La cagnolina ringhiava contro chiunque si avvicinasse, finché una donna si inginocchiò e scoprì cosa proteggeva davvero

Era comodo.

Dividere il mondo in buoni e cattivi costava molto meno fatica che fermarsi a chiedere che cosa fosse successo nel mezzo.

Presi il telefono.

Chiamai una vecchia conoscente, Marina.

Avevamo frequentato insieme le scuole superiori.

Lei, dopo la pensione, aiutava una piccola rete di volontari che si occupava di animali abbandonati.

«Lucia?»

«Mi serve una mano.»

«Che è successo?»

«Una cagnolina. Quattro cuccioli appena nati.»

Silenzio.

Poi Marina cambiò voce.

«Dove sei?»

Glielo dissi.

«Arrivo.»

«Quanto ci metti?»

«Il tempo di prendere il trasportino.»

Chiusi la chiamata.

Sergio mi guardava.

«E il servizio veterinario?»

«Se arriva prima, bene. Se arriva Marina prima, ancora meglio.»

Mi sedetti di nuovo.

La cagnolina continuava a fissare le mie mani.

Non il viso.

Le mani.

Quel dettaglio mi fece male.

C’era una storia lì dentro che non conoscevo.

Forse mani gentili.

Forse mani brusche.

Forse entrambe.

Appoggiai i palmi sulle ginocchia.

Li lasciai aperti.

Non provai ad accarezzarla.

Non la chiamai.

Non le feci quei versi stupidi che facciamo con gli animali quando vogliamo convincerli che siamo buoni.

Rimasi semplicemente lì.

Dopo qualche minuto lei abbassò leggermente la testa.

Poi si girò.

Leccò uno dei cuccioli.

Quello più piccolo.

Lo fece con una lentezza quasi commovente.

Una passata dalla testa alla coda.

Poi un’altra.

Quel cucciolo si muoveva meno degli altri.

«Quello non sta bene», dissi.

Sergio si chinò.

«Come fai a saperlo?»

«Non lo so.»

Ma lo sapevo.

Le madri vedono certe cose.

Le madri animali, evidentemente, anche.

Marina arrivò venticinque minuti dopo con una vecchia utilitaria piena di coperte, scatole e bottiglie d’acqua.

Aveva sessantacinque anni e lo stesso passo deciso che aveva a diciotto.

«Fammi vedere.»

Si inginocchiò a circa due metri dalla cagnolina.

«Piano», dissi.

Marina non rispose.

Non si mosse per diversi minuti.

Restò lì.

Respirava.

Guardava di lato, mai direttamente negli occhi l’animale.

La cagnolina ringhiò una volta.

Poi smise.

«È esausta», disse Marina.

«Da stamattina non smette di abbaiare.»

«Non è aggressiva.»

«Lo so.»

«No, Lucia. È proprio sfinita.»

Marina indicò le mammelle.

«Ha partorito da pochissimo. Deve mangiare. Deve bere. Probabilmente è disidratata.»

Tirò fuori una ciotola bassa.

Versò acqua.

La fece scivolare piano verso di lei.

La cagnolina guardò l’acqua.

Poi guardò i cuccioli.

Poi bevve.

Non dimenticherò mai quel rumore.

Lappava così in fretta che sembrava non bere da giorni.

Marina aspettò.

«Adesso devo vedere i piccoli.»

Si avvicinò di pochi centimetri.

La madre sollevò il labbro.

Marina si fermò.

«Va bene. Hai ragione tu.»

Aspettò ancora.

Il tempo rallentò.

Persino le persone che uscivano dal supermercato cominciarono a fermarsi a distanza.

La signora che prima aveva detto che il cane era cattivo tornò con una bottiglietta d’acqua.

Un uomo portò una coperta.

Sergio fece uscire un ragazzo del magazzino con una scatola di cartone.

Il quartiere, improvvisamente, aveva smesso di giudicare.

Aveva iniziato a guardare.

Marina mosse una mano verso l’asciugamano.

La cagnolina la seguì con gli occhi.

