La dottoressa ci spiegò medicine, tappeti antiscivolo, alimentazione, visite, passeggiate corte, controllo del dolore.
Io ascoltavo.
Conoscevo già il linguaggio dei giorni buoni e dei giorni cattivi.
Quel pomeriggio Mabel entrò in casa mia avvolta nella coperta di Elena.
Non era ancora ufficialmente mia.
Ma appena la posai sul tappeto della cucina successe una cosa.
La casa smise di avere il rumore di una casa vuota.
La prima sera mangiò poco.
Poi venne accanto alla mia poltrona.
La mia mano batteva sul bracciolo.
Tac.
Tac.
Tac.
Mabel sollevò lentamente il muso e appoggiò la testa sopra il mio polso.
Il tremore non sparì.
Le storie vere non funzionano così.
Ma diminuì.
Non molto.
Abbastanza.
Le dita rallentarono mentre scivolavano sul suo pelo.
Lei sospirò.
E per qualche minuto sembrò che ci fossimo calmati a vicenda.
Quando lo raccontai a Rebecca, mia figlia, lei reagì come reagiscono i figli quando amano un genitore malato e hanno disperatamente bisogno di credere in un miracolo.
«Papà, magari è una specie di cane da terapia.»
«È una vecchia cagna che vuole stare al caldo.»
«Però se ti aiuta…»
«Mi aiuta. Ma non mi cura.»
Volevo che fosse chiaro.
Il Parkinson restava.
Le medicine restavano.
Il medico restava.
Le mattine rigide restavano.
Le notti insonni restavano.
Mabel non cancellò la malattia.
Cambiò il modo in cui vivevo nella stessa stanza con la malattia.
E questa, scoprii, non è una cosa piccola.
Il mio neurologo me lo spiegò qualche settimana dopo.
Lo stress può aumentare alcuni tremori.
Una presenza rassicurante, un contatto stabile, una routine tranquilla possono aiutare una persona a rilassarsi.
Mabel non conosceva la neurologia.
La dimostrava.
Durante una visita, si alzò dalla coperta, attraversò lentamente la stanza e poggiò il muso sul mio ginocchio.
Le mie dita rallentarono.
Il medico sorrise.
«Direi che la signora ha una teoria interessante.»
A casa costruimmo una routine.
Alle sette prendevo le mie medicine.
Alle sette e cinque Mabel prendeva le sue nascoste in un pezzetto di formaggio.
Il formaggio era diventato, secondo lei, un diritto costituzionale.
Alle otto uscivamo.
Prima di Mabel mi vergognavo del tragitto fino alla cassetta della posta.
Cinquanta metri.
Per me erano diventati una processione.
Passo.
Bastone.
Pausa.
Passo.
Bastone.
Pausa.
Guardavo sempre in fondo alla strada, sperando che nessuno mi vedesse.
Con Mabel accanto, cambiò tutto.
Non ero più “il povero Arturo che cammina male”.
Ero Arturo che portava a spasso la sua vecchia cagna.
Andavamo alla stessa velocità.
Lentissima.
Perfetta.
I vicini cominciarono a salutarci.
Il fornaio, passando con il furgoncino delle consegne, abbassava il finestrino.
«Avanti così, Arturo!»
La signora Rosa del civico accanto lasciava ogni tanto un sacchetto con biscotti fatti in casa per me e qualche bocconcino approvato dalla veterinaria per Mabel.
I bambini della curva gridavano:
«Buongiorno signor Arturo! Ciao Mabel!»
Un bambino un giorno mi chiese:
«Perché andate così piano?»
Sua madre diventò rossa.
Io gli risposi:
«Perché così vediamo più cose.»
Il giorno dopo volle accompagnarci.
Dopo cinquanta metri disse:
«Le formiche lavorano più degli uomini.»
«Vedi? Te l’avevo detto.»
Mabel starnutì.
Sembrava d’accordo.
Fu così che, senza che nessuno lo decidesse, il quartiere cominciò ad adottarci entrambi.
Clara veniva a controllare Mabel.
O almeno così diceva.
In realtà controllava me.
Rosa portava il minestrone.
Il nipote di Clara costruì una rampa di legno per permettere a Mabel di salire in camera.
Rebecca fece sistemare un corrimano nuovo fuori dal portico.
Io protestai.
Tutti mi ignorarono.
Per anni avevo considerato quella cosa una sconfitta.
Essere aiutato.
Poi guardavo Mabel.
Se le serviva la rampa, usava la rampa.
Se non riusciva ad alzarsi, aspettava una mano.
Se durante la passeggiata era stanca, si fermava.
Mai una volta vidi nel suo sguardo la vergogna che provavo io.
Cominciai a chiedermi chi mi avesse insegnato che la dignità significava fare tutto da soli.
Forse mio padre.
Forse la vita.
Forse noi stessi, uomini cresciuti in anni in cui chiedere aiuto sembrava quasi confessare una colpa.
Tre settimane dopo, Giorgio telefonò.
Il figlio della precedente proprietaria.
Aveva una voce educata.
Troppo educata.
Mi raccontò che dopo la morte di sua madre aveva avuto mille problemi.
Lavoro.
Separazione.
Figli.
Casa piccola.
Mabel che piangeva la notte.
Mabel che qualche volta sporcava.
Mabel che aveva bisogno di essere portata fuori spesso.
«Non voglio passare per una cattiva persona», disse.
Pensai che nessuno vuole esserlo.
Quasi nessuno si sveglia la mattina pensando: oggi sarò crudele.
La crudeltà spesso arriva vestita da stanchezza.
Da fretta.
Da “non ce la faccio”.
Da “qualcun altro penserà a lei”.
«Come ha fatto ad arrivare fino a casa mia?» gli chiesi.
Silenzio.
«Sarà scappata.»
«Ha l’artrosi a entrambe le anche.»
«Lo so che è vecchia.»
«Casa sua è a trenta chilometri.»
Altro silenzio.
Misi la mano sul dorso di Mabel.
Il mio tremore era peggiorato.
Lei respirava lentamente.
«Senta», disse Giorgio, «se la vuole tenere, firmo tutto. Per me va bene.»
Guardai Mabel.
Aveva smesso di masticare e mi fissava.
«Non è una credenza di sua madre.»
«Non ho detto questo.»
«No. Ha detto che era troppo.»
«Non sa cosa ho passato.»
Aveva ragione.
Non lo sapevo.
E proprio per questo non volevo trasformarlo in un mostro.
Le persone possono amare e fallire.
Possono essere buone in molti momenti e codarde in uno solo.
Ma alcune conseguenze rimangono.
«Mabel è vecchia», dissi. «Ha bisogno di medicine. A volte sporca. Cammina piano. Non sarà più comoda per nessuno.»
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