C’era poi il gioco del cucchiaio.
Dopo un piccolo problema circolatorio, Teresa aveva perso parte della forza nella mano sinistra.
Le cadeva di tutto.
Chiavi.
Telecomando.
Strofinacci.
E soprattutto un lungo cucchiaio di legno con cui preparava la crema d’avena.
Una volta il cucchiaio cadde.
Tac.
Tac.
Tac.
Tito arrivò di corsa.
Teresa rise.
E da quel giorno trasformò quei tre colpi in un gioco.
Si nascondeva dietro l’isola della cucina o dietro una porta, batteva tre volte il cucchiaio sul pavimento e aspettava.
Tito doveva trovarla.
Quando le toccava il ginocchio con il muso, riceveva un pezzetto di formaggio.
Tre colpi significavano:
Trova Teresa.
Un colpo della coda o del muso significava:
Trovata.
Vittorio li vide giocare un pomeriggio.
«Che fai, lo addestri per i soccorsi?»
Teresa rise.
«No. Gli insegno cosa fare quando questa vecchia si perde dietro un mobile.»
Nessuno immaginava che un giorno il gioco sarebbe diventato una questione di vita.
La scossa principale arrivò alle otto e ventiquattro di mattina.
Teresa aveva già dato da mangiare a Tito.
La radio era accesa.
Sul fornello c’era un pentolino.
Il primo movimento la spinse contro il lavello.
Il secondo aprì gli sportelli dei mobili.
Poi il frigorifero cominciò a muoversi.
Teresa ricordò il rumore delle stoviglie.
Ricordò uno strofinaccio blu che cadeva dal piano di lavoro.
Ricordò Tito che abbaiava una sola volta.
Poi il frigorifero venne verso di lei.
Tito afferrò la manica del suo cardigan e tirò indietro.
Teresa perse l’equilibrio e cadde nello spazio stretto tra il muro e l’isola.
L’elettrodomestico si inclinò.
L’angolo superiore urtò un pensile.
La traiettoria cambiò.
Il frigorifero cadde di traverso.
Una mensola di metallo si spezzò e bloccò la gamba di Teresa.
Il bordo dell’elettrodomestico si fermò a pochi centimetri dal suo petto.
Dall’altra parte c’era Tito.
Il latte colava dalle confezioni rotte.
Una busta di piselli congelati si aprì sul pavimento.
Teresa non riusciva a muovere la gamba.
Allungò la mano sinistra.
E batté le nocche sulle piastrelle.
Tre volte.
Tito raschiò una volta.
Trovata.
Poi fece qualcosa di sorprendente.
Uscì dall’appartamento.
Alle otto e ventinove arrivò alla porta di Vittorio con lo strofinaccio blu di Teresa impigliato al collare.
Colpì la porta con entrambe le zampe.
Abbaiò tre volte.
Quando Vittorio aprì, Tito corse verso l’appartamento e si voltò.
Vittorio pensò che il cane fosse terrorizzato.
«Vieni qui, Tito.»
Il cane tornò verso la cucina.
Vittorio lo seguì soltanto fino alla soglia.
Vide vetri rotti, mobili caduti, il frigorifero e Tito.
Non vide Teresa.
Chiamò i soccorsi.
Tito provò con un’altra persona.
Scese un piano e trovò una giovane vicina che aiutava suo fratello a raggiungere le scale.
Afferrò delicatamente l’orlo della sua felpa e tirò verso il piano superiore.
La ragazza si spaventò.
Tito mollò immediatamente.
E tornò da Teresa.
Erano gesti che sul momento sembravano confusi.
In realtà seguivano uno schema preciso.
Trovare Teresa.
Cercare una persona.
Tornare da Teresa.
Cercarne un’altra.
Quando una seconda scossa fece cedere il mobile che teneva sollevata una parte del frigorifero, Tito cambiò strategia.
Si piazzò contro l’angolo inferiore.
Premette la spalla.
Il frigorifero smise di scivolare.
Da quel momento rimase lì.
Ogni tanto colpiva il pavimento.
Tre volte.
Teresa cercava di rispondere.
Ma la sua mano diventava sempre più debole.
Fu così che noi arrivammo.
Alle nove e sedici entrammo nell’appartamento.
Tito teneva quella posizione da quasi cinquanta minuti.
Io vidi il cibo sparso e pensai che lo stesse proteggendo.
Paolo vide i denti e pensò che fosse spaventato.
Vittorio lo aveva visto rifiutare di uscire e pensava fosse sotto shock.
Avevamo tutti davanti lo stesso cane.
E nessuno capiva cosa stesse facendo.
Finché Tito prese la nostra cinghia.
E la mise esattamente dove Teresa poteva afferrarla.
Da quel momento il piano cambiò.
Non potevamo sollevare il frigorifero e basta.
Il mobile spezzato che sosteneva un angolo avrebbe potuto ruotare.
Una manovra sbagliata avrebbe peggiorato tutto.
E il punto migliore per infilare il primo blocco di sicurezza era proprio quello occupato da Tito.
Dovevamo farlo spostare.
«Tito», chiamò Vittorio dal corridoio. «Vieni.»
Il cane non si mosse.
Mi avvicinai al collare.
Mostrò appena il labbro.
Continuava a guardare il bordo metallico.
«Signora Teresa», dissi. «Dobbiamo spostare il cane.»
«No.»
«Ci serve quello spazio.»
La sua voce arrivò da sotto il frigorifero.
«Sta tenendo fermo tutto.»
Guardai meglio.
Aveva ragione.
Tito non sosteneva il peso completo.
Ma impediva all’elettrodomestico di scivolare sul pavimento bagnato.
Le zampe gli tremavano.
Ogni respiro sembrava costargli fatica.
Inserimmo lentamente due cunei vicino alle sue zampe.
Paolo stabilizzò la parte superiore con una leva mentre io facevo scivolare il primo blocco di legno.
Il frigorifero si appoggiò sul cuneo.
Tito arretrò di mezzo passo.
Come se avesse capito che qualcosa finalmente lo stava sostituendo.
Inserimmo il secondo blocco.
Fissammo una cinghia al telaio.
Solo allora Tito si alzò.
La zampa sinistra cedette.
Lo presi sotto il petto prima che cadesse.
«Portiamolo fuori», disse Paolo.
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