, si ferma.
Solo per un secondo.
Poi passa oltre.
Io penso ancora alla persona che scrisse sul collare.
SI CHIAMA PINA.
È UNA BRAVA MAMMA. AIUTATELA, PER FAVORE.
Non abbiamo mai scoperto chi fosse.
Qualcuno chiese di controllare le telecamere della zona.
Si vedeva una figura arrivare molto presto.
Cappuccio in testa.
Una borsa in mano.
Niente di più.
La persona sistemò l’asciugamano.
Posò i cuccioli.
Accarezzò Pina a lungo.
Poi si alzò.
Fece qualche passo.
Tornò indietro.
Si abbassò ancora.
La accarezzò di nuovo.
Infine andò via.
Quando Marina mi mostrò quelle immagini, non riuscii a guardarle una seconda volta.
Non serviva.
Avevo capito.
Forse quella persona aveva sbagliato molte cose nella vita.
Forse no.
Forse aveva perso il lavoro.
Forse la casa.
Forse era sola.
Forse avrebbe potuto chiedere aiuto diversamente.
Forse aveva già chiesto.
Non lo saprò mai.
Ma una cosa la so.
Quel giorno non lasciò Pina in mezzo a una strada.
La lasciò davanti a un luogo dove passavano centinaia di persone.
Con una coperta.
Con dell’acqua poco distante.
Con una corda abbastanza lunga da permetterle di stare con i cuccioli e abbastanza corta da impedirle di finire sotto un’auto.
E con una frase sul collare.
Una richiesta.
Non elegante.
Non perfetta.
Ma chiarissima.
Aiutatela.
Da giovane pensavo che la vita fosse divisa in persone forti e persone deboli.
Poi sono arrivati i cinquant’anni.
Le malattie dei genitori.
Le rate.
I figli che diventano adulti e continuano ad aver bisogno di te.
I funerali.
I matrimoni che finiscono.
Le case dei nonni da svuotare.
Le fotografie da dividere tra fratelli.
Le telefonate che nessuno vorrebbe ricevere.
Ho capito che non esistono persone sempre forti.
Esistono persone che riescono ad andare avanti fino al giorno in cui non ce la fanno più.
E quel giorno, se sono fortunate, incontrano qualcuno che guarda un po’ più in basso.
Qualcuno che invece di dire «non è affar mio» si ferma.
Qualcuno che non vede soltanto un cane che abbaia.
Ma si chiede:
«Che cosa sta cercando di proteggere?»
Pina adesso dorme spesso in cucina.
Nello stesso punto.
Accanto alla sedia di mio marito.
Io preparo il caffè.
Lei apre un occhio.
Controlla che io sia ancora lì.
Poi lo richiude.
A volte la sera, mentre lavo i piatti, sento il suo respiro lento alle mie spalle.
Un suono semplice.
Regolare.
Sicuro.
Penso alle ore trascorse davanti a quel supermercato.
Alla corda gialla.
Alla gente che tirava dritto.
A me che stavo per fare la stessa cosa.
Penso a quanto può cambiare una vita per un gesto che dura dieci secondi.
Fermarsi.
Abbassarsi.
Guardare.
Sul mobile della cucina tengo ancora il vecchio collare.
Marina voleva buttarlo perché era consumato.
Io gliel’ho chiesto.
Le scritte si stanno scolorendo.
Ma si leggono ancora.
Ogni tanto lo prendo in mano.
Non per ricordare la crudeltà.
Non è quella la cosa che voglio ricordare.
Voglio ricordare che, persino nel momento peggiore, qualcuno aveva trovato la forza di scrivere:
È UNA BRAVA MAMMA.
E aveva avuto ragione.
L’altra sera è venuta mia figlia.
Abbiamo cenato insieme.
Pasta al forno, polpette e quel tiramisù che faccio da quando lei era bambina.
I nipoti discutevano.
La televisione era troppo alta.
Pina girava sotto il tavolo sperando che cadesse qualcosa.
A un certo punto mia figlia mi ha guardato.
«Mamma, sei cambiata da quando c’è lei.»
«In peggio?»
«No.»
Ha sorriso.
«Sei tornata quella di prima.»
Ho fatto finta di non capire.
Ma avevo capito benissimo.
Dopo la morte di mio marito, avevo continuato a vivere.
Ma avevo smesso lentamente di farmi coinvolgere.
Era il mio modo di proteggermi.
Se non ti affezioni, non perdi.
Se non ti fermi, non ti riguarda.
Se non guardi sotto l’asciugamano, puoi convincerti che non ci sia niente.
Pina mi ha insegnato il contrario.
Mi ha ricordato che una vita senza dolore non esiste.
Ma può esistere una vita in cui il dolore non ha l’ultima parola.
Quella sera, dopo che tutti se ne furono andati, raccolsi i piatti.
Pina si sistemò accanto alla vecchia sedia.
«Lo sai che sei arrivata qui per caso?»
Aprì un occhio.
«O magari no.»
Naturalmente non rispose.
La cucina era silenziosa.
Chiusi l’acqua.
Spensi la luce.
Per qualche secondo rimasi sulla porta.
Pina respirava profondamente.
Il suo corpo non era più teso.
Non sorvegliava niente.
Non aveva più cuccioli da difendere.
Nessuna corda.
Nessun marciapiede.
Nessuno da tenere lontano.
Finalmente poteva semplicemente dormire.
E forse, dopo tanti anni passati a credere di dover essere forte per forza, potevo farlo anch’io.
Lasciai socchiusa la porta della camera.
Pina si alzò.
Mi seguì lungo il corridoio.
Senza fretta.
Senza paura.
E restò.





