Una domenica arrivò una famiglia con un bambino e Bruno si spaventò per una sedia caduta.
Corse in casa.
Mi sedetti con lui.
Presi la vecchia corda di canapa.
Ormai era consumata quasi quanto la molletta di mio padre.
La posai accanto a noi.
«Sono qui.»
Bruno respirò lentamente.
Dopo dieci minuti tornò fuori.
Nessun miracolo.
Nessuna trasformazione improvvisa.
Solo dieci minuti.
Poi altri dieci.
Poi un altro giorno.
Una sera trovai il vecchio vicino Vittorio seduto fuori dal laboratorio.
Aveva in mano una cornice spezzata.
«Si aggiusta?»
«Quasi tutto.»
«Era la fotografia del mio matrimonio.»
Entrammo.
Dentro c’era una foto in bianco e nero.
Vittorio aveva venticinque anni.
Sua moglie forse ventidue.
Lei era morta otto anni prima.
«Sessanta anni insieme», disse.
«Sessanta?»
«Cinquantanove e mezzo. Ma quando arrivi lì, puoi arrotondare.»
Sistemai la cornice.
Prima di andare, Vittorio si fermò sulla porta.
«Lo sai qual è il problema di voi giovani?»
Risi.
«Ho sessant’anni.»
«Per me sei giovane.»
«Sentiamo.»
«Pensate che durare significhi non rompersi.»
Indicò la cornice.
«Non è così.»
Poi indicò se stesso.
«Io e mia moglie ci siamo rotti cento volte.»
Fece una pausa.
«Durare significa trovare ogni volta un motivo per aggiustare.»
Quella notte rimasi solo nel laboratorio.
Bruno dormiva accanto al banco.
Presi dal cassetto la vecchia molletta di papà.
La tenevo ancora.
Aveva attraversato decenni.
Il matrimonio dei miei genitori.
La mia infanzia.
Gli anni del paese.
La partenza.
La morte di papà.
La morte di mamma.
La città.
Il divorzio.
La solitudine.
Bruno.
Era soltanto un piccolo pezzo di legno e metallo.
Eppure raccontava una filosofia intera.
Forse mio padre aveva ragione.
Forse non era soltanto questione di povertà.
Forse quando hai poco impari qualcosa che rischi di dimenticare quando puoi sostituire tutto.
Che non tutto ciò che è vecchio è inutile.
Che non tutto ciò che è rotto è finito.
Che non tutto ciò che richiede fatica è sbagliato.
E soprattutto che le cose più preziose della vita raramente arrivano perfette.
Una mattina di primavera uscii in cortile.
Avevo rimesso il filo del bucato esattamente dove lo teneva mia madre.
Mia sorella rideva ogni volta che lo vedeva.
«Esistono gli stendini moderni.»
«Lo so.»
«Esiste l’asciugatrice.»
«Lo so.»
«E allora perché?»
Non glielo avevo mai spiegato.
Quel giorno lavai una coperta.
La stesi.
Presi la vecchia molletta di papà.
Poi una di quelle regalate da Sergio.
Il vento muoveva il tessuto.
Bruno era sdraiato al sole.
Ormai aveva qualche pelo bianco attorno al muso.
Lo guardai.
Lui aprì un occhio.
«Sai qual è il bello, Bruno?»
Scodinzolò senza alzarsi.
«Alla fine avevano ragione tutti.»
Alzò la testa.
«Eri complicato.»
Mi avvicinai.
«Eri danneggiato.»
Gli grattai il collo.
«E anch’io.»
Bruno appoggiò il muso contro la mia gamba.
La coperta si gonfiò nel vento.
La molletta vecchia tenne.
Quella sera un temporale arrivò dalle montagne.
Il primo tuono fece vibrare i vetri.
Bruno scattò in piedi.
Corse verso di me.
Respirava forte.
Presi la corda di canapa.
Mi sedetti sul pavimento.
Lui si rannicchiò accanto alle mie gambe.
Fuori, il temporale diventava più forte.
La casa scricchiolava.
La pioggia batteva contro le persiane che mio padre aveva riparato chissà quante volte.
Passai una mano sul dorso di Bruno.
«Tranquillo.»
Un altro tuono.
Bruno tremò.
Ma non corse verso la porta.
Non provò a scappare.
Rimase lì.
Con me.
E io rimasi con lui.
Forse è questa la cosa che abbiamo dimenticato.
Abbiamo imparato a sostituire quasi tutto.
Elettrodomestici.
Telefoni.
Mobili.
Automobili.
Abitudini.
Case.
E a volte rischiamo di applicare la stessa logica alle persone, agli animali, ai rapporti.
Cerchiamo ciò che funziona senza manutenzione.
Ciò che non disturba.
Ciò che non chiede troppo.
Ciò che arriva già pronto.
Ma una famiglia non è un oggetto appena uscito dalla scatola.
Una famiglia è una porta riparata.
È una sedia incollata.
È una bicicletta che torna a girare dopo vent’anni.
È un uomo che torna al paese pensando di vendere la casa dei genitori e scopre che quella casa stava aspettando lui.
È un cane che per mesi continua a temere l’abbandono e, un giorno, durante un temporale, decide che può restare nella stanza invece di cercare una via di fuga.
Sul pavimento, accanto a noi, c’era la vecchia corda.
Nel cortile, sotto la pioggia, la coperta era ancora appesa al filo.
E quella piccola molletta di legno continuava a stringere.
Non perché fosse indistruttibile.
Niente lo è.
Ma perché era stata costruita per durare.
E quando si era allentata, qualcuno aveva avuto la pazienza di sistemarla.
Guardai Bruno.
Poi guardai le pareti della casa in cui ero cresciuto.
Le crepe.
Le imperfezioni.
I segni delle vite passate.
Per anni avevo creduto che tornare indietro significasse fallire.
Adesso capivo che qualche volta bisogna tornare proprio per capire cosa abbiamo lasciato indietro troppo presto.
Bruno appoggiò la testa sul mio piede.
Fuori tuonò ancora.
Questa volta non tremò.
Io sorrisi.
«Bravo, vecchio mio.»
La verità è che l’amore non consiste nel trovare qualcosa che non si romperà mai.
Quello non esiste.
L’amore è guardare ciò che il tempo, la paura e la vita hanno scheggiato e decidere che, finché esiste ancora qualcosa da salvare, vale la pena provarci.
È poter dire:
Io c’ero quando si è rotto.
Io c’ero mentre provavamo ad aggiustarlo.
E, soprattutto, io non me ne sono andato.





