La quattordicesima sera Luna mangiò dalla mano di Matteo attraverso il cancello.
Fu allora che lui si accorse del filo.
Non era un normale collare.
Sotto il pelo sporco c’era un sottile cavo metallico usato per tenerla legata.
Era troppo stretto.
La pelle attorno appariva irritata.
Matteo rimase inginocchiato dall’altra parte della recinzione per diversi minuti.
Luna non si ritirò.
«Cosa hai fatto dopo?» chiese Marta.
«Sono andato a cercare qualcosa per tagliarlo.»
Trovò una vecchia tronchese in un cantiere dove aveva fatto qualche giornata di lavoro.
Camminò quasi un’ora per tornare indietro.
Arrivò davanti alla casa poco prima delle due.
Provò il cancello.
Chiuso.
Provò a raggiungere Luna dal muro laterale.
Impossibile.
E fece ciò che lo aveva portato davanti a quella giudice.
Entrò.
Ruppe il pannello inferiore della porta sul retro.
Attraversò la cucina.
Uscì nel cortile.
Luna inizialmente si rannicchiò.
Matteo si sedette a distanza.
«Non la toccai subito», raccontò.
«Aspettai.»
«Quanto?»
«Non lo so. Forse dieci minuti. Forse trenta.»
Alla fine Luna si avvicinò.
Matteo tagliò il filo.
Poi la prese in braccio.
Fu in quel momento che Franco rientrò.
Le urla svegliarono mezzo vicinato.
Qualcuno chiamò le forze dell’ordine.
Matteo non scappò.
Quando arrivarono, era ancora seduto sul pavimento vicino alla porta.
Luna stava dietro le sue gambe.
Il resto sembrava semplice.
Un ragazzo era entrato senza permesso in casa di un uomo.
Aveva portato via qualcosa che legalmente apparteneva a quell’uomo.
Ma la giudice De Santis aveva passato abbastanza anni in tribunale da sapere che la vita raramente entra in aula con la precisione di un articolo scritto su un codice.
Guardò Matteo.
Guardò Franco.
Poi disse:
«Voglio vedere il cane.»
L’operatore del canile lo portò dentro.
Fu allora che Luna si accasciò davanti a Franco.
E fu allora che attraversò l’aula per andare da Matteo.
Pensavo che Marta Ferri avesse concluso.
Invece si alzò.
«Presidente, vorrei depositare un ultimo documento.»
Consegnò alla giudice una cartellina.
Poi si girò verso Matteo.
«Matteo, puoi spiegare perché quella sera hai capito immediatamente che quel filo poteva fare male?»
Il ragazzo smise di accarezzare Luna.
Per la prima volta da quando aveva iniziato a parlare, sembrò davvero avere diciassette anni.
Un ragazzo impaurito.
Un ragazzo che avrebbe voluto essere altrove.
«Perché ne avevo avuto uno anch’io.»
Non capii.
Nemmeno molte persone in aula capirono.
Marta aprì la cartellina.
C’erano fotografie mediche scattate anni prima e documenti dei servizi sociali.
Matteo aveva undici anni quando era stato allontanato dalla famiglia.
Durante l’infanzia aveva subito maltrattamenti da parte dell’uomo che viveva con sua madre.
Tra le altre cose, era stato legato in alcune occasioni con cavi sottili.
Sui polsi erano rimaste cicatrici irregolari.
Sul collo, una linea bianca quasi circolare che Matteo aveva sempre cercato di coprire.
Abbassò il colletto della felpa.
La cicatrice era ancora lì.
Piccola.
Sbiadita.
Ma impossibile da ignorare dopo averla vista.
Guardai Luna.
Poi Matteo.
Capii.
Quella notte lui non aveva semplicemente visto un cane legato.
Aveva riconosciuto qualcosa.
Il cemento.
Il rumore piccolo.
La paura delle mani.
Il cibo preso soltanto quando nessuno è troppo vicino.
L’attesa.
Soprattutto l’attesa.
Matteo aveva guardato attraverso quel cancello e aveva visto una creatura che continuava ad aspettare qualcuno.
Esattamente come aveva fatto lui.
La giudice dichiarò una pausa.
Nessuno parlò mentre usciva.
Franco fissava il tavolo.
Luna dormiva finalmente con il muso sulle gambe di Matteo.
Io guardai il mio taccuino.
Il controllo non arrivò mai.
Pensai a Luna.
Qualcuno aveva segnalato.
Qualcuno aveva controllato.
Qualcuno aveva scritto che sarebbe stato opportuno tornare.
Poi la pratica era finita sotto altre pratiche.
Anche per Matteo, negli anni, c’erano stati verbali.
Relazioni.
Colloqui.
Trasferimenti.
Educatori.
Fascicoli.
Persone che avevano promesso di seguirlo.
Eppure, a sedici anni, si era ritrovato praticamente solo.
Due vite molto diverse.
Lo stesso buco nella rete.
Da rivedere.
Da controllare.
Da seguire.
Poi nessuno torna.
Matteo invece era tornato.
Ogni sera.
Con mezzo panino.
Con una bottiglia d’acqua.
Con una manciata di crocchette.
Non aveva una stanza sua.
Non aveva soldi.
Non aveva nemmeno la certezza di sapere dove avrebbe dormito la notte seguente.
Ma tornava.
Nel quartiere, intanto, era successa una cosa di cui seppi soltanto dopo.
La signora Adriana aveva iniziato a lasciare sul davanzale un sacchetto con pane morbido e qualche scatoletta.
Gino, il meccanico, fingendo di non voler essere coinvolto, aveva regalato a Matteo una vecchia torcia.
«Se devi stare in giro la notte almeno guarda dove metti i piedi», gli aveva detto.
Teresa, che gestiva il forno, gli infilava due pizzette invece di una nel sacchetto.
«Una per te e una per quella bestiola.»
Piccole cose.
Nessun eroe.
Nessun discorso.
Solo persone che avevano superato da tempo i cinquanta, i sessanta, i settanta anni e conoscevano bene una verità che oggi sembra quasi antiquata:
quando un ragazzo mangia per strada, non serve sapere subito tutta la sua storia per offrirgli un piatto.
In quella via nessuno aveva risolto la vita di Matteo.
Ma qualcuno aveva smesso di voltarsi dall’altra parte.
La giudice rientrò.
Riprese posto.
Guardò prima Franco, poi Matteo.
Disse che la posizione del ragazzo sarebbe stata rivalutata alla luce delle circostanze e delle condizioni dell’animale.
La contestazione più grave non avrebbe proseguito nel modo inizialmente richiesto.
Ordinò inoltre nuovi accertamenti sulla situazione di Luna e stabilì che la cagnolina non sarebbe tornata immediatamente da Franco.
Il possesso sarebbe stato affidato temporaneamente a una struttura convenzionata, con la possibilità per Matteo di occuparsene attraverso un percorso supervisionato.
Franco provò a parlare.
La giudice lo fermò.
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