Una cagna rischiava di soffocare per una crosta di pane, ma ciò che cercava nel bosco sconvolse tutti

Sempre meno forza.

E quella crosta ancora dentro il barattolo.

Quando mostrammo il filmato agli altri motociclisti del quartiere, qualcuno portò coperte.

Qualcuno soldi.

Qualcuno vecchie ciotole lavate e sistemate.

Qualcuno arrivò semplicemente con gli occhi lucidi e disse:

«Che serve?»

Fu così che il nostro garage cambiò.

Eravamo uomini e donne tra i cinquanta e i settant’anni.

Gente che aveva passato la vita a lavorare.

Muratori.

Meccanici.

Autisti.

Infermiere.

Artigiani.

Persone che avevano attraversato divorzi, pensionamenti, debiti, figli che partivano per il Nord, genitori da assistere, case svuotate dopo funerali.

Avevamo tutti imparato a dire:

«Me la cavo da solo.»

Alba ci ricordò che non sempre è una frase di cui andare fieri.

Nel quartiere cominciò una catena silenziosa.

La signora Teresa, settantasei anni, preparava vecchi asciugamani puliti.

Il macellaio in pensione che abitava davanti al garage mise cinquanta euro in una busta e rifiutò di firmarla.

Due ragazzini venivano con il nonno a lasciare sacchi di crocchette.

Una vedova del terzo piano cucì quattro piccole coperte usando un plaid che apparteneva a suo marito.

«È rimasto nell’armadio otto anni», disse. «Meglio che scaldi qualcuno.»

Nessuno pubblicava fotografie.

Nessuno cercava complimenti.

Era il vecchio quartiere che tornava fuori da sotto la polvere.

Quello in cui se avevi una scala, era anche del vicino.

Quello in cui la domenica qualcuno metteva sempre un piatto in più.

Quello che pensavamo fosse morto.

Alba migliorava.

Ma mangiava soltanto dopo i cuccioli.

Se un veterinario portava via uno dei piccoli per pesarlo, lei si alzava immediatamente.

Quando tornava, li controllava.

Uno.

Due.

Tre.

Quattro.

Poi si sdraiava.

Milo rimase il più fragile.

Quando tentava di sollevarsi cadeva spesso di lato.

Alba spostava una zampa sotto di lui affinché cadesse sul suo pelo anziché sul pavimento.

Una mattina Stella rimase nascosta sotto una coperta.

Alba cominciò a muoversi nervosamente.

Uno.

Due.

Tre.

Si mise a tirare la stoffa con il muso finché non comparve il quarto cucciolo.

Solo allora tornò calma.

Dopo alcune settimane cominciammo a parlare delle adozioni.

La cosa accadde quasi senza deciderla.

Pepe scelse Franco.

Ogni volta che Franco si sedeva, il cucciolo nero gli dormiva sopra uno stivale.

Franco ripeteva:

«Non voglio cani. Faccio turni strani.»

Il quarto giorno arrivò con un piccolo collare.

Stella scelse Elena.

Dormiva sotto il banco della sua officina.

Quando cadeva una chiave inglese, correva tra le sue scarpe.

Elena abbassava le mani e diceva:

«Tranquilla, qui nessuno ti caccia.»

Bruno finì con Sergio, il più anziano del gruppo.

Sergio aveva sessantotto anni e continuava a dire che in casa sua non entravano più animali.

Sua moglie era morta undici anni prima.

Il loro vecchio cane se n’era andato pochi mesi dopo.

Sergio aveva buttato le ciotole perché guardarle gli faceva troppo male.

Durante una visita Bruno gli si arrampicò sulle gambe e si addormentò.

Sergio rimase immobile quasi un’ora.

Due giorni dopo qualcuno vide comparire una cuccia sul suo terrazzo.

Nessuno gli chiese niente.

Milo venne a casa con me.

Mia moglie Lucia aveva seguito tutta la vicenda da lontano.

«Prima deve piacere a Ettore», disse.

Ettore era il nostro cane di tredici anni, stanco e geloso delle sue abitudini.

Li facemmo incontrare attraverso un cancelletto.

Ettore annusò Milo.

Si allontanò.

Pensai fosse finita.

Poi tornò trascinando una vecchia pallina scolorita e la lasciò davanti al cucciolo.

Lucia mi guardò.

«Va bene. Ha deciso lui.»

Restava Alba.

Molti la volevano.

La sua storia ormai era arrivata nelle case del paese.

Ma noi rifiutammo di trasformarla in una mascotte.

Niente foto costruite.

Niente pose sulle moto.

Niente frasi facili.

Aveva passato abbastanza tempo a sopravvivere.

Le serviva silenzio.

Le servivano spazi.

E soprattutto doveva poter vedere i cuccioli durante il distacco.

Alla fine fu Anna, la guardia forestale, a chiedere di adottarla.

Viveva in una piccola casa poco distante dal bosco, con un terreno recintato.

Le altre quattro famiglie erano tutte a meno di mezz’ora.

La prima volta che Anna entrò nel recinto di Alba non portò cibo.

Non la chiamò.

Non cercò di accarezzarla.

Si sedette di lato.

Aspettò.

Dopo undici minuti Alba si avvicinò.

Appoggiò una spalla al ginocchio di Anna.

Poi tornò indietro.

Controllò i piccoli.

Uno.

Due.

Tre.

Quattro.

Ritornò da Anna.

E chiuse gli occhi.

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