Il cane tremò davanti al suo padrone, poi attraversò l’aula: ciò che fece con Matteo lasciò tutti senza parole

Il cane si accasciò per la paura davanti al suo proprietario. Poi attraversò l’aula e si rifugiò tra le braccia del ragazzo accusato di averlo rubato.

Il rumore delle zampe sul pavimento del tribunale fu l’unico suono rimasto nella stanza.

Nessuno tossiva più. Nessuno sfogliava carte.

Nemmeno io scrivevo.

Luna, una cagnolina bianca e grigia di una ventina di chili, avanzava lentamente accanto all’operatore del canile comunale.

Aveva un occhio velato da una vecchia cicatrice, le orecchie segnate, il pelo consumato sui gomiti e quel modo di camminare che hanno certi animali quando hanno imparato troppo presto che il mondo può fare male.

Quando arrivò davanti a Franco Bellini, l’uomo che risultava essere il suo proprietario, accadde una cosa che nessuna deposizione avrebbe potuto spiegare meglio.

La cagnolina si bloccò.

Abbassò il ventre fino a toccare il pavimento.

La coda sparì tra le zampe.

Poi perse il controllo della vescica.

Franco si tirò indietro sulla sedia.

«È agitata. Non è abituata a questi posti.»

La giudice Lucia De Santis si tolse lentamente gli occhiali.

Io smisi di battere sui tasti.

Luna venne accompagnata qualche metro più avanti.

Verso il banco della difesa.

Matteo Rinaldi aveva diciassette anni.

Indossava una felpa troppo larga prestatagli dalla struttura che lo ospitava temporaneamente. Era magro, con le guance scavate e le mani ferme sulle ginocchia.

Non chiamò il cane.

Non fischiò.

Non tese neppure una mano.

Luna lo vide.

E cambiò.

La coda uscì lentamente da sotto il ventre.

Fece un passo.

Poi un altro.

Tirò il guinzaglio.

L’operatore lasciò un po’ di corda.

La cagnolina attraversò gli ultimi metri, appoggiò le zampe anteriori sulle gambe del ragazzo e cercò di arrampicarsi su di lui come se quei pochi centimetri fossero l’unico posto sicuro rimasto al mondo.

Matteo la accolse.

Luna infilò il muso sotto il suo mento.

E sospirò.

Un lungo respiro.

Talmente profondo che lo sentimmo tutti.

La giudice rimase immobile.

Pensavo che quello fosse il momento decisivo della storia.

Mi sbagliavo.

Perché pochi minuti dopo l’avvocata di Matteo avrebbe mostrato alla giudice cosa nascondeva il ragazzo sotto il colletto della felpa.

E improvvisamente avremmo capito perché un ragazzo senza casa aveva rischiato tutto per un cane che non era suo.

Avevo iniziato a seguire le udienze del tribunale per i minorenni quasi due anni prima.

All’inizio pensavo che mi sarei abituato.

Ragazzini sorpresi a rubare. Assenze da scuola. Famiglie spezzate. Genitori che promettevano di cambiare. Figli che avevano smesso di credere alle promesse.

Prendevo appunti.

Scrivevo il pezzo.

Tornavo a casa.

Cercavo di lasciare tutto fuori dalla porta.

Con Matteo non ci riuscii.

La storia era cominciata in una periferia di Bologna, in una strada di vecchie officine, palazzine anni Settanta e piccoli cortili schiacciati tra capannoni e condomini.

Matteo era accusato di essere entrato nell’abitazione di Franco Bellini poco dopo le due di notte.

Aveva forzato una porta sul retro.

Ma non aveva preso soldi.

Non aveva preso gioielli.

Non aveva toccato il televisore, il portafoglio lasciato sulla credenza o le chiavi dell’auto.

Aveva preso Luna.

Per l’accusa era violazione di domicilio e sottrazione di un animale appartenente a un’altra persona.

Per l’avvocata di Matteo, Marta Ferri, era qualcosa di molto diverso.

«Quel ragazzo non è entrato per rubare», disse.

«È entrato perché pensava che, aspettando ancora, il cane non avrebbe resistito.»

Franco Bellini testimoniò per primo.

Aveva cinquantadue anni, camicia stirata, capelli ordinati e un tono di voce tranquillo.

Sembrava uno di quegli uomini che al bar salutano tutti, pagano il caffè in monete precise e tengono il balcone sempre in ordine.

Nel quartiere molti lo conoscevano di vista.

Non aveva fama di essere violento.

Anzi.

Ed era proprio questo che rendeva tutto più difficile da accettare.

Per anni, in quella strada, la gente aveva visto il suo cancello chiuso, il cortile pulito davanti e qualche vaso di gerani alla finestra.

La bella figura.

Quella che in Italia sappiamo costruire benissimo.

L’intonaco può essere perfetto anche quando dietro il muro c’è qualcosa che nessuno vuole vedere.

Franco raccontò di aver avuto Luna per circa due anni.

Disse di darle da mangiare regolarmente.

Disse che il cortile era recintato.

Disse che aveva una cuccia.

Disse che non le era mai mancato nulla.

Continuò a chiamarla «il mio cane».

Poi cominciò a chiamarla «la mia proprietà».

Quella parola tornò più volte.

Proprietà.

Quando il pubblico ministero gli chiese cosa fosse successo quella notte, Franco rispose che era rientrato tardi e aveva trovato Matteo dentro casa con Luna tra le braccia.

«Il cane tremava», disse.

«Quel ragazzo l’aveva spaventata.»

Marta Ferri si alzò.

Era una donna sui quarantacinque anni, capelli raccolti male e scarpe basse consumate sui talloni.

Aveva l’aria di chi passa più tempo nei corridoi dei tribunali che nel proprio salotto.

Non alzò la voce.

«Signor Bellini, Luna è mai stata visitata regolarmente da un veterinario?»

Franco esitò.

«Non ne aveva bisogno.»

«È mai entrata in casa?»

«È un cane da cortile.»

«I servizi comunali sono mai venuti a controllarla?»

Questa volta l’esitazione fu più lunga.

«Una volta. Per una segnalazione di un vicino. Non hanno trovato niente.»

Marta prese un foglio dalla cartella.

Era il verbale di quella visita.

Il documento riportava che l’animale appariva sottopeso e presentava vecchie cicatrici sul muso e sulle zampe.

Veniva indicata la necessità di un nuovo controllo.

Quel controllo non era mai stato effettuato.

Sul mio taccuino scrissi quattro parole.

Il controllo non arrivò mai.

Non sapevo ancora quanto sarebbero diventate importanti.

Poi chiamarono Matteo.

Si alzò lentamente.

Se non avessi saputo la sua età, gli avrei dato sedici anni e quaranta insieme.

Aveva il viso ancora giovane.

Gli occhi no.

Esistono ragazzi che a diciassette anni guardano il mondo come uomini che hanno già perso troppe cose.

Matteo era uno di loro.

Raccontò che da alcune settimane dormiva dove capitava.

Qualche notte in un vecchio deposito abbandonato.

Qualche altra sotto una tettoia vicino ai binari.

A volte sul divano di qualcuno che gli permetteva di restare fino al mattino.

Era cresciuto passando da una sistemazione familiare all’altra.

A sedici anni aveva lasciato l’ultima comunità.

Da allora, nessun posto era rimasto davvero casa.

La prima volta che sentì Luna era quasi mezzanotte.

Non abbaiava.

Matteo lo spiegò in un modo che mi rimase dentro.

«Faceva un rumore piccolo.»

La giudice sollevò gli occhi.

«Cosa significa piccolo?»

Matteo strinse le labbra.

«Come quando vuoi chiedere aiuto, ma hai paura che qualcuno ti senta.»

Nessuno si mosse.

Matteo si era avvicinato al cancello.

Tra due assi di legno aveva visto il cane.

Era legata in fondo al cortile.

Vicino c’era una ciotola rovesciata.

L’acqua era finita.

La cuccia era poco più di una copertura di plastica.

Luna non si alzò.

Muoveva soltanto gli occhi.

Matteo tornò la sera dopo.

Aveva mezzo panino avanzato.

Lo spezzò e spinse i pezzi sotto il cancello.

Luna non si avvicinò finché lui non si allontanò.

La sera successiva portò un pezzo di focaccia.

Quella dopo ancora alcune crocchette che gli aveva regalato il proprietario di una piccola bottega del quartiere.

«Perché continuavi a tornare?» gli chiese la giudice.

Matteo abbassò lo sguardo.

«Perché sapevo che lei mi aspettava.»

Per quasi due settimane si presentò davanti a quel cancello.

Sempre più o meno alla stessa ora.

Il quartiere lo notò.

Una pensionata del terzo piano, la signora Adriana, lo vedeva dalla finestra.

Un meccanico che chiudeva l’officina tardi lo vide lasciare una bottiglia d’acqua accanto al muro.

La proprietaria del piccolo forno cominciò a mettergli da parte qualche avanzo.

Nessuno sapeva bene chi fosse quel ragazzo.

Qualcuno diceva che fosse un poco di buono.

Qualcuno che dormisse in strada.

Qualcuno consigliò di non immischiarsi.

Ma le periferie italiane sono strane.

Possono sembrare fredde per mesi.

Poi basta una persona che lascia un sacchetto di pane fuori dalla porta e improvvisamente scopri che tutti avevano visto tutto.

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