Papà si sedeva.
Guardava l’acqua.
Mangiava un panino.
Dava a Miele l’ultimo boccone, fingendo sempre di non volerlo fare.
“Questo no.”
Miele lo fissava.
“Ho detto no.”
Cinque secondi.
“Va bene. Ma solo perché sei vecchia.”
Erano vecchi tutti e due.
E forse proprio per questo si capivano.
Quel pomeriggio rimasero al parco fino alle due e mezza.
Poi papà tornò alla macchina.
Il viaggio verso casa durava meno di dieci minuti.
La telecamera sul cruscotto cominciò a registrare appena accese il motore.
Alle 14:35 papà uscì dal parcheggio.
Guidava piano.
Dall’audio si sente che canticchiava.
Una vecchia canzone italiana che piaceva a mamma.
Non distinguevo subito le parole.
Ma riconobbi la melodia.
Da bambina li sentivo cantarla mentre lavavano i piatti la domenica.
Lei lavava.
Lui asciugava.
Ogni tanto ballavano due passi tra il tavolo e il frigorifero.
Noi figli ridevamo.
“Ma guardateli.”
Quando sei giovane, certe cose ti sembrano ridicole.
Poi passi i cinquant’anni e pagheresti qualsiasi cifra per rivederle anche solo trenta secondi.
Alle 14:41 papà attraversò un piccolo incrocio.
Venti secondi dopo successe.
La mano destra lasciò il volante.
Cadde sulle gambe.
La macchina cominciò ad andare verso destra.
Papà provò a correggere la traiettoria con la sinistra, ma qualcosa nel suo corpo aveva già smesso di rispondere.
Il piede scivolò dall’acceleratore.
L’auto rallentò.
Finì con due ruote sull’erba.
Poi quasi si fermò.
Papà aprì la bocca.
“Mi…”
Nient’altro.
La testa si abbassò.
La macchina, essendo ancora in marcia su una lieve pendenza, ricominciò lentamente ad avanzare.
Tre, forse quattro chilometri all’ora.
Sembra poco.
Ma se al volante c’è un uomo incosciente, anche tre chilometri all’ora possono diventare troppi.
La telecamera interna mostra Miele.
Prima era sdraiata.
Al suono della voce di papà, alzò subito la testa.
Orecchie tese.
Lo guardò.
Aspettò.
Un secondo.
Due.
Poi fece ciò che non aveva fatto in dieci anni.
Saltò davanti.
Non si arrampicò.
Non esitò.
Si lanciò sopra la console centrale e atterrò sul sedile del passeggero.
Si spostò verso papà.
Gli mise le zampe sulle gambe.
Lo guardò in faccia.
Pianse piano.
Gli leccò una guancia.
Nessuna risposta.
Poi Miele guardò davanti.
Il volante.
Alle 14:41 e 57 secondi sollevò la zampa anteriore destra.
La appoggiò sul centro del volante.
BEEEEEP.
Il primo colpo di clacson.
Tolse la zampa.
Guardò papà.
Gli leccò ancora la faccia.
Niente.
Quattro secondi dopo lo fece di nuovo.
BEEEEEP.
Questa volta più lungo.
Poi un terzo.
Poi un quarto.
Poi un quinto.
E qui c’è la parte che continua a stupirmi.
Miele non stava impazzendo.
Non stava graffiando il volante a caso.
Non abbaiava furiosamente.
Premere.
Lasciare.
Guardare papà.
Premere.
Lasciare.
Aspettare.
Come se stesse verificando una cosa.
Premendo lì esce un rumore.
Il rumore è forte.
Le persone sentono i rumori forti.
Al sesto colpo accelerò.
Dal sesto al quattordicesimo, i segnali arrivarono uno dopo l’altro.
Corti.
Lunghi.
Due rapidi.
Una pausa.
Ancora uno.
Miele stava chiedendo aiuto.
A una ventina di metri, sul marciapiede, c’era un uomo del servizio manutenzione comunale.
Si chiamava Marco.
Stava raccogliendo alcuni rami potati vicino a una siepe.
Al primo clacson non fece caso.
Al quinto alzò la testa.
Al decimo vide la macchina che procedeva storta, lentamente, con le ruote quasi sull’erba.
Non riusciva a vedere bene il guidatore.
Poi vide qualcosa muoversi all’interno.
Cominciò a correre.
Più tardi mi raccontò:
“Pensavo ci fosse una persona che stava male e magari un bambino che cercava di suonare.”
Arrivò al finestrino.
Guardò dentro.
Vide mio padre piegato sul volante.
E sopra di lui una Golden Retriever con una zampa sul clacson.
Miele premette di nuovo.
Marco rimase fermo forse mezzo secondo.
Poi provò la maniglia.
Chiusa.
Cominciò a correre accanto alla macchina e chiamò il numero di emergenza.
“C’è un uomo svenuto in una macchina che si sta muovendo. Il cane sta suonando il clacson.”
L’operatore chiese di ripetere.
“Il cane. È il cane che suona.”
Mentre parlava, dall’altro capo del telefono sentirono altri colpi.
Uno.
Due.
Tre.
Nel frattempo le persone del quartiere cominciavano a uscire.
Un signore lasciò la bicicletta sul marciapiede.
Una donna corse fuori da un portone.
Il proprietario di una piccola ferramenta uscì con degli attrezzi.
È qui che la storia, per me, smette di essere soltanto la storia di un cane.
Perché per qualche minuto quella strada diventò ciò che tanti di noi ricordano dell’Italia di una volta.
Quella in cui se succedeva qualcosa davanti al portone, uscivano tutti.
Quella in cui il vicino non diceva:
“Non sono affari miei.”
Diceva:
“Che serve?”
Marco correva accanto alla macchina.
Un pensionato cercava di fermarla spingendo sul montante.
Una signora chiamava aiuto.
Un uomo che anni prima aveva lavorato come meccanico riuscì infine ad aprire la portiera con un attrezzo.
Miele non ringhiò.
Non cercò di mordere nessuno.
Appena vide le mani raggiungere papà, si spostò sul sedile del passeggero.
Come se avesse capito:
Adesso ci siete voi.
Adesso tocca a voi.
Continuò però a guardarlo.
Alle 14:43 e 45 secondi premette il clacson per l’ultima volta.
Il quarantasettesimo.
Quando arrivarono i soccorritori, erano passati pochissimi minuti dall’inizio dell’ictus.
Pochissimi.
Ma prima voglio tornare indietro di trenta secondi.
Al colpo numero trentuno.
Sono le 14:43 e 11 secondi.
Miele preme il clacson.
Poi si ferma.
Per sette secondi.
Sette.
Li ho contati.
Non c’è nessun colpo di clacson.
Solo rumori della strada.
La voce lontana di Marco.
Il motore.
E lei.
Miele abbassa la testa.
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