Per sei ore quella cagna affamata colpì un barattolo contro gli alberi: quando la liberammo, tornò verso i vetri per un motivo che ci spezzò
Il rumore ci seguiva da quasi un chilometro.
Toc.
Silenzio.
Toc.
Erano le 12:40 quando alzai il pugno e feci rallentare le sei moto dietro di me. Stavamo attraversando una strada secondaria dell’Appennino, tra boschi di castagni e vecchi poderi abbandonati, cercando un posto dove fermarci per mangiare due panini.
Avevo sessantadue anni e guidavo moto da quando, da ragazzo, bisognava aggiustarsele da soli nel cortile di casa.
Di rumori strani ne avevo sentiti tanti.
Quello no.
Quando spegnemmo i motori, il bosco sembrò trattenere il fiato.
Poi arrivò di nuovo.
Toc.
«Non è un picchio», disse Elena.
Elena aveva cinquantuno anni, era la più minuta del nostro gruppo e lavorava da una vita in una piccola officina di provincia. Bastava un rumore diverso di mezzo tono perché capisse quale pezzo di un motore stesse per cedere.
Scendemmo lungo un sentiero usato forse dai cinghiali, spostando felci e rami secchi.
Pensavo a una bottiglia rimasta incastrata sotto qualche tronco.
Poi uscì da dietro un castagno.
Era una cagna tigrata.
Aveva la testa completamente infilata dentro un grosso barattolo di vetro.
Camminava barcollando.
Una spalla contro un tronco.
Poi il fianco contro una pietra.
Poi di nuovo quel suono.
Toc.
Il vetro sbatteva contro gli alberi mentre lei cercava disperatamente di avanzare.
Non vedeva quasi nulla.
Dentro il barattolo, appannato dal respiro, si intravedevano appena gli occhi.
«Piano», disse Franco. «Non spaventiamola.»
Franco aveva fatto il soccorritore per trent’anni. Era uno di quegli uomini che davanti a un problema diventano improvvisamente più calmi di tutti gli altri.
Ci allargammo.
La cagna tentò di fuggire.
Il barattolo urtò un tronco e la fece cadere di lato.
Si rialzò.
La cosa che mi colpì fu che non correva verso la strada.
Continuava a puntare nella stessa direzione.
Verso nord-ovest.
Fece altri pochi metri.
Poi le zampe cedettero.
Mi inginocchiai e bloccai il vetro prima che urtasse una radice.
Da vicino era peggio.
La saliva aveva ricoperto l’interno del barattolo.
La lingua era scura.
Dietro le orecchie la pelle si era gonfiata tanto che il bordo di vetro non poteva più uscire.
Franco appoggiò due dita sul torace.
«Sta andando troppo veloce.»
Provammo con dell’olio.
Niente.
Tentammo di muovere delicatamente il barattolo.
Niente.
Lei respirava sempre più piano.
Elena mi guardò.
Non serviva parlare.
Avvolgemmo il vetro con una coperta spessa che tenevamo per le emergenze. Proteggemmo il collo della cagna con alcuni pezzi di cuoio.
Poi presi il piccolo martello frangivetro.
Avevo rotto vetri di automobili dopo incidenti.
Ma quello era diverso.
Dietro quel vetro c’erano due occhi che si stavano spegnendo.
«Tienila ferma.»
Premetti.
Un colpo secco.
Il barattolo si spaccò.
Elena continuò a coprirle il muso mentre toglievamo i pezzi uno alla volta.
Quando uscì l’ultimo frammento, la cagna prese un respiro così profondo da sembrare quasi un singhiozzo.
Poi si accasciò sui miei stivali.
Franco versò dell’acqua nel palmo.
Lei girò la testa.
Elena aprì una scatoletta di carne che portava per il cane di sua sorella.
La cagna non la guardò nemmeno.
Pensai che fosse stordita.
Poi vidi i suoi occhi.
Erano fissi sulla coperta dove avevamo raccolto i pezzi del barattolo.
La cagna cominciò a trascinarsi verso il vetro.
«No, bella. No.»
Le misi un braccio davanti.
Lei emise un lamento basso.
Non di dolore.
Sembrava impazienza.
Allungò una zampa verso la coperta.
Raschió.
Qualcosa si mosse sotto un pezzo di vetro.
Infilai lentamente la mano.
Trovai una crosta secca di pane.
Un pezzo duro, sporco, piccolo quanto mezzo palmo.
La sollevai.
La cagna aprì la bocca e la prese con una delicatezza incredibile.
Non la mangiò.
Si voltò.
Ancora verso nord-ovest.
Provammo a portarla verso la strada.
Lei reagì subito.
Mi mise una zampa sul petto e spinse.
Pensai fosse paura.
Mi girai verso il bosco.
Si calmò.
Mi voltai di nuovo verso le moto.
