Lo studio era dall’altra parte della città.
Bruno tremava sotto la mia sedia.
L’uomo lo osservò, mi fece molte domande e alla fine disse:
«Serve lavoro.»
«Quanto?»
Sorrise.
«È la domanda sbagliata.»
Lo guardai.
«Quella giusta qual è?»
«Se lei è disposto a farlo.»
Tornai a casa pensando a mio padre.
A quante volte aveva aggiustato la stessa tapparella.
A quella vecchia caldaia che faceva rumori da locomotiva.
Alla Fiat scassata che aveva guidato per vent’anni.
A mia madre che gli diceva:
«Buttala.»
E lui:
«Cammina ancora.»
Sorrisi.
Forse ero davvero diventato lui.
Poi arrivò la parte che non avevo previsto.
Cominciai a guardare in modo diverso anche tutto il resto.
Una domenica mattina vidi una sedia accanto ai cassonetti.
Legno massello.
Una gamba spezzata.
Sopra qualcuno aveva attaccato un foglio:
DA BUTTARE.
La caricai in macchina.
A casa la misi in garage.
Colla.
Morsetti.
Carta abrasiva.
Tre sere di lavoro.
Quando finii, era più bella di prima.
Sotto due strati di vernice scura era apparso un legno caldo, pieno di venature.
Misi la sedia in cucina.
Poi recuperai una vecchia lampada.
Una bicicletta.
Un comodino.
Una radio che non prendeva più bene le stazioni.
Il garage divenne il posto delle seconde possibilità.
Bruno mi seguiva.
All’inizio aveva paura del martello.
Poi imparò che il martello non annunciava rabbia.
Annunciava lavoro.
Quando sentiva la carta vetrata, si sdraiava.
Quando accendevo la piccola radio, si addormentava accanto al banco.
Ma il cambiamento più grande arrivò quando tornai al paese.
Da anni vivevo nella periferia di una città del Nord.
Ero partito a ventisei anni.
Lavoro.
Mutuo.
Matrimonio.
Divorzio.
Un figlio ormai adulto che viveva all’estero.
Avevo sempre detto che il paese mi stava stretto.
Troppa gente che sapeva tutto di tutti.
Troppe domande.
Troppi ricordi.
Poi morì mia madre.
La casa di famiglia rimase vuota.
Io rimandai per anni la decisione su cosa farne.
Finché mia sorella mi telefonò.
«Marcello, dobbiamo venderla.»
«Lo so.»
«Sono tre anni che dici che lo sai.»
Aveva ragione.
Così, una domenica di ottobre, caricai Bruno in macchina e partii.
Quando arrivammo, il paese sembrava più piccolo.
Il bar della piazza aveva cambiato gestione.
La ferramenta non c’era più.
La vecchia edicola era chiusa.
Ma il campanile suonava ancora con lo stesso ritardo di mezzo minuto che aveva quando ero bambino.
Aprii il cancello.
Bruno entrò nel cortile.
Annusò ogni centimetro.
Lì, sul muro, c’erano ancora i ganci del vecchio filo da bucato.
Mi tornò in mente mia madre.
Le lenzuola bianche mosse dal vento.
Le sue mani.
Le mollette.
Quelle mollette.
Entrai in garage.
C’era ancora il banco da lavoro di papà.
Aprii un cassetto.
Chiodi.
Viti.
Guarnizioni.
Pezzi di spago.
Una scatola piena di maniglie tolte da vecchi mobili.
Mio padre aveva conservato persino le cerniere.
Sorrisi.
Bruno mi guardava.
«Era peggio di me», gli dissi.
Durante il pranzo della domenica mia sorella arrivò con suo marito e i figli.
Pasta al forno.
Pollo.
Patate.
Il solito vino fatto da un cugino che ogni anno assicurava fosse venuto meglio e ogni anno era identico.
A metà pranzo mia sorella disse:
«L’agenzia ha trovato una famiglia interessata.»
Abbassai la forchetta.
«Alla casa?»
«Sì.»
«Quando?»
«Vorrebbero venire la settimana prossima.»
Mi guardai attorno.
Le piastrelle vecchie.
La credenza di mia madre.
Una piccola crepa nell’intonaco che papà aveva sempre promesso di sistemare.
In quel momento Bruno si alzò e andò a sdraiarsi proprio sotto la sedia che avevo riparato anni prima e portato al paese quella mattina.
Mia sorella lo guardò.
«Sai, all’inizio pensavo fosse una follia.»
«Cosa?»
«Quel cane.»
Annuii.
«Non eri l’unica.»
«Però sembra diverso.»
«È diverso.»
«L’hai sistemato.»
Scossi la testa.
«No. Ci siamo sistemati un po’ a vicenda.»
Mio cognato rise.
Ma mia sorella rimase seria.
Poi guardò la casa.
«Tu non vuoi venderla, vero?»
Non risposi.
Non ancora.
Quella sera feci una passeggiata con Bruno.
Il paese si stava svuotando.
I giovani erano andati via quasi tutti.
I negozi avevano abbassato le serrande.
Sulla panchina davanti alla chiesa c’erano tre uomini che conoscevo da quando ero bambino.
Uno mi riconobbe.
«Marcello! Sei tornato?»
«Solo per qualche giorno.»
Il vecchio Vittorio indicò Bruno.
«E questo?»
«Un avanzo di canile.»
«Bravo cane?»
Guardai Bruno.
«Dipende da cosa intendi per bravo.»
Vittorio rise.
«Quindi è come noi.»
Quella frase mi accompagnò fino a casa.
Il giorno successivo trovai una bicicletta da donna appoggiata fuori dall’ex bottega di un falegname.
Telaio vecchio.
Cestino piegato.
Catena arrugginita.
Chiesi al proprietario dell’edificio.
«È da buttare.»
La portai a casa.
Passai tutto il pomeriggio nel garage di papà.
Bruno dormiva accanto alla porta.
Verso sera si fermò una signora.
La riconobbi dopo qualche secondo.
Teresa.
Settantasei anni.
Da ragazzo le consegnavo il pane quando lavoravo d’estate.
«Marcello?»
«Teresa?»
Indicò la bicicletta.
«Era mia.»
Mi fermai.
«Come sarebbe?»
«L’avevo lasciata dal falegname prima che chiudesse. Poi mio marito si è ammalato, sono passati gli anni…»
Passò una mano sul manubrio.
«Con questa andavo a lavorare in filanda.»
Le brillavano gli occhi.
«Se vuole gliela sistemo.»
«Quanto vuoi?»
«Niente.»
Mi guardò come se avessi detto una bestemmia.
«Niente non esiste.»
«Allora mi porta una torta.»
«Quella sì.»
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