Il cane vegliava da cinque giorni quel vecchio pick-up: quando Carlo aprì il cassone, capì finalmente perché

Per cinque giorni quel cane non lasciò un vecchio furgone abbandonato sulla provinciale. Pensavo aspettasse il padrone, finché aprii il cassone e trovai il suo ultimo messaggio.

Il venerdì mattina non ce la feci più.

Accostai il camion sullo sterrato, tirai il freno a mano e rimasi qualche secondo con entrambe le mani sul volante.

Il cane era ancora lì.

Seduto accanto alla portiera del vecchio pick-up blu, sotto una pioggia fine che gli aveva incollato il pelo alle costole.

Cinque giorni.

Cinque maledetti giorni nello stesso punto.

Mi chiamo Carlo Bianchi, ho cinquantasei anni e da quasi vent’anni percorro ogni mattina la stessa provinciale tra le colline emiliane, consegnando mangimi, sacchi di sementi e cassette di prodotti alle aziende agricole della zona.

Conosco quella strada meglio del corridoio di casa mia.

So dove l’asfalto si abbassa vicino al fosso.

So quale curva ghiaccia per prima a gennaio.

So davanti a quale casolare bisogna rallentare perché il vecchio proprietario lascia sempre scappare le galline.

E so anche che, dopo le sei e mezza del mattino, per quasi quattro chilometri il telefono non prende.

Una strada di campagna come tante.

Filari.

Campi.

Nebbia d’inverno.

Cicale d’estate.

E persone convinte di sapere tutto di tutti.

Il pick-up era comparso il lunedì.

Vecchio, blu scolorito, con la vernice mangiata dal sole e una riga di ruggine sotto il cassone.

Era parcheggiato male, con due ruote sulla ghiaia e il muso leggermente inclinato verso il fosso.

Nessuna targa posteriore.

Nessuna luce accesa.

Nessuno nei paraggi.

Solo quel cane.

Un incrocio di pastore, nero e fulvo, una sessantina di centimetri al garrese.

Non abbaiava.

Non correva dietro alle auto.

Non cercava cibo.

Stava seduto accanto alla portiera del guidatore e fissava la strada.

Come uno che aspetta qualcuno in ritardo.

Lunedì rallentai.

Pensai che il padrone fosse andato dietro una siepe.

Magari un guasto.

Magari una telefonata.

Magari una di quelle cose che succedono e non meritano attenzione.

Martedì il cane era ancora lì.

Stessa posizione.

Stesse orecchie dritte.

Stessi occhi puntati verso la curva.

Mercoledì mi fermai qualche metro più avanti e gli lanciai metà del mio panino al prosciutto.

Quello che normalmente mangiavo alle nove, insieme al caffè del distributore.

Il cane si avvicinò.

Annusò il pane.

Lo guardò.

Poi tornò accanto alla portiera.

Non mangiò.

Quella scena mi rimase addosso tutto il giorno.

Al magazzino, mentre caricavo i sacchi, continuavo a pensare a lui.

«Carlo, ma dove hai la testa?»

Me lo chiese Sergio, un collega che lavorava lì da prima di me.

Gli raccontai del cane.

Lui fece spallucce.

«Se è ancora lì domani, chiama qualcuno.»

Qualcuno.

È una parola comoda.

Significa sempre: non io.

Giovedì notte venne giù un temporale come quelli di una volta.

Di quelli che fanno tremare le tapparelle e ti riportano bambino, quando tua madre staccava la televisione dalla presa perché aveva paura dei fulmini.

Alle cinque e quaranta del mattino imboccai la provinciale.

Quando arrivai al pick-up, rallentai quasi fino a fermarmi.

Il cane era ancora lì.

Fradicio.

Il fango sulle zampe.

Le costole visibili sotto il pelo.

Seduto.

Fermo.

A guardare la strada.

Fu allora che pensai a mio padre.

Negli ultimi mesi della sua vita continuava a sedersi davanti alla finestra della cucina.

Aspettava mia sorella.

Lei viveva a Milano e telefonava sempre dicendo che sarebbe scesa «appena possibile».

Mio padre non si lamentava.

Non era il tipo.

Quelli della sua generazione non chiedevano.

Aspettavano.

A volte troppo.

Mio padre morì di mercoledì.

Mia sorella arrivò giovedì.

Non gliel’ho mai rinfacciato.

Ma certe cose ti rimangono dentro come sassolini nella scarpa.

Puoi continuare a camminare.

Però li senti.

Così venerdì mi fermai.

Scesi dal camion.

Il cane mi vide arrivare ma non si mosse.

«Piano, bello.»

Mi sentii stupido appena lo dissi.

Come se parlare piano potesse spiegargli che non volevo fargli niente.

Mi abbassai.

Tesi una mano.

Il cane annusò le mie dita una volta sola.

