Il cane tremava al cancello, ma quando posò il muso sulla sua mano accadde qualcosa di inatteso

Lui non parlò.

«Ma la comodità non può essere la misura del valore di una vita.»

La mia mano tremava fortissimo.

Mabel infilò il muso sotto le mie dita.

Giorgio sospirò.

«Firma dei documenti e basta?»

«Sì.»

«Lo farò.»

Prima di chiudere aggiunse:

«Io le volevo bene.»

Gli credetti.

Ed era proprio quella la parte più triste.

Voler bene non basta sempre.

Bisogna restare quando amare diventa scomodo.

I documenti arrivarono due giorni dopo.

Mabel diventò ufficialmente mia di giovedì.

La domenica successiva Clara organizzò un pranzo senza chiedermi il permesso.

«Una cosa piccola», disse.

In Italia “una cosa piccola” significa dodici persone, due teglie di lasagne e qualcuno che porta una torta anche se hai già detto che c’è il dolce.

Rebecca arrivò con il marito e i bambini.

Rosa portò il pane.

Il nipote di Clara arrivò con una nuova pedana per il portico.

Michele partecipò in video dal telefono appoggiato contro la bottiglia dell’acqua.

Per la prima volta dalla morte di Elena, la cucina tornò a essere piena la domenica.

Sedie spostate.

Piatti.

Voci.

Qualcuno che chiedeva dov’era il mestolo.

Qualcun altro che sosteneva che il ragù di sua madre era migliore.

Per anni avevo evitato tutto quello.

Dicevo che era troppo faticoso.

Forse avevo semplicemente paura del confronto.

Una tavola piena rende ancora più evidente chi non c’è più.

Mabel dormiva sotto il tavolo.

Ogni tanto alzava il muso quando sentiva cadere qualcosa.

La mia nipotina Lucia, sei anni, si sedette vicino a lei.

«Non toccarle le anche», le spiegai. «Le fanno male.»

Lucia accarezzò piano la zampa.

Poi chiese:

«Nonno, perché Mabel trema?»

Rebecca mi guardò.

Pronta a intervenire.

«Perché è vecchia e qualche volta ha dolore.»

Lucia annuì.

Poi guardò la mia mano.

«E tu perché tremi?»

«Perché il mio cervello manda ai muscoli qualche segnale in più.»

Ci pensò.

«Quindi avete tutti e due il corpo ballerino.»

Scoppiai a ridere.

«Esatto.»

Lucia accarezzò Mabel.

«Però siete bravi tutti e due.»

A sei anni aveva risolto un problema che io mi portavo dietro da cinque.

Il nostro corpo tremava.

E allora?

Eravamo sempre noi.

Quella sera, dopo che tutti se ne furono andati, Mabel riuscì con enorme fatica a salire sulla mia poltrona.

Era troppo grande.

Troppo ossuta.

Troppo pesante.

E completamente convinta di avere diritto al posto.

Appoggiò la testa sulle mie gambe.

La casa odorava ancora di caffè e torta.

Per la prima volta dopo anni non ebbi paura della notte.

Mabel mi insegnò che la guarigione, spesso, è noiosa da raccontare.

Non successe niente di spettacolare.

Niente miracoli.

C’erano medicine.

Ciotole.

Tappeti antiscivolo.

Visite.

Passeggiate.

Giornate brutte.

Giornate discrete.

Ma la vita diventò bella proprio perché poteva essere ripetuta.

Ogni mattina.

Ogni pomeriggio.

Ogni sera.

Cominciai anche a tornare agli incontri del piccolo gruppo di persone con Parkinson che si riuniva in una sala vicino alla parrocchia.

Avevo smesso di andarci perché vedere gli altri mi faceva paura.

Era come guardare possibili versioni future di me stesso.

Mabel cambiò anche quello.

La portai con il permesso degli altri partecipanti.

Non era un cane da assistenza.

Non aveva addestramento speciale.

Era soltanto Mabel.

Una vecchia signora pelosa che dormiva mentre noi parlavamo di rigidità, equilibrio, medicine e paura.

Un uomo di nome Gianni disse:

«Almeno una qui dentro è rilassata.»

Una donna, Teresa, le tenne il guinzaglio raccontando che non ballava con suo marito da tre anni perché aveva paura di cadere.

Un altro uomo appoggiò la mano sulla schiena di Mabel mentre parlava.

Il tremore non sparì.

La sua voce però divenne più sicura.

Un giorno dissi al gruppo:

«Quando lei trema davanti a tutti, non si vergogna. E allora sto imparando a vergognarmi meno anch’io.»

Nessuno rise.

Perché tutti avevano capito.

Smettere di nascondersi può costare più energia della malattia stessa.

Il primo anno Mabel migliorò.

Prese peso.

Il pelo diventò più lucido.

L’infezione sparì.

Cominciò a scodinzolare quando sentiva le mie pantofole al mattino.

Io non migliorai nello stesso modo.

Il Parkinson continuò il suo corso.

Ma smisi di infilare la mano in tasca quando tremava.

Al cancello.

Dal medico.

Al bar del paese.

Quando qualcuno guardava, lasciavo che guardasse.

Lucia un pomeriggio fece un disegno.

Io e Mabel sulla poltrona.

Aveva disegnato le nostre braccia e zampe con linee tutte a zigzag.

Rebecca chiese:

«Cosa sono?»

«I loro tremolini.»

Poi Lucia disegnò un cuore enorme intorno a entrambi.

Attaccai quel foglio al frigorifero.

Rimase lì per anni.

Il secondo inverno fu più difficile.

Mabel non riusciva più sempre ad alzarsi da sola.

La veterinaria ci insegnò a usare una fascia per sostenerle il bacino.

Clara veniva ogni mattina.

Rebecca fece installare un sistema per chiamarla facilmente se cadevo.

Michele tornò un fine settimana per sistemare i gradini.

Questa volta protestai meno.

Forse perché avevo imparato da Mabel.

Un gennaio, nel cuore della notte, sentii un lamento.

La trovai mezza fuori dalla cuccia.

Le zampe posteriori non rispondevano.

Gli occhi erano pieni di paura.

Per un istante rividi la cagna davanti al cancello.

Il gelo.

Il tremore.

La stanchezza.

Le mie mani tremavano così tanto che non riuscivo ad allacciare la fascia.

«Piano.»

Non sapevo se lo dicevo a lei o a me.

«Piano, bella mia.»

Chiamai Clara.

Arrivò ancora in pigiama sotto il cappotto.

Poi venne Rebecca.

Portammo Mabel dalla veterinaria.

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