Dentro un vecchio tubo trovarono due bambini scomparsi: ciò che il cane aveva fatto per loro commosse tutti

Nel vecchio tubo trovarono due bambini scomparsi da quattro giorni: il cane randagio che li copriva aveva rinunciato perfino a mangiare

Del cane si vedeva soltanto il muso grigio tra i rovi che coprivano l’imboccatura del vecchio canale di scolo.

Quando l’agente Laura Bianchi si infilò dentro, strisciando sulle ginocchia nel cemento bagnato, capì subito che qualcosa non tornava.

Il cane non stava proteggendo dei cuccioli.

Sotto il suo petto c’era una bambina.

Dietro la sua schiena dormiva un bambino più piccolo.

Erano Sofia e Matteo Rinaldi.

Scomparsi da quattro giorni.

Laura si fermò.

In diciannove anni di servizio aveva visto famiglie distrutte, anziani trovati soli in case troppo grandi, figli litigare davanti al letto di un padre morente per sapere chi avrebbe avuto l’appartamento.

Ma una scena simile non l’aveva mai vista.

Il cane era steso di traverso sul rialzo asciutto del tubo, abbastanza largo da toccare entrambi i bambini.

Fuori, durante la notte, aveva piovuto senza tregua.

Un filo d’acqua scorreva lungo una parete del canale, ma nel punto dove dormivano i bambini qualcuno aveva ammucchiato pezzi di cartone, foglie secche e una coperta strappata.

Quel qualcuno sembrava essere stato proprio lui.

Il cane era magrissimo.

Le costole si distinguevano sotto il pelo color carbone. Sul petto aveva una macchia bianca irregolare. Un orecchio era diritto, l’altro piegato da una vecchia ferita.

Gli occhi, color miele, erano fissi su Laura.

Ringhiò.

Piano.

Non era il ringhio di un animale che voleva attaccare.

Sembrava piuttosto l’avvertimento di qualcuno che non aveva quasi più forze, ma non avrebbe lasciato passare nessuno.

Laura abbassò la torcia.

«Non voglio farvi male.»

Il cane appoggiò una zampa anteriore con più decisione sopra la coperta che copriva Matteo.

Fuori dal canale, il collega di Laura stava già chiamando l’ambulanza e i servizi territoriali per i minori.

Sofia, dieci anni, aprì lentamente gli occhi.

La prima cosa che fece non fu guardare l’uniforme.

Posò una mano sulla spalla del cane.

«Lui è buono.»

Laura inspirò lentamente.

«Come si chiama?»

Sofia abbassò gli occhi.

«Non aveva un nome.»

«È venuto qui con voi?»

«No.»

La bambina accarezzò l’orecchio piegato dell’animale.

«Ci ha trovati.»

Accanto alla coperta c’erano diversi involucri.

Sacchetti del pane.

Carta da forno unta.

La confezione schiacciata di due panini.

Poco prima, un netturbino della zona aveva raccontato di aver visto più volte un cane randagio dietro una piccola bottega aperta fino a tardi.

Non rovistava nei rifiuti come facevano gli altri animali.

Prendeva qualcosa.

Poi spariva verso il campo.

All’inizio nessuno gli aveva dato peso.

In quartiere lo chiamavano semplicemente “quel cane nero”.

Un’altra presenza invisibile.

Come certi vecchi seduti sulle panchine che nessuno saluta più.

Come certe donne che fanno la spesa da sole da vent’anni e ormai il cassiere non chiede nemmeno come stanno.

Laura guardò gli involucri.

Finalmente capì.

Il cane non aveva cercato cibo per sé.

Lo aveva portato ai bambini.

«Sofia, dobbiamo portarvi in un posto caldo.»

La bambina si irrigidì.

«No.»

«Non tornerete da nessuno finché non capiremo bene cosa è successo.»

Sofia la fissò.

Aveva il viso sporco, i capelli annodati e un graffio sulla fronte.

Ma la cosa che colpì Laura furono gli occhi.

Non erano gli occhi di una bambina che aveva fatto una bravata.

Erano gli occhi di una persona che aveva già imparato a non fidarsi delle promesse degli adulti.

«Non ci credono mai.»

Laura si avvicinò di qualche centimetro.

«Io credo a quello che vedo.»

Sofia indicò il cane.

«Lui ha visto tutto.»

Matteo dormiva ancora.

Una mano minuscola stringeva un ciuffo del suo pelo.

Quando arrivarono i soccorritori, il cane si alzò.

Barcollò.

Eppure tornò a mettersi davanti ai bambini.

Sofia cominciò a piangere.

«Viene anche lui.»

