Il cane poliziotto gli salvò la vita, ma ciò che fece il quartiere lasciò tutti senza parole

Le sue palpebre tremarono.

—Ti ha salvato tutto il quartiere. Persino il ferramenta.

Tre settimane dopo, Argo tornò a casa.

Camminava piano e doveva evitare le scale, così spostai il suo materasso accanto al divano.

La prima notte scoppiò un temporale.

Lui tentò di alzarsi, spaventato, ma gli cedettero le zampe.

Mi sdraiai accanto a lui, come faceva Laura.

—Tranquillo. Stavolta resto io qui.

Argo appoggiò il muso sul mio braccio e si addormentò.

Credevo che la parte più difficile fosse finita.

Mi sbagliavo.

La fotografia di Argo ricoverato aveva cominciato a circolare ben oltre la città.

Qualcuno mi aveva fotografato in clinica, ancora in uniforme, mentre tenevo la fronte appoggiata alla sua testa. L’immagine era finita su pagine seguite da migliaia di persone.

Per poche ore arrivarono soltanto messaggi gentili.

Poi cominciarono le discussioni.

C’era chi definiva Argo un eroe.

Chi sosteneva che i cani non dovessero essere impiegati in situazioni pericolose.

Chi diceva che dodicimila euro avrebbero dovuto essere spesi per altre emergenze.

Chi pretendeva che Argo tornasse subito in servizio, perché era quello il suo compito.

Chi mi accusava di averlo mandato avanti per proteggere me stesso.

Lessi ogni parola.

Sapevo che non avrei dovuto farlo, ma di notte, quando la casa taceva e Argo russava ai piedi del divano, continuavo a scorrere i commenti.

Una domanda compariva sempre più spesso:

“Dopo quello che ha subito, lo rimanderanno in strada?”

Una pagina dedicata alla tutela degli animali pubblicò una fotografia di Argo con il collare protettivo.

Sotto c’era scritto:

“Se fosse un membro della vostra famiglia, gli chiedereste di rischiare la vita una seconda volta?”

La domanda mi seguì per giorni.

Due settimane dopo fui convocato in ufficio.

Il comandante, il responsabile del reparto e una consulente legale sedevano attorno a un tavolo.

Sul tavolo c’erano la cartella sanitaria di Argo e una copia stampata di una petizione che chiedeva il suo pensionamento.

—Non sei nei guai, Riccardo —disse il comandante.

Non mi tranquillizzò.

—La veterinaria ritiene che, dopo la riabilitazione, Argo potrebbe tornare a svolgere mansioni limitate —spiegò la consulente—. Non inseguimenti, naturalmente. Controlli, dimostrazioni, attività preventive.

“Potrebbe.”

Quella parola sembrava piccola, ma conteneva tutto.

Poteva tornare in servizio.

Poteva salire di nuovo sul mezzo.

Poteva sentire un rumore improvviso e lanciarsi davanti a me senza esitare.

Poteva morire.

—Lui ama lavorare —dissi.

Era vero.

Bastava il rumore del giubbotto operativo perché corresse alla porta scodinzolando. Quando vedeva il guinzaglio da servizio, sembrava ringiovanire.

—Lo sappiamo —rispose il responsabile—. Ma questa volta la scelta spetta anche a te.

Anche a me.

Non solo a me.

Una parte di Argo apparteneva al reparto. Una parte apparteneva al quartiere che aveva pagato per salvarlo.

Ma la sua vita apparteneva soltanto a lui.

—Se va in pensione, cosa succede?

—Puoi adottarlo ufficialmente —disse la consulente—. Però perderesti quasi certamente il posto nel reparto cinofilo. Potresti tornare al servizio ordinario.

Dopo tanti anni, essere il compagno di Argo era diventato parte della mia identità.

Senza di lui sarei tornato da solo.

La sera mi sedetti sul pavimento del soggiorno.

Argo dormiva sulla coperta marrone di Laura. Il pelo stava ricrescendo sulla cicatrice, ma in alcuni punti era ancora sottile.

Accesi la televisione.

Due persone discutevano dell’impiego dei cani nei servizi di sicurezza, alzando la voce come se conoscessero ogni animale, ogni compagno, ogni decisione presa in pochi secondi.

Spensi.

—Tu cosa vuoi fare? —chiesi ad Argo.

Lui aprì un occhio.

—Vuoi tornare a lavorare?

Alzò la testa quando sentì quella parola.

La coda batté sul pavimento.

Sorrisi, ma mi si strinse il petto.

Per anni avevo confuso l’amore con il bisogno di essere utile.

Laura mi aveva ripetuto decine di volte che non dovevo dimostrare continuamente di essere forte.

Non l’avevo ascoltata.

Quando si era ammalata, avevo provato a risolvere ogni cosa: medici, medicine, appuntamenti, documenti.

Lei, invece, spesso desiderava soltanto che mi sedessi accanto a lei.

L’ultima domenica trascorsa insieme mi aveva preso la mano.

—Riccardo, non tutto ciò che ami deve salvarti —aveva sussurrato—. Qualche volta devi lasciarlo vivere.

Allora non avevo capito.

Guardai la cicatrice di Argo e quelle parole tornarono con una chiarezza quasi dolorosa.

Lui mi aveva già dato tutto.

Mi aveva protetto nelle strade.

Aveva vegliato Laura.

Aveva riempito il silenzio della casa.

Aveva preso un proiettile destinato a me.

Chiedergli ancora di essere coraggioso non sarebbe stato amore.

Sarebbe stata paura di scoprire chi ero senza di lui al mio fianco durante il servizio.

La mattina seguente tornai dal comandante.

Non indossavo la giacca della divisa. Avevo lasciato persino la radio nell’armadietto.

Entrai e chiusi la porta.

—Voglio che Argo vada in pensione.

Il comandante rimase in silenzio.

—Definitivamente —aggiunsi—. Lo adotterò e mi occuperò di lui. Ma non lo manderò mai più davanti a un’arma.

—Sai cosa potrebbe significare per il tuo incarico.

—Sì.

—Sei sicuro?

Pensai a Laura.

Pensai a Matteo che rinunciava alle figurine.

Pensai a Teresa, alle lasagne lasciate davanti alla sua porta e alle sedie avvicinate nella sala d’attesa.

—Se diciamo che sono famiglia quando ci salvano, non possiamo considerarli strumenti quando sono feriti. Argo ha fatto abbastanza.

La consulente legale sfogliò alcuni documenti.

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