Non ringhiò.

Marina sollevò delicatamente il bordo della stoffa.

«Quattro.»

Poi toccò il più piccolo.

La sua espressione cambiò.

«Questo è freddo.»

Mi si gelò lo stomaco.

«Quanto?»

«Troppo.»

Lo sollevò nel palmo.

Era minuscolo.

Così piccolo che sembrava impossibile potesse contenere un cuore.

La madre si alzò di scatto.

La corda si tese.

Un ringhio basso le attraversò il petto.

«Lo so», sussurrò Marina. «Lo so, mamma.»

Aprì il cappotto e infilò il cucciolo contro il maglione, vicino al petto.

«Devo scaldarlo.»

La cagnolina non staccava gli occhi dal punto in cui il piccolo era scomparso.

Sembrava una madre davanti alla porta di una sala operatoria.

Non poteva fare niente.

Quella, pensai, è una delle paure peggiori che esistano.

Quando ami qualcuno e devi consegnarlo nelle mani di un estraneo perché tu non sei più in grado di aiutarlo.

Marina controllò gli altri tre.

«Questi reagiscono. Il piccolo invece è debole.»

«Ce la farà?»

«Non prometto mai cose che non so.»

Fu allora che decidemmo di sciogliere la corda.

Io presi il nodo.

Le dita mi tremavano.

La cagnolina mi lasciò fare.

Quando la corda si allentò, non cercò di scappare.

Non provò nemmeno ad alzarsi.

Restò accanto all’asciugamano.

Come se tutta la sua libertà non significasse niente senza quei cuccioli.

Seguii la corda fino al collare.

Era sottile.

Finta pelle marrone, consumata ai bordi.

Nessuna medaglietta.

«Niente nome», dissi.

Marina mi indicò l’interno.

«Aspetta.»

Giravo il collare quando vidi le lettere.

Erano scritte con un pennarello nero.

Stampatello.

Un po’ tremolante.

Lessi una volta.

Poi di nuovo.

C’era scritto:

SI CHIAMA PINA

E sotto:

È UNA BRAVA MAMMA. AIUTATELA, PER FAVORE.

Mi dovetti sedere.

Non perché fossi stanca.

Perché quelle parole mi tolsero l’aria.

Intorno a noi nessuno parlò.

Persino Sergio rimase immobile.

Guardai il collare.

Pensai a qualcuno seduto a un tavolo.

Un pennarello in mano.

La cagnolina davanti.

Quattro cuccioli appena nati.

Qualcuno aveva scritto quelle parole.

Qualcuno l’aveva chiamata una brava mamma.

Qualcuno aveva preparato l’asciugamano.

Qualcuno aveva fatto il nodo.

E poi aveva camminato via.

Per la prima volta provai a immaginare davvero quella passeggiata.

Non dalla parte del cane.

Dalla parte di chi l’aveva lasciato.

Quanto bisogna essere disperati per fare una cosa del genere con tanta cura?

Quanto deve costare voltarsi?

Quanto devi aver perso prima di arrivare al punto in cui l’unico modo che hai per salvare ciò che ami è consegnarlo a degli sconosciuti?

La signora con la bottiglietta si asciugò gli occhi.

«Magari era una persona anziana.»

Un altro disse:

«O qualcuno sfrattato.»

«O malato.»

Sergio scosse la testa.

«Possiamo inventare tutto.»

Aveva ragione.

Non sapevamo.

E proprio perché non sapevamo, forse avremmo dovuto giudicare meno.

Caricammo Pina e i cuccioli sulla macchina di Marina.

Io avrei dovuto tornare al lavoro.

Chiamai.

«Non sto bene», dissi.

Tecnicamente era vero.

Avevo lo stomaco chiuso e il cuore sottosopra.

Mi sedetti sul sedile del passeggero.

Pina salì sulle mie gambe.

Era rigida come una tavola.

Non mi guardava.

Guardava dietro.

I tre cuccioli erano in un trasportino con una coperta calda.

Il più piccolo era ancora dentro il cappotto di Marina.

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