Nessuno sapeva ancora che, poco distante, un cane senza padrone stava facendo la stessa cosa.
A modo suo.
Sofia e Matteo avevano visto Riccardo parlare in televisione dalla vetrina di un piccolo bar.
«Tornate a casa e finitela con questa storia», aveva detto.
Sofia aveva preso Matteo per mano.
Non sarebbero tornati.
Il vecchio canale di scolo lo conosceva perché l’autobus scolastico passava vicino al campo ogni mattina.
Quando erano scappati avevano due zaini.
Una bottiglia d’acqua.
Quattro merendine.
E una felpa in più.
Il cibo finì quasi subito.
La prima notte Bruno apparve all’imboccatura del tubo.
Matteo cominciò a piangere.
Sofia raccolse un ramo.
«Via!»
Il cane arretrò.
Ma non se ne andò.
Rimase fuori.
Ore dopo Sofia si svegliò e lo vide accovacciato vicino all’entrata.
La mattina successiva era tra loro.
Matteo dormiva con la guancia contro il suo fianco.
Il cane rimase immobile finché i bambini non aprirono gli occhi.
Poi uscì.
Tornò con mezzo panino ancora dentro la carta.
Lo lasciò davanti a Sofia.
La bambina lo divise con Matteo.
«Prendine un po’.»
Gli tese un pezzo.
Bruno lo annusò.
Poi spinse delicatamente la mano della bambina verso Matteo.
La stessa cosa accadde il giorno dopo.
E quello successivo.
All’alba il cane usciva.
Girava dietro ai negozi.
Tra i bidoni.
Vicino alle panchine del mercato.
Prendeva quello che riusciva a trasportare.
E tornava.
Aspettava finché entrambi i bambini avevano mangiato.
Di notte si stendeva in mezzo a loro.
Se Matteo tremava, si spostava dalla sua parte.
Se Sofia si rannicchiava, allungava il corpo fino a toccarla.
Nessuno gli aveva insegnato a farlo.
Forse qualcuno, anni prima, gli aveva insegnato l’esatto contrario.
Una vecchia cicatrice gli attraversava la spalla.
Sul collo aveva il segno di qualcosa che un tempo lo aveva stretto troppo.
Indietreggiava se una mano si alzava velocemente.
Aveva paura degli spazi chiusi.
Eppure ogni notte tornava dentro quel tubo.
Forse perché aveva riconosciuto la paura.
Non servono parole, quando l’hai conosciuta abbastanza.
All’uscita dal canale, Bruno rifiutò di allontanarsi dai bambini.
Matteo era già avvolto in una coperta termica.
Appena vide il cane portato nella direzione opposta, cominciò ad agitarsi.
«Bruno!»
Laura chiese a tutti di fermarsi.
«Non separateli ancora.»
Un veterinario chiamato sul posto visitò l’animale accanto all’ambulanza.
Aveva la temperatura bassa.
Le zampe erano ferite.
Era disidratato.
Il peso era molto inferiore a quello normale per un cane della sua taglia.
Poi il veterinario tastò l’addome.
«Questo cane non mangia quasi niente da giorni.»
Sofia guardò Laura.
«Ve l’avevo detto.»
Per regolamento Bruno non poteva viaggiare nella stessa ambulanza.
Fu portato in una struttura veterinaria comunale con un altro mezzo.
Durante tutto il tragitto Matteo continuò a voltarsi verso il finestrino posteriore.
«C’è ancora?»
«Sì.»
«Sicuro?»
«Sì.»
«Non lo lasciano?»
Laura esitò.
Era la domanda che avrebbe sentito decine di volte nelle settimane successive.
Non lo lasciano?
Non ci separate?
La porta resta aperta?
Il pane c’è anche domani?
Le persone tornano davvero quando dicono che tornano?
I bambini furono visitati separatamente.
Erano infreddoliti, disidratati e stanchi, ma si sarebbero ripresi.
Altri elementi, però, imposero ulteriori verifiche.
Una psicologa specializzata parlò con loro senza uniforme, senza interrogatori interminabili e senza costringerli a raccontare tutto in una volta.
Poco alla volta emerse ciò che nessuno aveva voluto vedere.
Riccardo usava il cibo come punizione.
Chiudeva la dispensa.
Lasciava i bambini nella loro stanza per lunghi periodi.
Ripeteva a Sofia che, se avesse raccontato certe cose, lei e Matteo sarebbero stati separati.
La minaccia funzionava.
Sofia poteva sopportare quasi tutto.
Tranne l’idea di perdere suo fratello.
La sera della fuga, dopo l’ennesimo episodio, aspettò che la casa diventasse silenziosa.
Prese Matteo per mano.
Aprì la porta della cucina.
E uscì.
Non era scappata per un tablet.
Era scappata perché, a dieci anni, aveva deciso che il freddo fuori faceva meno paura di ciò che trovava dentro casa.
Le autorità ottennero l’autorizzazione a esaminare l’abitazione.
Furono raccolti elementi che confermavano parti importanti del racconto dei bambini.
Riccardo venne fermato e successivamente sottoposto a procedimento giudiziario.
Quando Laura lo comunicò a Sofia, la bambina non sorrise.
Non chiese cosa sarebbe successo all’uomo.
Disse soltanto:
«Bruno dov’è?»
Il cane era nella clinica veterinaria.
Gli avevano dato acqua e cibo.
Non aveva toccato quasi nulla.
Restava seduto vicino alla porta del box.
Aspettava.
Quella sera organizzarono un incontro.
Sofia e Matteo erano seduti su un divano quando aprirono la porta.
Bruno entrò.
Passò accanto a tre adulti senza guardarli.
Raggiunse i bambini.
Si infilò tra loro.
Fianco contro Sofia.
Schiena contro Matteo.
La stessa posizione del canale.
Solo allora si avvicinò alla ciotola.
E mangiò.
Fu in quel momento che la signora Teresa, che aveva seguito la vicenda da lontano insieme a mezzo quartiere, disse una frase destinata a girare per mesi:
«Ci sono persone che hanno una casa e non sanno proteggere nessuno. E poi arriva un cane che non possiede nemmeno una coperta.»
Nessuno seppe cosa risponderle.
Restava un problema.
Dove sarebbero andati Sofia e Matteo?
Serviva una famiglia affidataria disponibile immediatamente ad accogliere due fratelli.
Non era semplice.
Una famiglia aveva posto soltanto per un bambino.
Un’altra poteva prenderli entrambi, ma non accettava animali.
La terza viveva lontano, abbastanza da obbligare i bambini a cambiare scuola, insegnanti e persone di riferimento.
Sofia ascoltava tutto in silenzio.
Matteo no.
«Bruno viene con noi.»
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