Una cagna rischiava di soffocare per una crosta di pane, ma ciò che cercava nel bosco sconvolse tutti

Credevo di conoscere bene cosa facesse la fame alle persone.

Pensavo che quando hai poco, il primo istinto sia tenertelo.

Quella cagna aveva quasi smesso di respirare per una crosta di pane.

E non era per lei.

Era per loro.

Franco prese il telefono.

«Servono un veterinario e un mezzo. Tutti e cinque.»

Poco dopo arrivò una guardia forestale della zona, Anna, insieme a un collega.

Portavano acqua, cibo morbido e una gabbia da trasporto.

La madre ringhiò appena vide la gabbia.

Era la prima volta che lo faceva.

Non la biasimai.

Probabilmente qualche essere umano l’aveva portata fin lì.

Forse la stessa mano che una volta l’aveva accarezzata aveva poi aperto una portiera e l’aveva lasciata accanto a quel bosco.

Così facemmo una cosa che nessuno si sarebbe aspettato vedendo sei uomini e una donna con giubbotti da motociclista.

Ci sedemmo per terra.

Senza toccarla.

Senza afferrare i piccoli.

Aspettammo.

Passarono quasi venti minuti.

Elena mise un po’ di cibo davanti alla gabbia.

Il cucciolo color miele provò ad avvicinarsi.

La madre lo prese delicatamente per la pelle del collo e lo riportò indietro.

Allora ebbi un’idea.

Presi la vecchia crosta.

Lei la seguì con gli occhi.

«Non te la porto via.»

La misi dentro la gabbia, sopra una coperta pulita.

Poi arretrai.

La cagna guardò il pane.

Guardò noi.

Guardò i piccoli.

E fece la sua scelta.

Prese per primo il cucciolo color miele.

Lo trasportò dentro.

Poi il nero.

Poi i due tigrati.

Solo quando tutti e quattro furono sistemati sulla coperta entrò anche lei.

Al centro veterinario di una cittadina vicina ci aspettavano già.

La saturazione d’ossigeno della cagna era bassissima.

Aveva il collo gonfio, piccole ferite dietro le orecchie, le zampe lesionate e una disidratazione grave.

Il veterinario ci disse che, senza il nostro intervento, probabilmente non avrebbe resistito ancora molto.

Ma la cosa incredibile accadde con il cibo.

Le misero davanti una piccola ciotola.

Lei annusò.

Guardò verso i cuccioli, sistemati in una zona riscaldata.

Prese una bocconata.

La portò fino alla barriera che li separava.

La lasciò lì.

E pianse.

Il veterinario capì.

Fece nutrire prima i piccoli.

Solo quando la madre li vide mangiare tornò alla propria ciotola.

Prese tre bocconi.

Poi spinse di nuovo il piatto verso di loro.

«È convinta che ogni cosa che entra nella sua bocca appartenga ai figli», disse Elena.

Quella frase mi rimase addosso.

La chiamammo Alba.

Perché quando l’avevamo trovata sembrava arrivata alla fine.

E invece stava cominciando un’altra vita.

I piccoli furono chiamati Bruno, Pepe, Stella e Milo.

Milo era quello color miele.

Il più debole.

Nei giorni successivi scoprimmo che non riusciva quasi a sostenersi sulle zampe posteriori.

Non aveva fratture.

Era semplicemente troppo debilitato.

Fu allora che capimmo un altro dettaglio.

Quando Alba aveva portato i cuccioli nella gabbia, aveva scelto Milo per primo.

Non quello più vicino.

Quello che aveva meno possibilità di arrivarci da solo.

La storia avrebbe potuto fermarsi lì.

Invece Anna tornò nel bosco per capire come fosse cominciato tutto.

Vicino al torrente asciutto trovò un sacco della spazzatura abbandonato.

Dentro c’erano contenitori vuoti, piatti di carta e il resto di una pagnotta economica ormai dura.

Un grosso barattolo di vetro era rotolato fuori.

Sul fondo era rimasta incastrata una crosta.

Alba doveva aver sentito l’odore.

Aveva infilato il muso.

Poi le orecchie.

Entrare era stato facile.

Uscire impossibile.

Ma c’era di più.

A poca distanza era installata una piccola telecamera usata per controllare il passaggio degli animali selvatici.

Anna recuperò le immagini.

Quando ce le mostrò, nel nostro vecchio garage diventato sede del gruppo, nessuno parlò.

Alle 6:27 del mattino Alba appariva con il barattolo già sulla testa.

Camminava verso la tana.

Alle 8:42 tornava nella direzione opposta.

Alle 10:16 compariva nuovamente verso i cuccioli.

Alle 11:38 ripartiva ancora.

Alle 12:31 attraversava l’inquadratura per l’ultima volta.

Otto minuti dopo noi avevamo sentito il primo colpo.

Toc.

Non aveva vagato nel panico.

Per oltre sei ore aveva fatto avanti e indietro.

Da una parte c’erano i suoi quattro piccoli.

Dall’altra, la strada dove passavano automobili e moto.

Forse cercava aiuto.

Forse seguiva rumori.

Poi sentiva i cuccioli e tornava indietro.

Aiuto.

Figli.

Aiuto.

Figli.

Sei ore.

Con sempre meno aria.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto