Il cane non abbaiava più nella trappola, ma quel piccolo gesto costrinse Giulio a cambiare tutta la sua vita

Riposo.

La prima volta che lo riportai nel bosco, Ferro si fermò davanti alla linea degli alberi.

Io mi accovacciai.

«Possiamo tornare indietro.»

Lui fissò il sentiero.

Poi fece un passo.

Poi un altro.

Quel giorno camminammo meno di un chilometro.

Due mesi dopo ne faceva quattro.

L’anno successivo saliva sentieri che mettevano in difficoltà persone con quattro arti e bastoncini nuovi.

Ferro non era diventato senza paura.

I rumori metallici continuavano a bloccarlo.

Lo scatto di un attrezzo.

Una catena.

Il colpo secco di un bastoncino telescopico.

Ma ripartiva.

Capivo finalmente che il coraggio non significa smettere di aver paura.

Significa non lasciare che la paura scelga ogni strada al posto tuo.

Dovevo anche lavorare.

I risparmi non sarebbero durati.

Accompagnare battute di caccia ormai mi dava nausea.

Così cominciai a portare piccoli gruppi sui sentieri per osservare animali, impronte e piante.

La stessa conoscenza che prima usavo per catturare diventò utile per insegnare a guardare senza toccare.

Ferro veniva con me nei percorsi facili.

La gente lo adorava.

I bambini camminavano seguendo il suo ritmo.

Tre passi.

Pausa.

Tre passi.

Ripartenza.

Gli anziani erano quelli che lo capivano meglio.

«Anch’io ormai salgo così», mi disse una volta un uomo di settantaquattro anni indicando il proprio ginocchio operato.

Ferro gli si sedette accanto.

Gli anni passarono.

Cominciai a raccontare la nostra storia in scuole, sale civiche e incontri organizzati da volontari.

Portavo con me una metà della vecchia tagliola, chiusa dentro una teca.

Non insultavo chi cacciava.

Sarebbe stato facile.

E sarebbe stato falso.

Conoscevo molti uomini onesti che avevano imparato le stesse cose che avevo imparato io.

Dicevo invece:

«Anch’io rispettavo le regole. Anch’io credevo di essere responsabile. Poi ho scoperto che rispettare una regola non significa automaticamente evitare una sofferenza.»

Una consulente legale che si occupava di tutela degli animali mi propose di parlare davanti a una commissione regionale.

Si chiamava Marta.

«Non sono adatto», le dissi.

«Sei proprio quello adatto.»

«Sono l’uomo che ha messo la trappola.»

«Appunto. Non possono dire che non sai come funziona.»

All’inizio chiedemmo soltanto controlli più frequenti e limiti più severi vicino ai sentieri pubblici.

La proposta non passò.

Ci dissero che gli incidenti erano rari.

Che esistevano già regole sufficienti.

Che Ferro era vivo e quindi, in fondo, il sistema aveva funzionato.

Avvicinai la bocca al microfono.

«Ferro è vivo perché tre uomini lo hanno portato per cinque chilometri e una veterinaria gli ha amputato una zampa. Questo non è un sistema che ha funzionato.»

La sala diventò silenziosa.

La proposta fallì lo stesso.

Tornai a casa furioso.

Ferro mi accolse facendo tre giri storti sul tappeto.

«Abbiamo perso.»

La coda batté una volta.

Per lui perdere non significava smettere.

Significava tornare il giorno dopo.

Così tornammo.

Nacque un piccolo gruppo.

Sette persone all’inizio.

Io.

Elena.

Marta.

Sandro.

Due volontarie.

Un guardaboschi in pensione.

Cominciammo a raccogliere casi documentati di animali domestici o selvatici rimasti feriti da dispositivi ad alta pressione.

Veterinari.

Famiglie.

Escursionisti.

Persino alcuni cacciatori ci inviarono fotografie e cartelle cliniche.

I casi erano molti più di quanto immaginassimo.

Non cercavamo un nemico.

Cercavamo fatti.

E i fatti, messi uno accanto all’altro, facevano più rumore delle urla.

La nostra attività crebbe.

Non senza problemi.

Ricevetti lettere offensive.

Qualcuno appese una vecchia trappola al cancello di casa.

Quando Ferro la vide, si fermò a dieci metri.

Non volle avvicinarsi.

Per la prima volta pensai di mollare tutto.

Chiamai Sandro.

Arrivò senza fare domande.

Tolse la trappola.

La portò via.

Poi mi guardò.

«Hai intenzione di fermarti?»

«Non lo so.»

Indicò Ferro.

«Quel giorno lo abbiamo portato cinque chilometri.»

«E quindi?»

«Quindi portiamola un po’ più lontano, questa storia.»

Quelle parole diventarono il nostro modo di andare avanti.

Portarla più lontano.

Ferro divenne conosciuto quando qualcuno pubblicò un breve filmato di lui durante una salita.

Non c’era niente di costruito.

Solo un cane anziano che avanzava su tre zampe.

Passo dopo passo.

Arrivato in cima, si fermò davanti alla valle con le orecchie spinte indietro dal vento.

La frase sotto il video diceva:

Il ferro gli ha preso una zampa. Non gli ha preso la montagna.

Da quel momento arrivarono persone da altri paesi.

Donazioni.

Testimonianze.

Ma anche pressioni.

C’era chi voleva trasformare tutti i cacciatori in mostri.

Mi opposi.

Non perché volessi difendere il mio passato.

Ma perché sapevo che nessun uomo cambia se il primo messaggio che riceve è: tu sei cattivo.

Alcuni cacciatori cominciarono a sostenerci.

Chiedevano alternative.

Regole più chiare.

Divieti per i dispositivi più pericolosi.

Maggiore distanza da strade, case e sentieri.

Ci vollero anni.

Una proposta veniva approvata da una commissione e fermata da un’altra.

Una versione cambiava.

Un’altra veniva rinviata.

Ci furono sconfitte che sembravano definitive.

Poi un giorno anche Sandro decise di testimoniare.

Salì davanti alla commissione e disse:

«Per trent’anni ho pensato che controllare una trappola mi rendesse responsabile. Oggi penso che la prima responsabilità sia chiedersi se quel ferro debba essere lasciato lì.»

Lo guardavo dalla seconda fila.

Mi sembrò di rivedere due ragazzi di dodici anni dietro ai loro padri.

La tradizione non era scomparsa.

Stavamo soltanto smettendo di usarla come scusa per non fare domande.

Al quinto anno arrivò un testo più semplice.

Divieto per le grandi tagliole d’acciaio ad alta pressione nelle aree pubbliche.

Restrizioni più severe altrove.

Obblighi di segnalazione.

Controlli.

Programmi alternativi per la gestione degli animali selvatici.

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