«Dobbiamo portarlo dal veterinario?»
«Prima lo scaldiamo. Ho già avvisato una dottoressa che collabora con noi.»
Pina appoggiò il muso sul mio avambraccio.
Non era una carezza.
Non era fiducia.
Era contatto.
Un punto fermo.
Le lasciai il naso lì.
«Tranquilla», mormorai.
Poi mi sentii stupida.
Come poteva stare tranquilla?
Aveva perso una casa.
Aveva partorito.
Era stata legata davanti a un supermercato.
Aveva urlato per ore per tenere lontani gli estranei.
Adesso altri estranei stavano portando via i suoi cuccioli.
Eppure non aveva altra scelta che seguirci.
A casa di Marina preparammo una stanza.
Coperte pulite.
Una cesta bassa.
Una fonte di calore.
Acqua.
Cibo.
Pina entrò, girò due volte e si sdraiò.
Marina appoggiò i tre piccoli contro il suo ventre.
Cominciarono immediatamente a cercare il latte.
Pina li annusò.
Li contò.
Uno.
Due.
Tre.
Poi alzò la testa.
Guardò Marina.
Mancava il quarto.
«Lo so.»
Marina tirò fuori il più piccolo.
Respirava ancora.
Appena.
Lo posò vicino alla madre.
Pina cambiò completamente.
Allungò il collo.
Lo annusò dalla testa ai piedi.
Poi cominciò a leccarlo.
Piano.
Con metodo.
Dalla testa alla coda.
Ancora.
E ancora.
Il piccolo non si attaccava.
«Deve mangiare», disse Marina.
Pina continuava a leccare.
Come se potesse spingerlo verso la vita.
Io rimasi seduta sul pavimento.
Non avevo mai assistito a qualcosa del genere.
Non c’era niente di spettacolare.
Niente musica.
Niente miracoli.
Solo una madre stanca che faceva l’unica cosa che sapeva fare.
Continuare.
Passarono quaranta minuti.
Il cucciolo cercò la mammella.
Mancò il bersaglio.
Pina lo spinse con il naso.
Ci riprovò.
Questa volta aprì la bocca.
Marina trattenne il fiato.
Il piccolo si attaccò.
«Sta mangiando.»
Io cominciai a piangere.
Non con eleganza.
Non quelle lacrime discrete da film.
Piangevo come non facevo dal funerale di mio marito.
Marina mi guardò.
«Lucia.»
«Lo so.»
«Non ti ho detto niente.»
«Appunto.»
Ridemmo entrambe.
Pina non ci degnò di uno sguardo.
Aveva altro da fare.
Quella sera tornai a casa tardi.
La busta della spesa era ancora nel bagagliaio.
Il latte era caldo.
Avevo dimenticato il detersivo.
Mia figlia mi telefonò.
«Mamma, dove sei stata tutto il giorno?»
Le raccontai.
Alla fine rimase in silenzio.
«E adesso?»
«Adesso niente.»
«Come niente?»
«I cuccioli stanno da Marina.»
«E la madre?»
Guardai la cucina vuota.
La sedia di mio marito era ancora lì.
Tre anni e non avevo mai avuto il coraggio di cambiarla.
«Anche lei.»
Mia figlia mi conosceva troppo bene.
«Mamma.»
«Cosa?»
«Tu stai già pensando di portarla a casa.»
«Assolutamente no.»
Silenzio.
«Mamma.»
«Ho cinquantotto anni. Lavoro. Non mi serve un cane.»
«Certo.»
«E poi è spaventata.»
«Certo.»
«Potrebbe avere bisogno di qualcuno esperto.»
«Certo.»
«Non fare quella voce.»
Mia figlia rise.
La domenica successiva portai le lasagne a casa di Marina.
Solo per vedere come stavano.
Così dissi.
Pina era sdraiata con i quattro cuccioli.
Quello più piccolo aveva già un nome.
Nina.
«Nina?»
Marina alzò le spalle.
«Mi sembrava una Nina.»
«È femmina?»
«Sì.»
«Come sta?»
«Mangia. Dorme. Si lamenta. Quindi benissimo.»
Pina mi riconobbe.
Non corse verso di me.
Non scodinzolò.
Si limitò ad alzare la testa.
Mi seguì con gli occhi.
Mi sedetti vicino alla cesta.
Dopo qualche minuto si spostò.
Appoggiò il mento sulla mia scarpa.
Tutto lì.
Quello fu il momento esatto in cui persi.
Passarono le settimane.
I cuccioli crebbero.
Cominciarono ad aprire gli occhi.
Poi a camminare male.
Poi a litigare tra loro per cose inesistenti.
Nel frattempo la storia di Pina si diffuse nel quartiere.
Qualcuno aveva scattato una fotografia fuori dal supermercato.
La signora della bottiglietta la raccontò al parrucchiere.
Sergio mise una scatola per raccogliere cibo e coperte vicino alle casse.
Il panettiere portava pane secco per i volontari.
Una farmacista in pensione offrì vecchi asciugamani.
Due ragazzini iniziarono a passare il sabato mattina da Marina per pulire le ciotole.
Per anni avevo sentito dire che il quartiere non era più quello di una volta.
Che nessuno conosceva più nessuno.
Che una volta ci si aiutava.
Che oggi tutti guardavano solo il telefono.
Forse era vero.
O forse aspettavamo solo un motivo per ricordarci chi eravamo.
Una cagnolina legata a una rastrelliera aveva fatto quello che decine di riunioni condominiali, feste di strada e volantini non erano riusciti a fare.
Ci aveva costretti a fermarci.
Uno alla volta i cuccioli trovarono casa.
Uno andò a una giovane coppia.
Un altro a una famiglia con un giardino.
Il terzo a un uomo rimasto vedovo che aveva smesso di uscire dopo la morte della moglie.
Nina, la più piccola, fu adottata da una coppia di pensionati sulle colline.
Marina mi mostrava le fotografie.
Nina sul divano.
Nina con una coperta.
Nina nel letto matrimoniale.
«Questi due hanno perso la testa», disse.
«È giusto.»
Quando l’ultimo cucciolo andò via, Pina passò due giorni a cercarli.
Annusava le coperte.
Controllava gli angoli.
Si fermava davanti alla porta.
Mi spezzava il cuore.
Poi, poco alla volta, qualcosa cambiò.
La tensione cominciò a lasciare il suo corpo.
Non tutta insieme.
A strati.
Prima smise di sobbalzare ogni volta che qualcuno apriva una porta.
Poi smise di correre verso le finestre quando sentiva passi.
Poi imparò a dormire davvero.
Non quel sonno leggero degli animali pronti a scappare.
Dormire.
Profondamente.
Una sera Marina mi telefonò.
«Ho trovato una famiglia interessata a Pina.»
Sentii lo stomaco chiudersi.
«Ah.»
«Brave persone.»
«Ah.»
«Casa grande.»
«Bene.»
«Giardino.»
«Molto bene.»
Silenzio.
«Lucia.»
«Che vuoi?»
«Vuoi che gliela dia?»
Guardai il pavimento della cucina.
Da settimane avevo comprato una ciotola che tenevo nascosta sotto il lavello.
Solo nel caso.
Avevo anche un guinzaglio.
Solo nel caso.
E un cuscino.
Solo nel caso.
«No.»
Marina rise.
«No cosa?»
«Non dargliela.»
«Perché?»
«Perché viene da me.»
Il giorno in cui Pina entrò a casa mia, non ci fu nessuna scena da film.
Nessuna corsa.
Nessuna musica.
Annusò il corridoio.
Entrò in cucina.
Vide la ciotola.
Bevve.
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