Poi girò la testa verso il pick-up.

Fu allora che sentii l’odore.

Veniva dal cassone posteriore, coperto da un telo impermeabile scuro.

Non era l’odore che temevo.

Non esattamente.

Era acre.

Sgradevole.

Un misto di sudore vecchio, medicinali e umidità.

Mi si strinse lo stomaco.

Andai verso il retro.

Il cane si alzò.

Era la prima volta che lo vedevo in piedi.

Mi seguì.

Mi fermai davanti al portellone.

Lui guardò la mia mano.

Poi guardò il cassone.

«Vuoi che apra?»

Il cane rimase immobile.

Lo so.

I cani non rispondono alle domande.

Ma giuro che in quel momento sembrò di sì.

Abbassai la maniglia.

Il metallo cigolò.

Sollevai il telo.

Dentro non c’era nessun corpo.

C’era una coperta militare stesa sul fondo.

Un cuscino senza federa.

Tre bottigliette d’acqua vuote.

Un pacchetto di cracker aperto.

Una busta di carta della farmacia del paese vicino.

E un portafoglio.

Nella busta c’erano tre confezioni vuote di medicinali.

Antidolorifici.

Farmaci per i nervi.

Compresse che non conoscevo.

Nel portafoglio trovai una carta d’identità.

Giuseppe Moretti.

Sessantotto anni.

Una faccia magra, barba grigia e quegli occhi profondi degli uomini che hanno passato una vita a lavorare fuori.

Residenza in una frazione a una quindicina di chilometri.

Non c’erano soldi.

Non c’erano carte.

Solo la carta d’identità e un foglio piegato quattro volte.

La scrittura era tremolante.

Lessi.

Poi rilessi.

«A chi trova questo mezzo. Il cane si chiama Capitano. Non mi seguirà volentieri. Abbiate pazienza con lui. Dategli una casa. Mi dispiace.»

Mi sedetti sul portellone.

Il cane mi guardava.

«Dove sei finito, Giuseppe?»

Capitano inclinò appena la testa.

Presi il telefono.

Niente campo.

Naturalmente.

Risalii sul camion e guidai fino al bar-tabacchi all’ingresso del paese.

Era uno di quei posti dove alle sette del mattino ci sono già quattro pensionati davanti al bancone a discutere di calcio, pressione alta e bollette.

Entrai con gli stivali infangati.

«Carlo, cos’è successo?»

Lucia, la proprietaria, mi conosceva da quando avevo i capelli.

«Chiama i soccorsi. C’è un mezzo abbandonato sulla provinciale. E una persona potrebbe essere scomparsa.»

Nel giro di mezz’ora la voce aveva già fatto il giro del paese.

Non chiedetemi come.

Nei piccoli centri le notizie viaggiano più veloci della fibra.

Quando tornai alla provinciale, arrivarono due agenti e poco dopo una donna sui sessant’anni, capelli corti, giubbotto scuro e un modo di osservare le cose senza perdere tempo.

Si chiamava ispettore Rinaldi.

Lesse il biglietto.

Controllò i medicinali.

Fece qualche telefonata.

Infine venne verso di me.

«Giuseppe Moretti è stato segnalato come scomparso nove giorni fa.»

Sentii freddo nonostante fosse giugno.

«Da chi?»

«Da sua sorella.»

Rinaldi abbassò la voce.

«Ha un tumore al pancreas. In fase avanzata.»

Guardai Capitano.

«Da quanto?»

«Quattro mesi, a quanto sappiamo.»

Mi passai una mano sulla faccia.

«E nessuno sa dov’è?»

«Per ora no.»

Cominciarono le ricerche.

Controllarono i campi.

I fossi.

Un tratto di torrente.

Le strade bianche che portavano verso le cascine.

Arrivarono altri uomini.

Qualcuno portò un drone.

Qualcun altro perlustrò le zone boschive.

Capitano non si mosse.

Quando tentarono di caricarlo su un furgone, si divincolò senza mordere nessuno e tornò di corsa accanto al pick-up.

Ci riprovarono.

Stessa cosa.

Alla fine lasciarono perdere.

Io andai a lavorare.

Ma per tutto il giorno ebbi la sensazione di aver abbandonato qualcuno.

La mattina dopo portai una ciotola e un sacchetto di crocchette.

Capitano mangiò.

Piano.

Senza ingordigia.

Come fanno certi vecchi quando qualcuno offre loro il pranzo e loro continuano a dire: «No, no, basta così», anche se sai benissimo che hanno fame.

Mi sedetti sulla ghiaia.

«Non so dove sia il tuo padrone.»

Capitano continuò a mangiare.

«Ma io passo di qui.»

Quando finì, venne verso di me.

Mi annusò lo stivale.

Poi si sdraiò e appoggiò il muso sopra il mio piede.

Fu tutto.

Ma per me fu come una firma.

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