Quella, probabilmente, si vedeva già.
Teresa rimase in silenzio.
Poi mi mise davanti il caffè e spinse indietro le monete che avevo appoggiato sul bancone.
—Oggi offre la casa.
—Teresa…
—Ho detto che offre la casa.
Bevvi due sorsi e uscii.
Pensavo che fosse finita lì.
Il mattino seguente tornai al bar e trovai un grosso vaso di vetro sul bancone.
Sopra era stato incollato un foglio.
C’era il disegno storto di un pastore tedesco con un orecchio piegato, fatto con i pennarelli da un bambino.
Sotto, una frase:
“PER ARGO. È ANCHE IL CANE DEL NOSTRO QUARTIERE.”
Nel vaso c’erano banconote da cinque e dieci euro, monete da uno e due, perfino alcune monetine di rame.
Rimasi fermo sulla porta.
Teresa continuò a sistemare le brioche come se non fosse successo nulla.
—È stato Matteo —disse—. Il disegno, intendo. Ha pianto quando gli ho raccontato di Argo.
—Non posso accettare.
Lei alzò la testa di scatto.
—E perché?
—Sono soldi della gente. Pensionati, famiglie, persone che fanno fatica.
—Anche tu fai fatica.
—È diverso.
—No. È proprio questo il problema di quelli come te. Pensate di dover sempre salvare gli altri e vi vergognate quando tocca a voi chiedere aiuto.
Abbassai lo sguardo.
Teresa uscì da dietro il bancone e mi si fermò davanti.
—Quando mio marito morì, per sei mesi trovai una teglia di lasagne davanti alla porta ogni domenica. Non ho mai saputo chi la portava. Pensi che non ne avessi bisogno perché possedevo un bar?
—Dodicimila euro non sono una teglia di lasagne.
—Un quartiere intero può cucinarne parecchie.
In quel momento entrò Matteo con lo zaino sulle spalle.
Aveva nove anni e due denti davanti troppo grandi per il suo viso.
—Argo muore? —mi chiese.
Teresa lo rimproverò con lo sguardo, ma io mi inginocchiai.
—Stiamo cercando di impedirlo.
Il bambino si tolse lo zaino, aprì una tasca e rovesciò nel vaso alcune monete.
—Erano per le figurine.
Non riuscii più a trattenermi.
Uscii dal locale, entrai in macchina e appoggiai la fronte sul volante.
Avevo pianto al funerale di Laura. Poi mi ero imposto di non farlo più davanti a nessuno.
Quel mattino, invece, piansi finché mi mancò il fiato.
Piansi per Argo.
Per mia moglie.
Per quelle monete destinate alle figurine.
E per tutti gli anni in cui avevo creduto che essere forte significasse non aver bisogno di nessuno.
Teresa non si fermò al vaso.
Sua figlia le creò una raccolta su internet.
La frase era semplice:
“Argo ha salvato il suo compagno. Ora il quartiere vuole salvare lui.”
La fotografia mostrava Argo seduto davanti al bar, qualche mese prima. Aveva la lingua fuori e quell’orecchio storto che faceva sorridere i bambini.
All’inizio contribuirono i clienti.
Il pensionato che giocava a carte ogni pomeriggio mise venti euro.
La fioraia della piazza ne mise cinquanta.
Il fornaio promise l’incasso di cento pagnotte.
Il meccanico all’angolo organizzò una giornata di controlli gratuiti alle biciclette chiedendo soltanto un’offerta.
Poi la notizia passò da un telefono all’altro.
Donò la maestra della scuola elementare.
Donarono i ragazzi della squadra di calcio del quartiere.
Donò il proprietario della ferramenta, che una volta avevo multato per aver parcheggiato il furgone davanti a un passo carrabile.
Nel messaggio scrisse:
“La multa era giusta. Salviamo il cane.”
Una signora di ottantatré anni portò al bar una busta con trenta euro.
Teresa le disse che erano troppi.
—Mio marito faceva il ferroviere —rispose la donna—. Una notte un cane gli abbaiò davanti ai binari e gli fece vedere una frana. Da allora, a casa nostra, i cani mangiavano prima degli uomini.
In sei ore la raccolta superò i dodicimila euro.
La mattina successiva arrivò a ventimila.
Quando Teresa mi telefonò, ero seduto accanto al box di Argo.
—Possiamo pagare l’operazione —disse.
Non capii subito.
—Quanto manca?
—Niente, Riccardo. Non manca più niente.
Guardai Argo.
Lui dormiva, ma la coda si mosse appena, come se avesse sentito.
—Teresa, io…
—Non ringraziarmi. Vieni al bar quando sarà finita e offri un caffè a tutti.
—Saranno un centinaio.
—Allora comincia a risparmiare.
L’intervento durò quasi otto ore.
Rimasi nella sala d’attesa con la divisa stropicciata e la fede di Laura stretta nel pugno.
Teresa arrivò alle due con un contenitore di pasta al forno.
Il meccanico portò due bottiglie d’acqua.
La maestra venne dopo le lezioni con Matteo e altri tre bambini, che lasciarono dei disegni alla reception.
Nessuno mi chiese di parlare.
Si limitarono a sedersi.
Quella fu la prima volta in cui compresi davvero che il cuore di un quartiere non è la piazza, né la chiesa, né il mercato.
È la sedia che qualcuno avvicina alla tua quando ti vede aspettare da solo.
Poco dopo le nove di sera, la dottoressa Rinaldi apparve nel corridoio.
Si tolse la mascherina.
—L’intervento è riuscito.
Teresa si portò entrambe le mani alla bocca.
Io non riuscii a muovermi.
—Abbiamo rimosso la milza e ricostruito il tratto danneggiato dell’arteria —continuò la veterinaria—. Le prossime quarantotto ore saranno delicate, ma Argo ha reagito bene.
—Posso vederlo?
—Per pochi minuti.
Entrai nella stanza.
Argo era ancora addormentato. Una lunga fasciatura gli avvolgeva il fianco.
Gli posai una mano sulla testa.
—Hai sentito, vecchio mio? Ce l’hai fatta.
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