Laura si tolse il giaccone e lo posò sul cemento.

«Ho trovato tre vite qua dentro.»

Guardò il cane.

«E tre ne porteremo fuori.»

Per alcuni secondi nessuno si mosse.

Poi il cane annusò il giaccone.

Guardò Sofia.

Guardò Matteo.

Infine fece un passo di lato.

Quando Laura sollevò il bambino, Matteo aprì gli occhi.

«Nero.»

Sofia scosse la testa.

«Non si chiama più Nero.»

«Come si chiama?»

Il bambino si strinse contro Laura.

«Bruno.»

«Perché Bruno?»

Matteo indicò con un dito il cane.

«Perché ogni notte faceva il giro come nonno Bruno quando controllava che tutte le finestre fossero chiuse.»

Laura non disse nulla.

Solo molto più tardi avrebbe scoperto che il vero nonno Bruno era morto due anni prima.

E che, prima di addormentarsi, faceva davvero il giro della casa controllando porte e finestre.

Forse il nome era nato da un ricordo.

O forse, quando hai sette anni e sei nascosto dentro un tubo al freddo, dai alle cose che ti salvano il nome di chi ti faceva sentire al sicuro.


La denuncia di scomparsa era arrivata il martedì sera.

A telefonare era stato Riccardo Fabbri, cugino della madre dei bambini e loro tutore temporaneo dopo la morte della donna.

La madre, Elena, era morta diciotto mesi prima per una malattia improvvisa.

Il padre dei bambini non faceva parte della loro vita da anni.

Riccardo aveva accettato di ospitarli nella sua casa alla periferia di Bologna, mentre il tribunale valutava una sistemazione definitiva.

Almeno questa era la versione ufficiale.

Quando gli agenti arrivarono, Riccardo sembrava più infastidito che spaventato.

Disse che Sofia e Matteo erano usciti dopo una lite.

«Per cosa avete litigato?»

«Per un tablet.»

«E sono usciti senza giacche?»

Riccardo alzò le spalle.

«Sono bambini. Fanno scenate.»

Aveva aspettato più di due ore prima di chiamare.

Quando gli chiesero perché, rispose:

«Pensavo tornassero appena gli veniva fame.»

Quella frase rimase nella testa di Laura.

Appena gli veniva fame.

La temperatura quella notte era scesa parecchio.

Sofia indossava una felpa leggera.

Matteo una maglietta a maniche lunghe e un golfino sottile.

Le squadre cercarono per ore.

Controllarono il tragitto verso la scuola, un parco pubblico, i campetti dietro la parrocchia, una vecchia linea ferroviaria dismessa e la strada dove i bambini avevano vissuto con la madre.

Niente.

A scuola, però, cominciarono a emergere dettagli.

La maestra di Sofia la descriveva come una bambina seria.

Troppo seria.

Ogni pomeriggio aspettava Matteo fuori dalla sua classe.

Gli sistemava la sciarpa.

Controllava che avesse lo zaino.

Gli ricordava di mettere il cappuccio quando pioveva.

«È come una piccola mamma», dicevano alcuni.

Una frase che agli adulti sembra tenera.

Ma che a volte significa soltanto che un bambino ha dovuto diventare grande troppo presto.

Una maestra raccontò che, dopo il trasferimento da Riccardo, Sofia aveva smesso di invitare le compagne a casa.

Matteo, invece, aveva iniziato a nascondere crackers e pezzi di pane nello zaino.

«Perché li tieni lì?» gli aveva chiesto un’insegnante.

«Per dopo.»

«Dopo quando?»

Matteo non aveva risposto.

Laura e gli assistenti tornarono a casa di Riccardo.

Nella cameretta c’erano due lettini stretti, alcuni vestiti e pochissimo altro.

La cucina era piena di cibo.

La dispensa, però, aveva un lucchetto.

Riccardo disse che serviva contro gli insetti.

Laura guardò il lucchetto.

Era nuovo.

E abbastanza in alto da non poter essere raggiunto da Matteo.

Il giovedì cominciò a piovere forte.

La gente del quartiere si organizzò spontaneamente.

Una pensionata stampò volantini con la fotografia dei bambini.

Il proprietario di un forno ne lasciò una pila sul bancone.

Due uomini che giocavano a carte al circolo fecero il giro dei garage.

Una signora di settantadue anni, la signora Teresa, bussò a ogni porta della strada.

«Io non li conosco bene», diceva.

«Ma due bambini non spariscono e basta.»

Era quella vecchia Italia che molti dichiarano scomparsa.

Quella in cui si litigava per un parcheggio al mattino e si portava una pentola di minestra al vicino malato la sera.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto