Il cane distrusse la porta e tutti mi dissero di riportarlo al canile: poi trovai una vecchia molletta di mio padre e capii tutto
I pezzi dello stipite della porta erano sparsi sul pavimento dell’ingresso.
Accanto c’era quello che restava di un gioco per cani comprato appena due giorni prima, venduto come praticamente indistruttibile.
Era durato meno di un’ora.
Lasciai cadere le chiavi sul mobile.
«Bruno…»
Non urlai.
Non ne avevo nemmeno la forza.
Avevo cinquantotto anni, otto ore di lavoro alle spalle e una schiena che ormai mi ricordava ogni mattina che i vent’anni erano finiti da parecchio.
In un angolo del soggiorno, Bruno si era rannicchiato contro il muro.
Ventidue chili di pelo ruvido color terra, zampe troppo grandi per il resto del corpo, un orecchio sempre dritto e uno piegato.
Sul muso portava una vecchia cicatrice.
Ma erano gli occhi a raccontare tutto.
Bruno mi guardava come guardano certi uomini quando hanno già preparato la valigia prima ancora che qualcuno dica loro di andarsene.
Lo avevo preso tre mesi prima dal canile provinciale.
La volontaria mi aveva detto:
«Ha avuto una vita complicata.»
Una frase gentile per dire che era già stato adottato e riportato indietro due volte.
La prima perché abbaiava troppo.
La seconda perché aveva distrutto un divano.
Con me, all’inizio, sembrava andare meglio.
Poi avevo scoperto il resto.
Bruno aveva paura dei temporali.
Dei motorini che scoppiavano.
Dei camion.
Delle porte sbattute.
E soprattutto aveva paura di restare solo.
Se uscivo per più di un’ora cominciava a camminare avanti e indietro.
Poi graffiava.
Mordeva.
Cercava una via d’uscita.
Quel pomeriggio aveva provato a scavarsi un passaggio attraverso lo stipite della porta.
«Giornata tranquilla, vedo.»
Mi voltai.
Sulla soglia c’era il mio vicino, Sergio.
Sessantuno anni, pensione anticipata, prato sempre perfetto, macchina sempre pulita e un’opinione pronta su qualsiasi cosa.
Guardò il legno distrutto.
Poi guardò Bruno.
«Te l’avevo detto, Marcello.»
«Cosa?»
«Che certi cani sono rotti dentro.»
Sentii qualcosa stringermi lo stomaco.
Sergio continuò.
«Mio cognato ne aveva uno così. Un disastro. Alla fine l’ha riportato indietro e ha preso un cucciolo. Un’altra vita.»
Indicò Bruno con il mento.
«Fossi in te farei lo stesso. Hai quasi sessant’anni. Devi proprio complicarti la vita per un cane che non funziona?»
Un cane che non funziona.
Quelle parole rimasero sospese nella stanza.
Sergio alzò le spalle.
«Non è cattiveria. È buon senso. Se una cosa nasce male, inutile intestardirsi.»
Lo accompagnai alla porta senza rispondere.
Poi chiusi.
O almeno provai a chiudere.
Lo stipite era talmente danneggiato che la serratura non combaciava più.
Presi una scopa.
Mentre raccoglievo schegge di legno e pezzi di plastica, continuavo a pensare alle parole di Sergio.
Riportarlo indietro.
Prendere un cane più facile.
Ricominciare.
Ammetto una cosa di cui ancora oggi mi vergogno.
Per qualche minuto, l’idea mi sembrò quasi ragionevole.
Era stanchezza.
Forse egoismo.
Forse soltanto quella voce che tutti abbiamo dentro quando la vita diventa faticosa e ci sussurra:
Perché devi essere proprio tu a sistemare questo casino?
Aprii lo sgabuzzino per prendere la paletta.
Allungando il braccio verso una mensola, urtai una vecchia scatola da scarpe.
Cadde.
Il coperchio si aprì.
Fotografie, ricevute, vecchie cartoline e piccoli oggetti finirono sul pavimento.
Due mollette da bucato rotolarono fino alle zampe di Bruno.
Mi fermai.
Le riconobbi immediatamente.
Una era vecchissima.
Legno scuro, spesso, consumato dal sole e dalla pioggia.
La molla era arrugginita ma ancora forte.
L’altra era una molletta recente, comprata anni dopo al supermercato.
Legno sottile.
La cerniera spezzata.
La molla deformata.
Erano appartenute a mio padre.
E con quelle due mollette mi aveva dato una delle lezioni che avevo dimenticato.
Avevo diciassette anni quando me le mostrò per la prima volta.
Abitavamo ancora nel nostro paese sulle colline marchigiane, in una casa con il cortile dietro, un orto, quattro galline e un filo da bucato che attraversava mezzo giardino.
Papà aveva preso una molletta vecchia dalla cesta di mia madre.
«Sai da quanto tempo abbiamo questa?»
«No.»
«Da prima che nascessi tu.»
Avevo riso.
«È una molletta, papà.»
Lui aveva preso una di quelle nuove.
L’aveva stretta.
Crac.
Si era spezzata.
«Vedi? Una volta le cose si facevano pensando che dovessero durare.»
All’epoca mi sembrava il solito discorso da padre.
I suoi erano sempre discorsi sul tempo passato.
Le scarpe risuolate.
Le sedie incollate.
Le biciclette aggiustate.
Il pane del giorno prima trasformato in cena.
«Una volta non si buttava via niente, Marcello.»
Era la sua frase preferita.
Io sbuffavo.
«Perché eravate poveri.»
Lui sorrideva.
«Anche. Ma forse proprio per quello sapevamo dare un valore alle cose.»
Quel pomeriggio, a cinquantotto anni, ero seduto sul pavimento di casa mia con quelle due mollette tra le mani.
Quella vecchia era ancora intera.
Papà invece non c’era più da undici anni.
Guardai Bruno.
Era ancora rannicchiato.
Aspettava la mia reazione.
Aspettava l’urlo.
La punizione.
Forse aspettava la macchina.
La gabbia.
Il cancello del canile.
All’improvviso capii qualcosa.
Bruno non stava sfidando me.
Bruno stava aspettando che facessi esattamente quello che avevano fatto gli altri.
Abbandonarlo nel momento in cui diventava difficile.
Posai la molletta nuova, quella rotta.
Tenni quella vecchia nel palmo.
Poi mi sedetti a due metri da lui.
«Sai una cosa, bestiaccia?»
Bruno sollevò appena la testa.
«Qui non funziona così.»
Mi avvicinai lentamente.
Lui chiuse gli occhi.
Come se aspettasse uno schiaffo.
Mi si spezzò qualcosa dentro.
Non lo toccai.
Appoggiai semplicemente la vecchia molletta davanti alle sue zampe.
Lui la annusò.
«Sei capitato nella casa sbagliata se speravi di farti buttare via.»
Il giorno dopo andai in garage.
C’era ancora una grossa corda di canapa che apparteneva a mio padre.
Brutta.
Sfilacciata.
Dura come ferro.
La usava per legare la legna sul portapacchi della vecchia macchina di famiglia.
La tagliai.
Feci un grosso nodo al centro.
Portai la corda in casa.
Mi sedetti sul pavimento accanto a Bruno.
Non gli chiesi niente.
Non provai a educarlo.
Non gli imposi comandi.
Rimasi lì.
Dopo quasi un’ora si avvicinò.
Dopo due mi appoggiò il muso sul ginocchio.
Fu l’inizio.
Riparai lo stipite senza cambiarlo.
«Sei pazzo», disse Sergio vedendomi lavorare.
«Con quello che ti costa tra stucco, legno e tempo, fai prima a metterne uno nuovo.»
«Lo so.»
«E allora?»
Passai la carta vetrata sul punto che Bruno aveva distrutto.
«Mi piace questo.»
Sergio scosse la testa.
«Sei rimasto agli anni Settanta.»
Forse aveva ragione.
Nei mesi successivi Bruno migliorò.
Poco.
Poi peggiorò.
Poi migliorò ancora.
Non fu una favola.
Non bastò una carezza.
Non bastò una corda.
Non bastò l’amore.
Ci vollero pazienza, esercizi, passeggiate, porte lasciate chiuse per dieci secondi e poi per trenta, poi per un minuto.
Ci volle costanza.
Ci vollero mattine in cui avrei voluto urlare.
Ci vollero sere in cui guardavo il tappeto rosicchiato pensando:
Ma chi me l’ha fatto fare?
Eppure, lentamente, qualcosa cambiava.
Bruno cominciò a capire che quando prendevo le chiavi non significava necessariamente che sarei sparito per sempre.
Io cominciai a capire che riparare qualcuno non significa trasformarlo in ciò che vorremmo.
Significa aiutarlo a vivere meglio restando ciò che è.
Un martedì lo portai da un professionista per una valutazione.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





