Il cane trascinava una sedia a rotelle vuota sulla strada: ciò che Marcello trovò nel fosso cambiò tutto

La nipote Francesca, che viveva a Bologna, gli telefonava.

«Zio, vieni da noi.»

«No.»

«Almeno una persona che passa ogni giorno.»

«No.»

«Una badante per qualche ora?»

«Non sono mica morto.»

Il parroco gli proponeva aiuto.

I vicini pure.

Elio rifiutava.

Non era orgoglio soltanto.

Era paura.

Quando hai perso una moglie con cui hai diviso quasi mezzo secolo e poi anche tuo figlio, puoi arrivare a convincerti che affezionarsi sia semplicemente un altro modo per prepararsi al prossimo funerale.

Così Elio teneva tutti a distanza.

Persone.

Vicini.

Persino un cane.

Ma il cane non aveva mai creduto alla storia del “sto bene da solo”.


Il giorno dell’incidente, poco dopo le sette di sera, Elio era uscito per prendere la posta.

Aveva piovuto forte nei giorni precedenti.

Una parte della banchina era stata scavata dall’acqua.

Quando la ruota anteriore destra della carrozzina raggiunse il margine, il terreno cedette.

La sedia si inclinò.

Elio cadde nel fosso.

Il braccio destro colpì il bordo del canale.

La carrozzina rotolò qualche metro più avanti e rimase impigliata nelle sterpaglie.

Il cane arrivò quasi subito.

Elio lo sentì muoversi nell’erba.

«Vai via.»

L’animale scese.

Gli annusò il viso.

Provò a tirarlo per la manica del cardigan.

Quando Elio gemette per il dolore, lasciò immediatamente la presa.

Poi corse sulla strada.

Abbaiò.

Quella notte passarono soltanto due automobili.

Nessuna si fermò.

Dal livello della carreggiata Elio non si vedeva.

Verso l’alba il cane cambiò strategia.

Trovò la carrozzina.

Afferrò la cinghia.

La trascinò fuori dalle erbacce.

Poi cominciò a portarla sulla strada.

Non poteva trascinare Elio verso le persone.

Allora avrebbe trascinato qualcosa di Elio verso le persone.

Un cane che abbaia sul ciglio può essere ignorato.

Un cane che trascina una sedia a rotelle vuota no.

La carrozzina era diventata un messaggio.

Qualcuno dovrebbe essere seduto qui.

E non c’è.

Marcello capì quel messaggio.

Per questo Elio era ancora vivo.


Marcello tornò alla casa verde quello stesso pomeriggio.

Riempì la ciotola dal bidone di latta.

Il cane non mangiò.

Rimase accanto alla rampa d’ingresso con il muso rivolto verso la strada.

La sera iniziò a piovere.

Marcello tornò con una coperta impermeabile.

La ciotola era intatta.

«Hai fatto tutto quel lavoro per salvarlo,» disse sedendosi a distanza. «Adesso potresti anche mangiare.»

Il cane non lo degnò di uno sguardo.

Aspettava.

Il giorno seguente arrivò Nora Bellini, sessantotto anni, vedova, pensionata e memoria vivente del borgo.

Sapeva chi aveva litigato con chi nel 1987, chi aveva venduto un campo troppo presto e chi aggiungeva acqua al vino ma negava ancora.

Vide il cane sotto il portico.

«Non si sposterà.»

«Perché?»

«Aspetta Elio.»

Marcello indicò la ciotola.

«Non mangia.»

Nora aprì il bidone, prese una scatoletta e un pentolino.

«Un po’ di brodo tiepido.»

Marcello la guardò.

«Anche lei sa cosa gli piace?»

«No. Lo sa Elio. Me l’ha detto almeno venti volte mentre sosteneva che non fosse il suo cane.»

Marcello rise.

La risata gli durò poco.

«Elio vive davvero qui completamente solo?»

Nora abbassò gli occhi.

«Da quando è morta Teresa, sì.»

«E se il cane non fosse andato sulla strada?»

Nora non rispose.

Non ce n’era bisogno.


Marcello aveva un’officina poco fuori dal paese.

Costruiva ringhiere, rampe, supporti e modifiche per persone con difficoltà motorie.

Aveva iniziato quasi trent’anni prima, quando suo fratello minore era rimasto sulla sedia a rotelle dopo un incidente.

Portò lì la carrozzina di Elio.

Il telaio era storto.

Il cavo di un freno spezzato.

La forcella anteriore piegata.

E la cinghia che il cane aveva trascinato era piena di segni di denti.

La carrozzina aveva subito danni anche durante quel salvataggio.

A Marcello non importava.

Ogni graffio significava che il cane aveva continuato a tirare.

Per giorni lavorò con il portone aperto.

Il cane arrivava fino al piazzale.

Non entrava.

Il rumore del metallo lo spaventava.

Marcello lasciava una ciotola d’acqua fuori e si allontanava.

L’animale beveva solo allora.

Esattamente come aveva fatto con Elio per tre anni.

Al quarto giorno Marcello andò in ospedale.

Elio aveva il braccio fratturato in due punti, disidratazione e un principio di ipotermia, ma nessun trauma grave alla testa.

«Il cane ha mangiato?» fu la prima domanda.

Marcello appoggiò le mani sui fianchi.

«Buongiorno anche a lei.»

«Ha mangiato?»

«Poco.»

Elio aggrottò la fronte.

«Metta un po’ di brodo sulle crocchette.»

«Certo.»

«Non troppo.»

«Capito.»

Marcello si avvicinò al letto.

«Tre anni a dire che non è il suo cane, però sa anche quanto brodo vuole.»

Elio guardò fuori dalla finestra.

«Passa ogni tanto.»

«Le ha trascinato una carrozzina per quasi un chilometro.»

«È testardo.»

«Anche lei.»

Silenzio.

Poi Elio domandò piano:

«È andato via?»

«No.»

Le dita dell’anziano si strinsero sulla coperta.

«Potrebbe.»

«Potrebbe.»

«E allora perché resta?»

Marcello lo guardò.

«Lei lo sa benissimo.»


Due giorni dopo l’ospedale permise a Elio di uscire per qualche minuto sotto la tettoia dell’ingresso.

Marcello portò il cane.

Ci mise quasi un’ora a convincerlo a salire sul furgone.

Quando arrivarono, Elio aspettava su una carrozzina dell’ospedale.

Il cane saltò giù.

Si fermò a una decina di metri.

Elio non lo chiamò subito.

Rimasero a guardarsi.

Due vecchi diffidenti, ognuno con le proprie cicatrici.

Poi Elio abbassò la mano.

«Sei ancora tu.»

Il cane fece un passo.

Poi un altro.

Annusò le ruote.

Le scarpe.

La coperta sulle gambe.

Alla fine infilò la testa sotto la mano di Elio.

L’anziano iniziò a grattarlo dietro l’orecchio strappato.

«Immagino che tu voglia cena.»

Il cane chiuse gli occhi.

Un’infermiera poco distante si tolse gli occhiali e finse di pulirli.

Marcello guardò altrove.

Per tre anni il cane era arrivato abbastanza vicino da mangiare, ma mai abbastanza da farsi accarezzare.

Per nove anni Elio aveva lasciato entrare le persone abbastanza da portargli la spesa, ma mai abbastanza da ammettere che gli mancava qualcuno.

Quel pomeriggio entrambi cedettero qualche centimetro.

Per loro era già una rivoluzione.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto