—Non esiste una procedura automatica che garantisca assistenza sanitaria a lungo termine dopo il pensionamento.
—Allora creiamola —disse il comandante.
Lo guardammo entrambi.
Lui si tolse gli occhiali e si massaggiò gli occhi.
—Mio padre aveva un cane da caccia —raccontò—. Quando diventò vecchio, alcuni amici gli dissero che non serviva più. Mio padre rispose che nemmeno lui serviva più a molto, ma sperava che nessuno lo abbandonasse per questo.
Accennò un sorriso stanco.
—Prepariamo una nuova procedura. I cani gravemente feriti durante il servizio potranno essere affidati ai loro compagni e ricevere sostegno per le cure, nei limiti delle risorse disponibili.
La decisione venne comunicata pochi giorni dopo.
Non tutti furono contenti.
Qualcuno parlò di debolezza.
Qualcuno disse che avevamo ceduto alla pressione della rete.
Altri pretesero regole ancora più severe.
Le discussioni continuarono.
Poi ricevetti una lettera senza firma.
“Mio marito lavorava con un cane. Lo perse durante un intervento e non si perdonò mai di avergli chiesto di entrare per primo. Grazie per aver scelto diversamente. Almeno lei potrà invecchiare accanto al suo compagno.”
Lessi quelle righe due volte.
Poi chiusi il telefono e andai a sedermi accanto ad Argo.
La domenica successiva lo portai al Bar della Torre.
Niente divisa.
Indossavo jeans, un vecchio maglione e il giubbotto che Laura diceva mi facesse sembrare un pescatore.
Argo aveva un semplice collare di cuoio. Camminava ancora con una lieve zoppia, ma teneva la testa alta.
Quando entrammo, il locale diventò silenzioso.
Poi Matteo gridò:
—Argo!
Partì un applauso.
La fioraia si asciugò gli occhi con un tovagliolo. Il meccanico batté una mano sul bancone. Il ferramenta, quello della multa, mi indicò una sedia come se fosse riservata da anni.
Argo andò direttamente da Teresa e le spinse il muso sotto la mano.
—Guardalo —disse lei—. Neanche un grazie.
—Ha sempre avuto poco rispetto per le buone maniere.
Teresa gli diede un biscotto.
—Torna al lavoro?
Scossi la testa.
—È in pensione.
—E tu?
—Torno al servizio ordinario.
—Ti dispiace?
Guardai Argo circondato dai bambini.
—Sì. Ma sarebbe stato peggio perdere lui.
Matteo si avvicinò.
—Adesso è al sicuro?
Mi inginocchiai davanti al bambino.
In tutti quei giorni avevo sentito discorsi complicati su regolamenti, denaro, responsabilità e opinione pubblica.
Lui aveva ridotto tutto alla sola domanda che contava davvero.
—Sì —risposi—. Adesso è al sicuro. Tocca a noi proteggerlo.
Teresa batté un cucchiaino contro una tazza.
—Riccardo, avevi promesso il caffè a tutti.
Mi voltai verso il locale pieno.
—Ricordo.
—Siamo quarantadue.
—Ricordo anche questo.
—E la domenica prossima saremo di più.
Per la prima volta dopo molto tempo, risi senza sentirmi in colpa.
Quel giorno i tavolini vennero uniti al centro del bar.
Qualcuno portò una teglia di lasagne. La fioraia arrivò con una torta salata. La signora di ottantatré anni preparò le polpette e si offese quando Teresa le disse che erano troppe.
Sembrava uno di quei pranzi della domenica di una volta, quando bastava aggiungere una sedia e nessuno chiedeva se eri stato invitato.
Io avevo trascorso anni a osservare le persone attraverso un vetro invisibile.
La divisa da una parte.
Il quartiere dall’altra.
Mi ero convinto che gli sguardi fossero sempre sospettosi, che ogni telefono alzato fosse pronto a giudicare, che la gente vedesse soltanto ciò che rappresentavo.
Forse a volte era vero.
Ma mentre guardavo quelle persone dividere il pane, capii che anch’io avevo giudicato loro.
Avevo scambiato la distanza per indifferenza.
Avevo creduto che la dignità consistesse nel non mostrare mai le proprie ferite.
Ero stato così impegnato a salvare la bella figura dell’uomo forte da non accorgermi che il quartiere aspettava soltanto che aprissi la porta.
Argo si sdraiò sotto il tavolo, circondato da piedi, briciole e mani che cercavano di accarezzarlo.
Laura avrebbe amato quella confusione.
Per un istante quasi riuscii a immaginarla seduta accanto a Teresa, intenta a discutere sulla quantità corretta di besciamella.
Sentii una fitta nel petto.
Ma quella volta il dolore non mi chiuse.
Mi fece spazio.
Qualche giorno dopo portai Argo fuori città.
Per la prima volta viaggiò sul sedile anteriore, assicurato con una pettorina.
Non c’era la gabbia tra noi.
Non c’erano comunicazioni urgenti dalla radio.
Soltanto la strada, le colline e una vecchia canzone che Laura cantava sempre fuori tempo.
Argo mise il muso vicino al finestrino e lasciò che l’aria gli piegasse le orecchie.
Sembrava felice.
Non perché fosse utile.
Non perché stesse lavorando.
Semplicemente perché era vivo.
Quella sera, mentre tornavamo a casa, il cielo si illuminò in lontananza.
Poco dopo arrivò il tuono.
Argo si irrigidì sul sedile.
Anche dopo aver affrontato un uomo armato, continuava ad avere paura dei temporali.
Parcheggiai, lo aiutai a scendere e salimmo lentamente le scale.
Entrato in casa, lui corse come poté verso la coperta di Laura. Si accovacciò, ma un altro tuono fece tremare i vetri.
Mi sdraiai sul pavimento accanto a lui.
Appoggiai una mano sul suo petto e sentii il cuore battere, forte e regolare.
Argo mi guardò.
Non era l’animale perfetto raccontato nelle notizie.
Aveva paura.
Zoppicava.
Russava.
Rubava i calzini e perdeva pelo sul divano.
Era vivo, ed era abbastanza.
—Va tutto bene —gli sussurrai—. Non devi più essere coraggioso per me.
Lui chiuse gli occhi e appoggiò la testa sul mio braccio.
Fuori continuava a tuonare.
Dentro quella casa, però, non eravamo più due sopravvissuti costretti a salvarsi a vicenda.
Eravamo soltanto Riccardo e Argo.
Due vecchi compagni con le loro cicatrici, finalmente liberi di invecchiare insieme.





