Il cane di mio padre infranse una regola durata dieci anni: pochi secondi dopo, tutti capirono il perché

Appoggia il muso contro la guancia di papà.

Non lo lecca.

Non lo scuote.

Resta lì.

Con il viso contro il suo.

E piagnucola.

Un suono basso.

Quasi soffocato.

Io quel suono l’ho ascoltato con le cuffie una sola volta.

Una.

Mi è bastato.

Perché conosco quel verso.

È lo stesso che faceva quando mamma, negli ultimi giorni della sua malattia, rimaneva troppo a lungo immobile nel letto.

Miele entrava in camera.

Avvicinava il muso.

E piangeva piano.

Tra il trentunesimo e il trentaduesimo colpo di clacson, Miele smise per sette secondi di chiedere aiuto al mondo.

Per stare con lui.

Come se gli stesse dicendo:

Sono qui.

Non te ne andare.

Poi rialzò la testa.

Posò di nuovo la zampa sul volante.

BEEEEEP.

Trentadue.

E tornò al lavoro.

Papà arrivò in ospedale in tempo.

L’ictus era serio.

Un’arteria cerebrale era ostruita.

I medici poterono intervenire rapidamente con la terapia prevista per quei casi.

I primi giorni furono difficili.

La parte destra del corpo era debole.

Le parole uscivano lente.

Quando provava a parlare si arrabbiava.

Papà era sempre stato uno che poteva discutere dieci minuti sulla differenza tra un vero ragù e “quella roba che fanno al Nord” pur essendo nato e vissuto quasi tutta la vita a Bologna.

Ora impiegava dieci secondi per dire:

“Acqua.”

Vederlo così mi spezzava.

Ma il neurologo ci disse una cosa chiarissima.

“È arrivato molto presto.”

Poi aggiunse:

“Quei minuti hanno fatto la differenza.”

Quei minuti.

Marco.

I vicini.

Il telefono.

E quarantasette colpi di clacson.

Quando papà si svegliò abbastanza da capire ciò che era successo, la prima domanda fu quasi incomprensibile.

“Mi… Miele?”

Gli dissi:

“Sta bene.”

Avevo portato una fotografia.

Papà la guardò.

Poi mi guardò.

“Lei?”

Annuii.

“È stata lei.”

Papà chiuse gli occhi.

Non disse niente per un minuto intero.

Quando li riaprì, piangeva.

Io avevo visto piangere mio padre soltanto tre volte.

Quando era morto suo padre.

Quando mia madre era morta.

E quel giorno.

Dopo qualche settimana recuperò buona parte dei movimenti.

Per il linguaggio serviva più pazienza.

Riabilitazione.

Esercizi.

Frasi ripetute.

Gli anziani della sua generazione spesso odiano sentirsi aiutati.

Papà non faceva eccezione.

“Ce la faccio.”

“Papà, ti porto io.”

“Ce la faccio.”

“Ti allaccio la scarpa?”

“Ce la faccio.”

Un pomeriggio l’ho visto impiegare quasi cinque minuti per chiudersi una cerniera.

Stavo per intervenire.

Mi fermò con lo sguardo.

Alla fine ci riuscì.

Poi disse:

“Visto?”

Quell’uomo era ancora lì.

Testardo come sempre.

Miele, nel frattempo, aspettava a casa.

La prima volta che papà poté rientrare per qualche ora, la fecero entrare dal giardino.

Lei lo vide.

Si fermò.

Niente corsa.

Niente salti.

Camminò lentamente verso di lui.

Papà era seduto.

Miele arrivò davanti alle sue ginocchia.

Gli annusò le mani.

Il petto.

La faccia.

Poi appoggiò la testa sulle sue gambe.

Papà riusciva ancora a muovere male la destra.

Usò la sinistra per accarezzarle l’orecchio.

“Brava.”

Una parola.

Solo quella.

Brava.

Miele chiuse gli occhi.

Dopo la dimissione ci vollero mesi prima che mio padre potesse tornare a guidare, e soltanto dopo tutti i controlli necessari.

Quando finalmente arrivò l’autorizzazione, uscì di casa con una nuova pettorina di sicurezza.

Aprì la portiera posteriore.

Miele fece per salire.

Papà rimase fermo.

La guardò.

Poi richiuse la portiera.

Aprì quella davanti.

“Miele.”

Lei lo guardò.

“Qua.”

Miele non si mosse.

Era confusa.

Dieci anni di regole non spariscono con una parola.

Papà batté piano la mano sul sedile del passeggero.

“Davanti.”

Lei salì.

Papà mi guardò.

“La regola era stupida.”

Non dissi niente.

Lui aggiunse:

“Era una mia fissazione.”

Poi sorrise.

“È finita.”

Ora Miele viaggia davanti.

Con la sua imbracatura.

Un coprisedile nuovo.

Una coperta beige quasi identica a quella che aveva dietro.

Papà guida poco.

Solo tragitti brevi.

Il parco.

Il forno.

La farmacia.

Qualche volta viene da me per il pranzo della domenica.

Ed è proprio durante uno di quei pranzi che accadde un’altra cosa che mi fece pensare a mia madre.

Eravamo tutti intorno al tavolo.

Io.

Mio fratello.

Papà.

I nipoti ormai grandi.

Lasagne.

Polpettone.

Patate al forno.

Troppo cibo, naturalmente.

Perché in certe famiglie italiane preparare abbastanza cibo significa avere paura che qualcuno resti digiuno dopo tre giorni.

Miele era sdraiata ai piedi di papà.

A un certo punto mio fratello disse:

“Papà, però devi ammettere che la mamma aveva ragione.”

Papà sollevò lo sguardo.

“Su cosa?”

“Sul cane.”

Silenzio.

Poi tutti cominciammo a sorridere.

Papà no.

Guardò Miele.

La sua mano scese sotto il tavolo.

Le accarezzò la testa.

“Mamma vostra sapeva.”

Lo disse piano.

“Sapeva cosa?”

Papà rimase qualche secondo zitto.

“Quando me l’ha portata a casa.”

Si fermò.

“Pensavo volesse darmi compagnia.”

Guardò la fotografia di mamma sulla credenza.

“Adesso penso che mi abbia lasciato qualcuno che si prendesse cura di me quando lei non poteva più farlo.”

Nessuno disse niente.

Persino i ragazzi smisero di guardare il telefono.

In un’altra famiglia qualcuno avrebbe riso.

Avrebbe detto:

“Papà, non fare il sentimentale.”

Noi no.

Perché in quel momento capimmo tutti la stessa cosa.

Mamma aveva insistito per quel cane quando nessuno lo riteneva necessario.

Nove anni dopo se n’era andata.

Miele era rimasta.

E quando, due anni più tardi, papà si era trovato solo in una macchina, incapace di chiedere aiuto, proprio quel cane aveva fatto ciò che nessuno le aveva insegnato.

Un segno del destino?

Una coincidenza?

Dieci anni di osservazione?

Forse tutte e tre le cose.

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