Tito provò a tornare verso Teresa.
Gli concessi un passo.
Abbassò il muso nel piccolo spazio.
Le dita di Teresa comparvero.
Toccarono il bianco sotto il suo mento.
«Eccoti», sussurrò.
La coda di Tito batté una volta.
Poi lo portammo nel corridoio.
Con lo spazio libero, iniziammo a sollevare il frigorifero pochi millimetri alla volta.
Nessun gesto veloce.
Nessun movimento inutile.
Quando raggiungemmo la caviglia di Teresa liberammo la scarpa dalla mensola piegata e facemmo scivolare sotto di lei una tavola rigida.
«Dov’è Tito?» continuava a domandare.
«Qui fuori.»
«Ditegli che ce l’ha fatta.»
«Glielo dirà lei.»
Quando finalmente Teresa superò la porta della cucina, Tito era accanto a Vittorio.
Zoppicava.
Appena vide la mano sinistra della donna avvicinarsi, si fece avanti.
Teresa aprì le dita.
Tito ci infilò sotto il muso.
Quella sera, nel quartiere, tutti raccontavano la stessa storia.
La vecchia signora salvata dal cane che aveva tenuto fermo un frigorifero.
Ma mancava ancora la parte più incredibile.
Tre giorni dopo, l’amministratore del palazzo mi chiamò.
Una piccola telecamera di sicurezza, alimentata da una batteria, aveva continuato a registrare il corridoio e le scale anche dopo l’interruzione della corrente.
Guardammo i filmati.
Alle otto e ventinove Tito correva verso Vittorio.
Poi tornava da Teresa.
Poco dopo tentava con la giovane vicina.
Ma alle otto e trentaquattro successe qualcosa che nessuno aveva visto.
Tito scese fino all’ingresso.
Fuori dal palazzo c’erano persone che si allontanavano.
Lui andava nella direzione opposta.
Si avvicinò a un agente che dirigeva la gente lontano dagli edifici danneggiati.
Abbaiò.
Poi corse verso il portone.
Si voltò.
L’agente fece qualche passo dietro di lui.
In quel momento caddero alcuni calcinacci da un palazzo vicino e qualcuno ebbe bisogno di aiuto.
L’agente si fermò.
Tito aspettò.
Poi cercò un’altra persona.
Si avvicinò a un soccorritore che scaricava materiale.
Ripeté lo stesso comportamento.
Abbaiò.
Corse verso il portone.
Guardò indietro.
Anche quell’uomo lo seguì per pochi metri, prima di essere richiamato altrove.
Tito tornò su da solo.
Aveva lasciato Teresa diverse volte.
Ma non per salvarsi.
Era andato a cercare qualcuno.
Quando nessuno riuscì a seguirlo, smise di cercare aiuto.
E usò il proprio corpo.
Nel filmato si vedeva anche lo strofinaccio blu.
Tito lo posava vicino alle persone che cercava di attirare.
Poi lo riprendeva.
Era lo strofinaccio di Teresa.
Il cane portava con sé il suo odore.
La cosa più impressionante, però, venne fuori undici giorni dopo.
Teresa era ancora ricoverata.
Aveva la caviglia fratturata e alcune contusioni, ma stava recuperando bene.
Tito aveva una forte infiammazione alla spalla e due unghie rovinate.
Una clinica veterinaria lo tenne una notte in osservazione.
Non volle dormire.
Rimase in piedi rivolto verso la porta.
Poi Elena arrivò con lo strofinaccio blu di sua madre.
Lo mise nella cuccia.
Tito si sdraiò sopra.
E finalmente chiuse gli occhi.
Il giorno seguente gli permisero di vedere Teresa.
Quando entrò nella stanza, camminava lentamente.
Teresa lo guardò.
Poi batté tre volte con le dita sulla sponda del letto.
Tac.
Tac.
Tac.
Tito le toccò la mano con il muso.
Elena si voltò verso la finestra.
Aveva gli occhi lucidi.
«Papà faceva così», mormorò Teresa.
Ed ecco il dettaglio che nessuno conosceva.
Giulio, suo marito, aveva lavorato per quasi quarant’anni come tecnico degli ascensori.
Nel tempo libero faceva parte di un piccolo gruppo locale di volontari addestrati ad aiutare durante terremoti, allagamenti e altre emergenze.
Durante le esercitazioni insegnavano una cosa semplice.
Se una persona restava intrappolata sotto qualcosa, non doveva sprecare tutte le energie gridando.
Tre colpi.
Una pausa.
Altri tre colpi.
Il rumore si riconosceva meglio tra sirene, motori e confusione.
Giulio aveva insegnato quel segnale anche a Teresa.
Lei, senza nemmeno pensarci, aveva trasformato anni dopo lo stesso segnale nel gioco del cucchiaio con Tito.
Ma c’era qualcosa di ancora più strano.
Elena tornò nell’appartamento danneggiato per recuperare alcuni oggetti.
In una scatola di metallo appartenuta al padre trovò vecchie fotografie delle esercitazioni.
In una di quelle immagini c’erano sei uomini davanti a una casa usata per una simulazione di soccorso.
Ai loro piedi c’era un cane tigrato.
Elena portò la fotografia a Teresa.
«Mamma, guarda questo cane.»
Teresa la fissò.
«Non è Tito.»
No.
Non era Tito.
Era suo padre.
Si chiamava Argo.
Apparteneva a Marcello Riva, l’uomo che per anni aveva partecipato alle stesse esercitazioni di Giulio.
Marcello era anche il precedente proprietario di Tito.
Giulio e Marcello avevano lavorato insieme come volontari per quasi sette anni.
Argo non era un cane da soccorso professionista.
Marcello, però, gli aveva insegnato un semplice esercizio.
Tre colpi.
Trova la persona nascosta.
Toccala.
Poi vai a cercare qualcun altro e conducilo fino a lei.
Tito era cresciuto accanto ad Argo.
Aveva assistito a quelle esercitazioni da cucciolo.
Argo era morto quando Tito aveva meno di un anno.
Anni dopo Marcello si era ammalato.
Tito era finito nel rifugio.
E, senza che nessuno collegasse i nomi, Teresa lo aveva adottato.
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