Spinse ancora.
Elena mi fissò.
«Marco, girati verso gli alberi.»
Lo feci.
La cagna smise di agitarsi.
Franco guardò davanti a noi.
«Deve andare da qualche parte.»
«In quelle condizioni non va da nessuna parte.»
«Lei non lo sa.»
La sollevai.
Pesava pochissimo.
Sotto il pelo sentivo ogni costola.
Una cagna della sua taglia avrebbe dovuto pesare almeno venticinque chili.
Forse ne pesava diciassette.
Eppure teneva quella crosta tra i denti come se fosse una cosa preziosa.
Cominciammo a camminare.
Ogni volta che sbagliavamo direzione, lei sollevava la testa e si agitava.
Quando imboccavamo il passaggio giusto, si rilassava.
Era la nostra bussola.
Dopo una trentina di metri trovammo il primo segno.
Una curva incisa nel terreno argilloso.
Larga più o meno come il barattolo.
Dentro brillavano minuscoli frammenti di vetro.
Accanto c’era un’impronta.
Al centro, una macchia scura.
Sangue.
Seguimmo quella traccia.
Su alcuni tronchi c’erano graffi semicircolari.
Tutti alla stessa altezza.
Il barattolo aveva strisciato contro la corteccia.
E la cosa peggiore era che i segni andavano in entrambe le direzioni.
La cagna aveva già percorso quella strada.
Più volte.
A un certo punto la misi a terra.
Le zampe le tremavano.
Ma appena vide la traccia, cominciò a seguirla senza esitazione.
La crosta di pane rimase intatta.
Non un morso.
Non una briciola.
Dopo altri cinquanta metri Franco si fermò.
Nel fango c’era un’impronta minuscola.
Più piccola del mio pollice.
Poi un’altra.
Poi altre tre.
Elena si inginocchiò.
Non disse niente.
Non serviva.
Erano impronte di cuccioli.
Da quel momento camminammo più in fretta.
La cagna non riusciva più a stare in piedi, così la presi di nuovo in braccio.
Dietro una curva trovammo una ciotola di latta schiacciata.
Vuota.
Poco più avanti, un vecchio sacco di mangime strappato.
«Qualcuno li ha lasciati qui», disse Elena.
Franco strinse la mascella.
Noi venivamo da paesi dove, una volta, nessuno chiudeva il portone durante il giorno.
Se nasceva una cucciolata, una ciotola compariva davanti a tre case diverse.
Se un anziano non si vedeva al bar per due mattine, qualcuno andava a bussare.
Adesso era tutto diverso.
Persone dietro schermi.
Porte chiuse.
Vicini che non conoscevano nemmeno il cognome di chi abitava al piano di sopra.
E quella cagna, in mezzo al bosco, sembrava ricordarci qualcosa che noi avevamo dimenticato.
Emise un suono breve.
Poi ancora.
Un richiamo.
Ci fermammo.
Dal fitto degli alberi arrivò una risposta.
Debolissima.
Poi un’altra.
Quattro versetti sottili.
La cagna cercò di saltarmi dalle braccia.
«Ci siamo», dissi.
Attraversammo un tratto di bosco così fitto che i rami ci graffiavano le giacche.
Alla fine trovammo un grande castagno caduto.
Le radici avevano sollevato terra e pietre creando una specie di piccola grotta.
L’ingresso era coperto dalle felci.
La cagna cominciò a tremare.
La posai.
Cadde.
Poi iniziò a trascinarsi.
Quattro metri.
Tre.
Due.
Entrò sotto le felci.
La luce della torcia di Franco illuminò il fondo.
C’erano quattro cuccioli.
Uno nero con il petto bianco.
Due tigrati.
L’ultimo era color miele, minuscolo, con una striscia scura sul muso.
Erano rannicchiati sopra pezzi di stoffa, foglie secche e un vecchio asciugamano.
Nessuno cercò di scappare.
Il più piccolo sollevò la testa.
Aprì la bocca.
Il suono che uscì sembrava quasi niente.
La madre si avvicinò.
Posò davanti a loro la crosta di pane.
Il cucciolo color miele tentò di morderla, ma era troppo dura.
Allora accadde una cosa che nessuno di noi dimenticò.
La cagna tenne il pane con i denti.
Lo bagnò con la lingua.
Lo ammorbidì.
Poi spinse la parte molle verso il cucciolo.
Fece la stessa cosa con gli altri.
Uno alla volta.
Lei non mangiò niente.
Franco si sedette sulla terra.
Elena si voltò dall’altra parte.
Io avevo sessantadue anni.
Avevo visto una fabbrica chiudere dall’oggi al domani.
Avevo visto fratelli litigare per la casa dei genitori prima ancora che il padre fosse sepolto.
Avevo visto famiglie smettere di parlarsi per cinquemila euro.
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