Per la prima volta, sembrò affidare a qualcun altro una parte del peso che portava da sola.
Trentuno giorni dopo lasciarono tutti il centro veterinario.
Seguimmo il furgone con le moto.
A distanza.
Senza rombare.
Senza fare scena.
Ogni cucciolo venne accompagnato alla sua nuova casa.
Da allora, il primo sabato di ogni mese, ci incontriamo nel vecchio garage.
È diventata una tradizione.
Come il pranzo della domenica.
Come il caffè dopo mangiato.
Come quelle abitudini che sembrano inutili finché non capisci che servono a tenere insieme le persone.
Anna arriva con Alba.
Franco porta Pepe.
Elena arriva con Stella.
Sergio con Bruno.
Io con Milo.
Alba aspetta.
Li conta.
Uno.
Due.
Tre.
Quattro.
Li annusa uno per uno.
Controlla le orecchie.
Il muso.
Le zampe.
Poi va alla ciotola dell’acqua.
Ma beve soltanto dopo aver visto bere loro.
Nel garage abbiamo conservato alcuni pezzi del barattolo.
Elena ha smussato i bordi e li ha chiusi dietro una lastra trasparente.
Sotto abbiamo messo una riproduzione della piccola crosta di pane.
Quella vera era troppo sporca e piena di minuscoli frammenti per conservarla.
Sulla targhetta abbiamo scritto soltanto:
IL PREZZO DI UNA CROSTA DI PANE
Nessuna fotografia.
Chi vuole capire deve chiedere.
E quando qualcuno domanda, Sergio racconta sempre la stessa cosa.
«Quella cagna infilò la testa nel vetro per prendere un pezzo di pane. Non per mangiarlo. Per portarlo ai figli. E quando non riuscì più a liberarsi, continuò lo stesso.»
Poi indica la vecchia strada sulla mappa appesa al muro.
«Andava verso gli esseri umani per cercare aiuto. Poi tornava verso i piccoli. Non riusciva a scegliere tra salvarsi e occuparsi di loro.»
Sono passati tre anni.
Alba vive ancora con Anna.
Il pelo è tornato lucido.
Un orecchio le resta leggermente piegato.
Sul muso ha una piccola cicatrice a mezzaluna.
Ogni mattina controlla il recinto.
Poi si mette davanti alla porta.
Aspetta Anna come se avesse finalmente imparato che qualcuno torna sempre.
Milo corre.
Non benissimo.
Quando è stanco, le zampe posteriori si incrociano ancora.
Alba se ne accorge prima di tutti e gli cammina accanto.
Sergio dice che Bruno gli ha salvato la casa dal silenzio.
Elena sostiene che Stella sia il peggior aiutante d’officina d’Italia.
Franco continua a dichiarare di non essere diventato «uno di quelli che parlano al cane».
Lo dice mentre prepara a Pepe il pollo lesso.
Nel quartiere, qualcosa è rimasto di quei giorni.
La signora Teresa mette ancora una ciotola d’acqua davanti al portone d’estate.
Il garage raccoglie coperte e cibo per gli animali abbandonati.
Una volta al mese qualcuno cucina una teglia di pasta e mangiamo tutti insieme su un tavolo lungo fatto con vecchie assi.
Niente eleganza.
Bicchieri diversi.
Sedie spaiate.
Discussioni sul calcio, sulle pensioni, sui figli, sulle ginocchia che fanno male e sui pomodori che «non hanno più il sapore di una volta».
Ma se entra qualcuno che non conosciamo, una sedia compare sempre.
Forse è questo che Alba ci ha restituito.
Non una grande lezione.
Una cosa più semplice.
Il ricordo che nessuno dovrebbe attraversare il bosco da solo con un peso attorno al collo.
L’ultimo sabato Milo arrivò per primo.
Misi davanti ad Alba una ciotola piena.
Lei non mangiò.
Rimase sulla porta.
Dopo qualche minuto arrivò Franco.
Pepe entrò correndo.
Uno.
Poi Elena con Stella.
Due.
Il vecchio furgone di Sergio comparve in fondo alla strada.
Bruno saltò giù.
Tre.
Alba continuava ad aspettare.
Milo era già accanto a lei.
Quattro.
Li toccò tutti con il naso.
Solo allora tornò alla ciotola.
Avevo portato una fetta di pane morbido.
Ne staccai un pezzo e glielo appoggiai sopra.
Alba lo prese.
Per un momento pensai che finalmente lo avrebbe mangiato.
Invece attraversò il garage.
Lo posò sul pavimento davanti ai quattro cani ormai adulti.
Lo divise con piccoli morsi.
Una parte a Pepe.
Una a Stella.
Una a Bruno.
Una a Milo.
Poi rimase per lei soltanto un pezzetto.
Il più piccolo.
Lo mangiò lentamente.
Fuori non c’era nessun bosco da attraversare.
Nessun vetro.
Nessun sentiero.
Nessun bisogno di salvare qualcuno.
Eppure, dopo tutti quegli anni, Alba continuava a fare la stessa cosa.
Prima loro.
Poi lei.





